autismo-biologia
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August 2013
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- 17 discussions
In questo forum si è parlato spesso di preparazione all'età adulta. L'Ufficio Scolastico Regionale dell'Emilia Romagna ha preso in seria considerazione questo passaggio così critico e sino ad ora trascurato dalle pubbliche Istituzioni. Ha iniziato un progetto che ha chiamato "300 giorni", intendendo riferirsi agli ultimi 300 giorni di scuola, durante i quali gli studenti con diagnosi di spettro autistico verranno educati all'autonomia e alle attività più importanti per la vita quotidiana in età adulta. Il 20 e 21 settembre prossimi vi sarà una presentazione dello stato di avanzamento di tale progetto, che nelle due mattine sarà aperto al pubblico. Pensando di fare cosa gradita a molti iscritti al forum, inoltro il messaggio che la Dottoressa Roda ha inviato al forum autismo-scuola
----- Messaggio inoltrato -----
Da: graziella <usrer_uff3(a)hotmail.com>
A: autismo-scuola(a)autismo33.it
Inviato: Giovedì 22 Agosto 2013 12:31
Oggetto: [autismo-scuola] formazione a Bologna 20 e 21 settembre 2013
Gentili lettori della lista
Oggi ho pubblicato questa notizia sul nostro sito al link http://ww2.istruzioneer.it/2013/08/22/strategie-educative-per-adolescenti-c…
Gli insegnanti, i genitori e gli educatori interessati all’argomento potranno iscriversi al link per il pubblico generico (riportato nell’allegato in formato Word). La sala è molto capiente (300 posti) quindi è possibile accogliere un pubblico numeroso.
Gli insegnanti e gli educatori degli alunni partecipanti al progetto sono tenuti alla frequenza del corso sia nelle lezioni del mattino sia nei lavori di gruppo al pomeriggio, iscrivendosi al link loro dedicato (anch’esso riportato nell’allegato in formato Word.
Per ogni approfondimento rinvio al nostro sito.
“Strategie educative per adolescenti con autismo”. Formazione nel quadro del Progetto dei 300 giorni
Nei giorni 20 e 21 settembre 2013 l’USR Emilia-Romagna e la Fondazione Agnelli organizzano un seminario sul tema “Strategie educative per gli adolescenti con autismo”. La formazione rientra nel quadro delle azioni del Progetto dei 300 giorni.
Le lezioni del mattino sono pubbliche mentre i lavori di gruppo del pomeriggio sono riservati ai docenti ed agli educatori delle scuole aderenti al Progetto.
Nei documenti allegati sono riportate tutte le informazioni.
Allegati
DOCUMENTI TIPO DIMENSIONE NOTE
formazione 20_21 sett 2013 pdf (200.4KB)
formazione 20_21 sett 2013 allegati msword (137KB)
_______________________________________________
Lista di discussione autismo-scuola
autismo-scuola(a)autismo33.it
ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).
Fondazione Augusta Pini ed Istituto del Buon Pastore Onlus.
Per cancellarsi dalla lista inviare un messaggio a: valerio.mezzogori(a)autismo33.it
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22 Aug '13
Il primo agosto
scorso è stato pubblicato un importante documento del Comitato Nazionale di
Bioetica sul tema
“DISABILITÀ MENTALE
NELL’ETÀ EVOLUTIVA: Il
CASO DELL’AUTISMO”
Il documento è in
rete
http://www.governo.it/bioetica/pdf/Disabilita_mentale_autismo.pdf
Un’ampia sintesi del
documento si trova sul Quotidiano Sanità.it del 09-08-2013 che di
seguito copio.
Ora dobbiamo vigilare
perché non continui la consuetudine italiana di avere ottime norme costantemente disattese
Autismo.
Comitato bioetica: "Manca approccio unitario. Tra medici, servizi e
famiglie"
Occorre
dare una risposta organica alle persone colpite da autismo e alle loro
famiglie. Dall'integrazione tra saperi medici alla necessità di una ricerca
"traslazionale". Fino all'opportunità di una normativa nazionale
unitaria che si limiti ai "principi" generali che lasci poi spazio
alle singole amministrazioni per interventi ad hoc. Il parere del Cnb.
ROMA.
