Nel corso della vita delle persone con sindrome dello spettro autistico
compare abbastanza spesso il sintomo aggressività. Quando questo compare
bisogna fare il possibile per eliminarlo con tutti i mezzi disponibili:
psico-educativi e farmacologici. Ma purtroppo, allo stato attuale delle
conoscenze, vi sono casi che non rispondono a nessuna terapia, come
viene riferito anche nella review della Fondazione Cochrane , commentata
al link
http://autismo33.it/pipermail/autismo-biologia/2023-December/005143.html
Là dove la terapia allo stato attuale è impotente, si dovrebbe passare
all’assistenza. Nei casi di persone con aggressività incontenibile,
soprattutto se adulti, i Servizi socio-sanitari dovrebbero disporre di
residenze specifiche che tutelassero il benessere dell’utente e la
sicurezza della società.
Quello che non dovrebbe mai accadere è che una persona che, a causa
della sua patologia, ha il sintomo aggressività, finisca in una
residenza denominata carcere. Non devono essere puniti per la loro
patologia.
Mi domando quanti ospiti dei carceri italiani vi siano finiti per
carenza di residenze protette costruite e pensate per quei casi di
aggressività che non rispondono alle terapie di cui oggi disponiamo.
Non conosco i trattamenti riabilitativi e la qualità di vita offerta
dalle Residenze di massima sicurezza (REMS), ma conosco la scarsità
della loro offerta di posti, tanto che si è verificato un caso, di cui
la stampa ha parlato, di un figlio che ha ucciso la madre mentre era in
lista di attesa per entrare in una REMS.
L’aggressività è un sintomo trasversale a molte patologie e i servizi
socio-sanitari devono essere preparati ad agire tempestivamente con
atteggiamento terapeutico e assistenziale per evitare che persone malate
vengano punite anziché curate e assistite.
Daniela Mariani Cerati
Il 14 agosto scorso è stato pubblicato l’articolo
Zhao S, Gu Z-L, Yue Y-N, Zhang X and Dong Y (2024) Cannabinoids and
monoaminergic system: implications for learning and memory. Front.
Neurosci. 18:1425532. doi: 10.3389/fnins.2024.1425532
https://www.frontiersin.org/journals/neuroscience/articles/10.3389/fnins.20…
dal quale copio quanto segue
“A meta-analysis based on a large dataset covering more than 43,000
participants reveals the robust association between cannabis use and
long-term cognitive impairments (Dellazizzo et al., 2022). A recent
randomized trial reveals that administration of THC causes impairments
in working memory, increased mind wandering and decreased metacognitive
accuracy (Adam et al., 2020). Consistently, another study demonstrates
impairment in memory and processing speed in young adults with positive
urine toxicology screen for THC (Petker et al., 2019).
THC is considered the main psychoactive component in cannabis causing
the acute and adverse effects of cannabis on cognitive functions and
memory loss"
Mia traduzione
“Una meta analisi basata su un’ampia casistica che copre più di 43000
partecipanti evidenzia la robusta associazione tra uso di cannabis e
alterazioni cognitive a lungo termine (Dellazizzo et al., 2022). Una
recente sperimentazione randomizzata evidenzia che la somministrazione
di THC causa menomazioni nella memoria di lavoro, aumento del
vagabondare della mente ( mind wandering
cfr. https://www.stateofmind.it/mind-wandering/) e diminuita accuratezza
metacognitiva (Adam et al., 2020).
Consistentemente un altro studio dimostra menomazione della memoria e
della velocità di elaborazione in giovani adulti con urine positive per
THC (Petker et al., 2019). Il THC è considerato il principale
componente psicoattivo della cannabis nel causare gli effetti acuti e
quelli avversi sulle funzioni cognitive e sulla perdita di memoria.”
Un elemento molto importante messo in evidenza dagli Autori “In contrast
to the clinical studies, treatments using different cannabinoids in
rodents demonstrate both impairment or improvement of memory dependent
on different stages or tasks of the memory”
cioè, i dati positivi o negativi ottenuti nei modelli sperimentali non
riflettono i dati clinici.
Questo è un importante monito alla tendenza, spesso anche comprensibile,
che porta a leggere nei dati sperimentali in topi e ratti (e talora
pesci o insetti) comportamenti sovrapponibili a quelli nell’umano.
A corollario di quanto riportato nello studio si deve ricordare che gli
effetti della cannabis sulla memoria nell’uomo sono noti da tempo e,
cosa molto rilevante, si possono manifestare per la prima volta anche
dopo anni dalla assunzione.
Naturalmente non è la stessa cosa assumere una sostanza a scopo
voluttuario o assumere una sostanza a scopo terapeutico sotto stretto
controllo medico. Gli effetti indesiderati dei farmaci però possono
comparire anche nelle condizioni meglio controllate. In ogni caso questi
dati devono essere tenuti ben presenti sia da quei ricercatori che
stanno conducendo sperimentazioni su adulti e bambini con disturbi dello
spettro autistico sia da quei genitori che, in assenza di altre opzioni
terapeutiche, già ora trattano i figli con autismo con preparati a base
di cannabis
Daniela Mariani Cerati