Il parere del Comitato nazionale per la bioetica dal titolo “Disabilità mentale
nell’età evolutiva: il caso dell’autismo” è stato preparato nel corso di più di
un anno, durante il quale sono state svolte una serie di audizioni con
rappresentanti delle associazioni di persone con autismo e dei loro familiari,
che hanno costituito, per altro, un costante punto di riferimento nella stesura
del parere. In questo documento il Comitato non si propone un approfondimento
sistematico di tutti gli aspetti assistenziali: vuole, invece, richiamare
l’attenzione dell’opinione pubblica su un settore complesso della disabilità
che richiede non solamente l’impegno dei pediatri di base o specialisti, ma
anche la strutturazione di una fitta rete di collegamenti stabiliti dagli
stessi con neuropsichiatri infantili, psicologi, psichiatri, varie figure
professionali socio- sanitarie operanti sul territorio, educatori e operatori
scolastici, nonché una forte collaborazione con neurobiologi per l’avanzamento
della ricerca e da ultimo (ma certamente in primo piano) con le famiglie, le
Associazioni che le rappresentano ed il volontariato.
Il
gruppo di lavoro, coordinato dal professor Adriano Bompiani (deceduto lo scorso
18 giugno) insieme ai Professori Salvatore Amato e Marianna Gensabella, ha
inoltre organizzato numerose audizioni allo scopo di conoscere, dalla voce di
coloro che vivono quotidianamente l’esperienza dell’educazione e della cura del
bambino e dell’adolescente autistico, i nodi ancora irrisolti di un faticoso
percorso di abilitazione ed integrazione.
Raccomandazioni
essenziali.
Dal
punto di vista della bioetica e del biodiritto le raccomandazioni essenziali,
si legge nel parere, “possono essere così riassunte: promuovere il
potenziamento della ricerca sull’evoluzione dei disturbi dello spettro
autistico durante il ciclo della vita e sui trattamenti terapeutici adeguati
anche all’età adulta con una ricerca traslazionale che superi il gap oggi
esistente fra l’avanzamento delle conoscenze sia biologiche che
neuroscientifiche in laboratorio e la ricerca sul campo, di cui è necessario
uniformare le regole di comunicazione e di controprova secondo i più aggiornati
criteri di oggettività; garantire il diritto alla scelta consapevole delle
cure, attraverso la richiesta del consenso informato ai genitori o al soggetto,
nel caso sia un adulto in grado di intendere e volere, prima di ogni
trattamento – nel presupposto che ogni trattamento può se non esiste ipotesi di
efficacia attendibile essere per ciò stesso una dannosa perdita di tempo e di
energia – richiesta che deve prevedere un’informazione ampia sui diversi
trattamenti disponibili e sulle relative ipotesi di efficacia; garantire il
diritto alla cura della salute attraverso la verifica ed il mantenimento della
diagnosi, ed assicurare la continuazione di interventi educativi- adeguati alla
patologia e all’età nel corso dell’intera traiettoria di vita; ricorrere agli
interventi farmacologici solo nell'interesse della persona; garantire il
diritto allo sviluppo delle capacità non limitandosi a fornire all’adolescente
e giovane adulto autistico solamente una mirata capacità esecutiva, ma curando
anche una adeguata preparazione culturale secondo le capacità dimostrate dal
soggetto; non disperdere i risultati del possibile miglioramento delle capacità
esecutive, ottenibili con alcune delle tecniche abilitative, ciò può ottenersi
potenziando le possibilità di inserimento lavorativo attraverso politiche
economiche e sociali rivolte alle persone con disabilità, organizzando i
servizi di tutorato ad hoc e reagendo ad ogni forma di “stigmatizzazione”.
Maggiore
impegno etico-politico per la cura dell’autismo
Secondo
i bioeticisti appare coerente: “favorire la formazione più specialistica degli
insegnanti di sostegno nei diversi ordini e gradi dell'istruzione scolastica;
favorire la creazione di cooperative sociali che prevedano una percentuale di
soggetti con disabilità;
promuovere la creazione di centri diurni che favoriscano
l'integrazione e attività lavorative, secondo programmi educativi-abilitativi
personalizzati, in sinergia con i servizi di psichiatria;
promuovere e al tempo stesso monitorare il
sorgere di comunità protette per adulti con autismo grave, vigilando sulle
garanzie date in merito alla qualità dei servizi, alla formazione del
personale, all’organizzazione della struttura, al fine di assicurare la
migliore qualità di vita e la maggiore autonomia possibile delle persone a cui
sono destinate”.
Infine,
secondo il Cnb è doveroso “prendersi cura delle famiglie con persone con
autismo attraverso politiche sociali ad hoc, garantendo loro sostegno
assistenziale ed economico.
L’insieme
di queste misure trova giustificazione nella considerazione dell’autismo, come
in genere nelle disabilità fisiche e mentali, non secondo una classificazione
medica strettamente intesa, ma secondo una prospettiva complessa, di carattere
bio-psico-sociale”.
La
riflessione bioetica conduce, quindi, non ad argomentazioni ed affermazioni su
“quali” principi etici debbano prevalere, ma a “raccomandazioni” sulle buone
pratiche per la realizzazione di principi tanto condivisi sul piano teorico
quanto disattesi o incompiutamente ossequiati nella pratica. Una bioetica - in
definitiva - che si piega dal piano teorico a quello dell’analisi della realtà,
dando ascolto alle voci che vengono dal mondo dell’autismo, alle loro ripetute
denunce sui tanti diritti non realizzati, per sollecitare un maggiore impegno
etico-politico per la “cura” delle persone con autismo.
L’attuale
legislatura dedichi attenzione ai problemi della disabilità
“Sul
piano legislativo – riconosce il Cnb – vi è stato negli ultimi decenni un
progressivo miglioramento del quadro generale e particolare nel quale
inquadrare l’aiuto offerto dallo Stato, in rapporto anche ad una evoluzione
favorevole della pubblica opinione in molti Paesi europei, verso l’affermazione
della dignità del soggetto autistico e l’eliminazione di ogni discriminazione e
stigmatizzazione. La consapevolezza di questo innegabile aumento di tutela e
sensibilità è stata riaffermata anche nelle audizioni, accompagnata tuttavia da
una profonda delusione per le insufficienze nell’attuazione delle diverse
leggi”.
Il
Cnb, conclude il parere “auspica che anche nell’attuale legislatura sia
dedicata altrettanta attenzione ai problemi della disabilità. Esprime tuttavia
una viva preoccupazione per i rischi di un’eccessiva frammentazione normativa.
Sarebbe opportuno privilegiare una legislazione unitaria per principi, che poi
lasci ai processi regolamentari e/o amministrativi, l’adattamento alle
specifiche situazioni ed esigenze”.
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I: [1797] Specialist people: l'autismo come ''alto potenziale di business''
by nautilus4@alice.it 14 Aug '13
by nautilus4@alice.it 14 Aug '13
14 Aug '13
Ciao a tuttisegnalo questa interessante testimonianzaAlbertoAngsa La Spezia
----Messaggio originale----
Da: info(a)letturagevolata.it
Data: 14-ago-2013 10.29
A: "Iscritti a Press-IN"<info(a)letturagevolata.it>
Ogg: [1797] Specialist people: l'autismo come ''alto potenziale di business''
Press-IN anno V / n. 1797
Redattore Sociale del 14-08-2013
Specialist people: l'autismo come ''alto potenziale di business''
TORINO. Nel film”Rain man. L’uomo della pioggia”, Raymond Babbit riesce a sbancare, con il calcolo delle probabilità, i temibili tavoli da black jack di Las Vegas. Alla tenera età di sette anni, invece, il Fred Tate de “Il mio piccolo genio” studiava fisica quantistica all’università di Cincinnati. Il cinema abbonda di narrazioni sui talenti, quasi soprannaturali, degli individui affetti da autismo.
Ma la vita, purtroppo, è più sfaccettata di come appare sul grande schermo. Non tutte le persone autistiche sono dotate di queste miracolose abilità. Ma è certo che molte di loro riescono a svolgere con disinvoltura mansioni che per il resto della popolazione possono risultare difficili, se non proprio alienanti. Per Thorkil Sonne, questo tipo di inclinazione equivale a un “alto potenziale di business”: la sua storia e il suo “investimento” sono raccontati nel numero 6/2013 di SuperAbile Magazine, la rivista sulla disabilità edita dall’Inail. Sonne è un informatico danese che ha scorto un’opportunità dove molte aziende continuano a vedere un limite. La sua fondazione si chiama Specialist people e si occupa di inserire nel mondo del lavoro persone affette da disturbi dello spettro autistico, nei settori della programmazione e della consulenza informatica.
Il nome stesso dell’organizzazione sta a indicare l’alto livello di specializzazione che gli autistici riescono a raggiungere in questo campo. È ormai dimostrato, per esempio, come nel collaudo del software gli individui con disturbi dello spettro autistico abbiano una percentuale di riuscita di dieci volte superiore rispetto ai cosiddetti neurotipici. E non è un caso se i 34 lavoratori autistici impiegati all’interno di “Specialisterne”, la società di consulenza informatica che opera all’interno della fondazione, prestano abitualmente i loro servizi ad alcune tra le maggiori aziende del settore.
Thorkil Sonne è entrato in contatto con questa realtà nel 2003, quando a suo figlio Lars, che aveva appena due anni, venne diagnosticata una forma di autismo infantile. Studiando il welfare nazionale, Sonne è giunto alla conclusione che il mondo del lavoro non avrebbe offerto a Lars le giuste opportunità. La sua risposta, quindi, è stata di ipotecare la casa di famiglia, utilizzando il denaro per dar vita a “Speciliasterne”, una piccola società di informatica che impiegasse persone con disturbi dello spettro autistico. Un posto dove “tratti caratteriali come l’attenzione maniacale ai dettagli e l’intolleranza agli errori, che generalmente isolano gli autistici dal mercato del lavoro, vengono valorizzati e ricercati”, recita la presentazione web.
Il modello di business si è dimostrato vincente e Sonne ha deciso di replicarlo su vasta scala. Oggi la fondazione “Specialist people” è attiva a livello internazionale e opera su più livelli, secondo uno schema chiamato “modello Dandelion”. Gli individui reclutati passano attraverso un periodo di formazione che va dai tre ai cinque mesi, allo scopo di farne emergere attitudini, punti di forza e di debolezza. Terminato il training, il 40% di loro viene assunto da Specialisterne, mentre gli altri sono guidati in un percorso di avviamento al lavoro. Ciò è possibile perché, oltre a formare le persone autistiche, Specialist people sta educando il mondo del lavoro a rapportarsi proficuamente con loro. Attualmente, infatti, l’organizzazione offre supporto e assistenza agli imprenditori che vogliano replicarne il modello di business. In questo modo, Thorkil e i suoi hanno creato un network di imprese che opera in tutto il mondo: tra i Paesi che hanno avviato una “Specialis
terne operation”, figurano Scozia, Islanda, Stati Uniti, ai quali presto si aggiungerà la Spagna. Recentemente, al modello di Sonn e si è ispirato anche il colosso tedesco “Sap”: la più grande società di software in Europa ha infatti annunciato di voler assumere centinaia di lavoratori autistici, a cui affidare il controllo della qualità dei dati. Secondo quanto comunicato dall’azienda, entro il 2020 l’1% dei 65.000 impiegati del gruppo dovrebbero essere soggetti con disturbi autistici. L’obiettivo, naturalmente, è il miglioramento della qualità del lavoro e l’aumento della produzione: una speranza che si basa anche sui risultati dei due progetti sperimentali già avviati dalla stessa Sap in Irlanda e India, dove l’assunzione di alcuni lavoratori autistici ha portato giovamento alla produttività e alla motivazione del gruppo.
Cambiando il modo in cui i soggetti autistici vengono percepiti dal mondo del lavoro, Specialist people ha finito per realizzare un modello di innovazione sociale. “Le persone affette da forme di autismo ad alto funzionamento – spiega Ilaria Minio Paluello, ricercatrice del Laboratorio di neuroscienze sociali e cognitive dell’Università La Sapienza di Roma – potrebbero essere una grande risorsa per l’ambiente di lavoro. Sono estremamente affidabili, meticolose, attente ai dettagli. Sono capaci di concentrarsi per ore su compiti ripetitivi, come l’immissione dati”. Spesso queste capacità, fa notare la studiosa, “non vengono valorizzate per problemi di relazione: nel 2001 una ricerca ha mostrato che nel 90% dei casi le persone disabili perdono il lavoro per un deficit nella comunicazione sociale. Il che rappresenta proprio il primo e più grande limite delle persone autistiche”. Progetti come quelli di Specialist people o dell’inglese National authistic society, q
uindi, “funzionano perché offrono a questi ultimi e alle aziende gli strumenti per aggirare tali difficoltà”, conclude Minio Paluello. Oggi Specialist people si propone l’ambizioso obiettivo di creare un milione di posti di lavoro in tutto il mondo. Ma da qualche anno la fondazione si occupa anche di istruzione in senso lato. Nel settembre 2009, a Copenaghen, è partita la Specialisterne school, un istituto per ragazzi autistici dai 16 ai 24 anni che, oltre a fornir loro un’istruzione scolastica, li educa a interagire proficuamente con il mondo circostante, compensando il deficit nelle abilità sociali. (Antonio Storto)
Argomenti correlati: Disabilità psico-cognitiva - Disabilità e società - Scuola - Lavoro
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Salve a tutti ammiro da tempo Tiziano come persona e come studioso di autismo. Mi spiace che la sua intuizione, che oserei definire geniale, sia così presa sotto gamba dalla comunità scientifico-terapeutica che ruota attorno all' autismo che invece continua a sperticarsi su complicate astrusità. Non sono un medico, cerco di restare obiettiva, non saprei mai spiegare il meccanismo delle stereotipie così come lo ha fatto Tiziano, ma nel mio piccolissimo posso riportare la mia testimonianza di come sia tremendamente vero ciò che è stato detto sul disfunzionale autistico e di come l'autismo si nutra e venga concimato, mi si passi il termine, dalle stereotipie. Sempre nel mio piccolissimo ho avuto anni addietro, sebbene non strutturata come per Tiziano, la stessa felice intuizione, fortunata e remunerativa. Mio figlio, Asperger, aveva sin da piccolissimo, talmente tante e tali e durature stereotipie da lasciare sbigottito chi lo incontrava. Per farla breve, da sempre noi abbiamo lavorato sull'eliminazione delle S in contemporanea con una tolleranza zero dei comportamenti problema (eclatanti nella prima infanzia) quasi al limite della spietatezza. La riduzione e' stata graduale, contemporanea e' stata la riduzione delle manifestazioni e dell'apparire del disfunzionare autistico. Chi ha conosciuto mio figlio dopo gli otto anni fatica a credere che abbia la patologia. Adesso ha 13 anni, da un paio sono totalmente scomparse le stereotipie e qualsiasi manifestazione, a un occhio inesperto o frettoloso, del disfunzionare che pure rimane latente in lui e in ogni caso e' necessario un intervento di tipo manutentivo, per così dire per non far riaffiorare stereotipie o comportamenti problema (l'ostinazione e la fissazione perdurano). Ci siamo accorti all'età di due anni che qualcosa non andava, e' stato un Asperger anomalo perché a cinque e mezzo aveva già la diagnosi ma sembrava più HF che SA. Oggi la gente non mi crede se dico che 4 Npi negli anni hanno confermato la diagnosi. Come curiosità ho notato anche che al diminuire di S e DS eCP, anche le caratteristiche "positive" che mio figlio aveva, tipo memoria fotografica, capacità di calcolo a mente e altri prodigiosi numeri da circo che di solito caratterizzano gli high functioning si sono notevolmente mitigate. Gabrielli ha visto molto lontano e andrebbe seguito, incoraggiato e lodato. Cordialità. Simonetta Chiandetti
----Messaggio originale----
Da: tgabrielli(a)alice.it
Data: 07/08/2013 13.30
A: "Autismo Biologia"<autismo-biologia(a)autismo33.it>
Ogg: [autismo-biologia] Stereotipie e CP
Mi scuso nuovamente con tutti per l'errato invio di un documento incompleto. Vi aggiorno sperando che vogliate rivalutarne il contenuto completo. Tiziano
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L'opportunità di
distinguere le Stereotipie (S) dai Comportamenti Problema (CP) nei DSA, fu
introdotta per la prima volta nel 2006 con la comunicazione "Stereotipie e
Comportamenti Problema" (AJMR Vol.1. N.1 Febb 2006 Gabrielli T.; Cova P.).
Questa distinzione trova un valido fondamento sia nella clinica che
nell'abilitazione. Gli elementi
distintivi le due fattispecie cliniche sono netti e non tenui o sfumati come
sembrerebbe in superficie. Questo ritardato inquadramento distintivo è forse
dipeso dai condizionamenti duraturi che decenni di inclusione in un solo grande
contenitore (i Comportamenti Problema) hanno consentito. Promiscuità (S e CP) permessa
dal giudizio di una "attuale intollerabilità" che da sempre concretizza il CP;
criterio peraltro mai oggettivo ma legato di volta in volta, a parametri sociali,
contestuali, personali, occasionali e persino di opportunità. Le S diventavano CP
nel momento in cui anche loro eccessivamente disturbanti, ostative, lesive,
ecc. disperdendo qualsiasi altro criterio clinico in esse contenuto. La loro
caratteristica "alta frequenza" di emissione, la limitatezza o
povertà di contenuto, la tipica reiterazione, la perseverazione, la non ricerca
di effetto ambientale (utile/utilizzato) ad esse conseguente; l’afunzionalità evidente nella quasi totalità
delle espressioni ... Mentre, dall'altra, i CP con la tipica "bassa
frequenza" la non perseveranza e la ricerca di “effetto ambientale” in un
crescendo-apice-decremento proporzionale al costituirsi dell’effetto ricercato
sino a ottenimento; "funzionalità
dei CP" dunque... tanto per iniziare. Differenze sostanziali di due realtà che introducono un nuovo concetto: Stereotipia (non solo quando è flapping o saltelli) ma (da intendere
come) sintesi di un andamento funzionale
complesso dunque, esprimibile come: "disfunzionare stereotipato"(DS). Purtroppo la
consuetudine a considerare le Stereotipie
(S) un aspetto clinico prevalentemente "motorio" e la propensione ad
associarle soprattutto ai casi "gravi" di DSA, ha impedito e
impedisce la comprensione che con tale termine si dovrebbe indicare, non solo il
banale atto motorio e/o sensoriale stigmatizzante ma piuttosto, il ben più esteso "andamento" IDEATIVO e poi COMPORTAMENTALE che caratterizza
trasversalmente l'esistere delle persone con DSA. Un sistema
funzionale il "disfunzionare
stereotipato", caratterizzato da un fundus "pervasivo" di emissioni
LIMITATE, REITERATE, PERSEVERANTI, ADESIVE, ad "ALTA FREQUENZA di
emissione"... che tendenzialmente permeano di sè l'intero humus
ideativo-comportamentale quotidiano nell’intero arco vitale. Quindi, sarebbe più
giusto parlare di andamento clinico comune e trasversale in tutti i quadri anche i
più diversi e complessi dei DSA. Ci si dovrebbe chiedere infatti cosa possa
essere altrimenti, se non una stereotipia...,
un continuo battito di mani o una banale domanda insaziabile; l'immancabile
dichiarazione verbale al passaggio davanti ad una specifica insegna; un
risolino continuo per mattinate intere senza ragione apparente; il maniacale
allineamento o obbligato riordino degli oggetti sulla mensola;
l'imposizione del posto dove siederà il fratello; l'annusare i piedi nudi di
chiunque; alimentarsi di alimenti di colore bianco; ecc. Si
dovrebbe infatti intendere con il termine DS o S, l'intera e famosa rappresentazione
sintomatica dell'"immutabilità
kanneriana". IMMUTABILITA’ che si esprime dalla
reiterazione banale, al ripetersi di atti complessi, perpetuamente rappresentati secondo contesto e procedura, il controllare patologicamente ciò
che è sperimentato, come andrà sperimentato indifferenti al senso complesso e possibile insito in quell’esperienza. S dunque non per
indicare all’americana poche movenze stigmatizzanti ma per riassumere il modo spontaneo di
funzionare di questi soggetti (Out Aut Gabrielli
Cova Vannini Ed 2011); il modo patologico speciale incombente, sempre
pronto a ricondizionare l’intero sperimentare di queste persone. Un modo di
funzionare totalmente indipendente dal livello intellettivo e dalla personalità
del soggetto, perchè nonostante le più diverse personalità e/o livelli
intellettivi incontrati nello spettro, si ripropone come tipico "modus
operandi", caratteristicamente identico, nello spontaneo riproporre e
condizionare le attività cognitive, ideative, motorio sensoriali, in modo da renderle
LIMITATE, REITERATE, PERSEVERANTI, ADESIVE, subentranti, poco o nulla
permeabili a improvvise varianti, poco flessibili, non pianificabili secondo
logica e prospettiva utilitaristica, con scarsa evoluzione, nessuna utilità
sociale o efficacia, o rebound relazionale, emotivo, intellettivo, economico... Un modo di funzionare patologico
comune (il DS) che riverbera all'interno di una complessiva inadegatezza, rispettosa
di un'ordine, una rigidità esperienziale nell'apprendere e nel performare,
sempre poco utile, poco assimilabile al superamento del contesto in cui
scaturisce e spesso avulsa dal contesto stesso. Una modalità di funzionare,
tendenzialmente pervasiva e, nonostante eventuali picchi di competenza,
frammentata, ripetitiva, secondo modalità tendenzialmente immodificabili e
infine francamente "NON FUNZIONALE", più che
"dis-funzionale". Non voglio qui entrare nel dibattito,
mai sufficientemente affrontato, dell'opportunità di riconoscere e
circoscrivere clinicamente tale andamento anche nei casi apparentemente più
avvantaggiati. (questo, detto per inciso). Aprirsi ad una lettura del
disfunzionamento stereotipato meno banale ma più pervasiva permetterebbe anche di prendere le distanze
dal progressivo abuso di letture psicologiche o "psicodinamiche" - nel
massimo rispetto per questi studi- delle
difficoltà degli HF e Asperger. Questo moderno "dark mood" attribuito
ad essi... scorda assai precocemente gli elementi fondanti la diagnosi - anche
la loro - Scordando la diagnosi inclusiva
ci si scorda anche… su cosa principalmente si dovrebbe lavorare. Appena il
livello intellettivo si innalza leggermente, si invocano consapevolezze e
conflitti psicologici (senza benefici evidenti se non incremento di casistica),
rischiando probabili danni ulteriori, volutamente misconosciuti che, un
siffatto bombardamento di informazioni/connotazioni "emozionali",
potrebbe produrre in questi soggetti, in realtà assai meno complicati ed oscuri
di come li si vorrebbe oggi rappresentare. Non si comprende infatti perché il dr. Asperger non si sia accorto, già allora, di questo loro curioso - futuro-destino
criptico e suicidario.) Tornando
al problema della "funzionalità", perchè tema cruciale per
distinguere il "disfunzionare
stereotipato" (S) dagli altri comportamenti, veri Comportamenti Problema (CP), affermare
oggi che un “comportamento” seppur patologico NON sia funzionale (in senso
adattivo), è un azzardo ostracizzante. Cosa può significare "non
funzionale" in un mondo culturale, quello della disabilità oggi, dove
qualsiasi comportamento, anche il più orrendo e inaccettabile, è imperiosamente
voluto "funzionale". Un tempo, chi
avesse detto che un "delirio", un'"allucinazione" fossero
da intendersi come "funzionali", sarebbe stato sottoposto a severe
quanto logiche critiche all'occorrenza dimostrative. Oggi tutto si può dire e confondere. Eppure dire
"A-funzionale" è una scelta controcorrente se non proprio una bestemmia.
"Funzionalità" a tutti i costi è il lite motive ricorrente. Le S (motorie, sensoriali,
verbali, ecc.) stesse, secondo molti autori sarebbero “funzionali” in quanto
meccanismo di autostimolazione, compenso; detensionamento, con effetti
ansiolitici e o riparativi, ecc. Non ultimo l’effetto di dismissione
endorfinica... In parole povere, ancora una volta, l'unico momento clinico che
risulta di fatto interrompibile (dal punto di vista abilitativo) e che si
dovrebbe interrompere/correggere/compensare in quanto espressione principe della sd, viene in qualche
maniera positivizzato, come se si potesse/dovesse, seppure
subordinatamente ad una valutazione di
"tollerabilità", consentire. Purtroppo il DS non é una attività che
per presentarsi abbisogni di essere consentita. Il lavoro abilitativo, da fare,
è tutto incentrato nel “non consentire ovvero contrastare o rimpiazzare con
adattivo il suo multiforme palesarsi. Sarà la proposta-esperienza adattiva che
sposta la persona con DSA da una dimensione usuale e spontanea ma patologica
(il DS) alla dimensione “adattiva”/ non-DS. Solo l’adattivo lo
rende libero dal disfunzionare a suo modo impellente; solo l’adattivo lo apre alla flessibilità,
all’attesa, all’attentività produttiva, abilitativa. L’adattivo proposto,
sperimentato, performato lo abitua a resistere alla necessità di ricadere nel modus operandi tipico della sindrome, che
lo caratterizzerà “autistico” allo stesso identico modo di tutti gli altri, seppure
individualmente diverso per il sovrapporsi di specifiche personalità e livelli
intellettivi… Smetterà dunque di traguardare
luccichii, lallare, battersi la pancia; smetterà di controllare l’ambiente secondo
predisposizioni e rituali e in esso accoglierà sempre più favorevolmente ciò
che potrà accadere di inatteso e ridurrà progressivamente lo sperimentare
secondo i rigidi schemi spaziotemporali ed esecutivi che altrimenti metterebbe
in atto immancabilmente. Abbandonerà le adesività, i picchi di interesse e sarà
sempre più contestuale e capace di apprendere e sorprendere in senso adattivo… Funzionale, dunque
è un giudizio che in “patologia” dovrebbe essere attentamente soppesato. “Funzionalità”
del DS è un giudizio che, se riguarda lo scopo adattivo di tali
produzioni-condizionamenti, suona davvero indimostrabile e pertanto altrettanto
valido quanto recisamente negarlo. Affermare che
l’impellenza di un comunicare aumenti le stereotipie
è indimostrabile. Le S aumentano (se aumentano) nel vuoto
esperienziale-sperimentale. Il bambino, l'adolescente, l'adulto autistico, in una situazione che non conosce, che
non sa come gestire, deve comunque esistere. L’impellenza di esistere, in
assenza di competenza adattiva per gestire la novità, la inaspettata situazione, richiesta, recupera la spontaneità del suo performare ed emerge il disturbo DS nella sua essenza con
l’emissione di attività ideativo comportamentali (purtroppo patologiche) che
verranno prontamente performate. Poi si potrà invocare per esse e di volta in
volta, l’eccitazione, la felicità, il disappunto, il rifiuto, il bisogno di… ma le
spiegazioni avranno il sapore di indistinte ipotesi probatorie fondate sulla
lettura psicologica dell’evento da parte dell’osservatore e mai si potrà
giungere alla verifica scientifica necessaria, di causa effetto. "La volontà", l'impulso (adattivo)
di comunicare qualcosa; di funzionare a scopo, precederebbe una tale emissione o
super emissione (che purtroppo non risulterebbe adeguata per i limiti che improvvisamente riguardano solo l'emissione e non l'idea che li avrebbe generati) di un dato comportamento
(patologico). Il disabile elaborerebbe "una consapevolezza adattiva"
che non riesce però a trasferire, a comunicare in modo competente ma che comunque
decide di esternare. Nel post che abbiamo letto si riporta l’esempio che sia il
dolore a far aumentare le stereotipie che essendo autolesive causerebbero... il
dolore necessario alla produzione (apprezzamento endogeno) di endorfine che
giustificherebbero il perpetuarsi delle emissioni. Un loop pazzesco per non ammettere più banalmente che l’attività autolesiva (con le seguenti caratteristiche) è una stereotipia
(sensoriale) e come tale (patologia afinalistica) va interrotta con proposte e sostituita con esperienze
adattive. L’abilitazione ci dà la sola
soluzione oggi del DS qualsiasi sia la forna che esso assume. Studiare i
meccanismi fisiopatologici che lo sostengono è corretto se non li inficiamo
sovrapponendo loro ipotesi psicologiche indimostrabili e improduttive.
Oltretutto attribuire, anche nei casi più severi, flash affatto estemporanei di normalità, a fronte del nulla periodico,
appare ancora una volta roccambolesco. Non si può incolpare nessuno di questo moderno gusto
per l’indimostrabile. Tutto il mondo
scientifico attuale perora questo assurdo punto di vista piccandosi di
decifrare il messaggio adattivo nell'orrore. L'"analisi
funzionale"(AF) individua ciò che genererebbe "ogni" comportamento patologico (adattivo
nell'intento ma disadattivo nei risultati) in esame. La conseguenza
(ambientale) di esso poi sarà giudicata, favorevole o sfavorevole, rispetto alla
"funzione" che è "già presente", seppure da individuare.
Dire oggi che "questa benedetta funzione" non c'è, è incoerente
rispetto a un intero processo culturale.Secondo i dettati
dell'arte, c'è certamente uno stress, un disagio, una frustrazione, un
desiderio e via di questo passo, che scatena il comportamento problematico,
stereotipie comprese (nonostante la continuità che le caratterizza). L'indimostrabile si nasconde dietro ipotesi che diventano legge. I trattati di
psichiatria che studiavamo non più di una decina d'anni fa e che fanno bella
mostra negli scaffali dei ns studi, individuano la valenza clinica di
un comportamento (ad es) "ossessivo compulsivo" successivamente
alla sua emissione. Le "attività ossessivo compulsive" diventavano
tali solo quando il disagio della loro emissione diventava contraddizione tra
vissuto e interiorità. La causa era eventualmente profonda e non facilmente
individuabile o elaborabile. Era dirimente nell'uso della terminilogia
psichiatrica il tipo di "consapevolezza" (qualunque questa fosse)
successiva all'accesso patologico. In autismo tutta questa dottrina
salta, ma anzichè evocare dei distinguo nosografici auspicabili, accoglie una
promiscuità evidente di termini in base, non pertinenti a criteri clinici
rigorosi ma dettati solo dall’età del pz e dalla specialità (NPI – P – N )che
se ne assume la presa in carico. Le stereotipie motorie diventano attività
ossessivo compulsive; le stereotipie ideative, psicosi, allucinazioni, ecc. basta
avere più di sedici-diciott’anni.
Sugli altri CP non
mi dilungo in quanto mi preoccupano assai meno che il DS. Essi sono la resistenza all'adattivo. E' il patologico occasionale che difende il patologico costante. Si estinguono
quando l’accesso all’adattivo è francamente consueto perché sono il rito di tutela del funzionamento patologico principale. Sono il modo,
assai variegato di respingere l’adattivo e riconsegnarsi al funzionamento
spontaneo, attrattivo, dominante della sindrome. Ho spiegato a lungo perché e come
funzionano ma vedo che non serve. Evidentemente si preferiscono le ipotesi più bizzarre
alle banali, seppure faticose e impegnative, soluzioni gd l'abilitazione dimostra. Il CP si estingue
quando la persona diventa flessibile, attentiva, partecipe al mondo adattivo , ad un modo altro di
esistere. Per farlo bisogna contrastare l’andamento, il disfunzionare
stereotipato. Il giorno
01/ago/2013, alle ore 09:28, Fondazione Marino
<fondazionemarino(a)gmail.com> ha scritto:
1
0
Mi scuso nuovamente con tutti per l'errato invio di un documento incompleto. Vi aggiorno sperando che vogliate rivalutarne il contenuto completo. Tiziano
>
> L'opportunità di distinguere le Stereotipie (S) dai Comportamenti Problema (CP) nei DSA, fu introdotta per la prima volta nel 2006 con la comunicazione "Stereotipie e Comportamenti Problema" (AJMR Vol.1. N.1 Febb 2006 Gabrielli T.; Cova P.). Questa distinzione trova un valido fondamento sia nella clinica che nell'abilitazione.
>
> Gli elementi distintivi le due fattispecie cliniche sono netti e non tenui o sfumati come sembrerebbe in superficie. Questo ritardato inquadramento distintivo è forse dipeso dai condizionamenti duraturi che decenni di inclusione in un solo grande contenitore (i Comportamenti Problema) hanno consentito. Promiscuità (S e CP) permessa dal giudizio di una "attuale intollerabilità" che da sempre concretizza il CP; criterio peraltro mai oggettivo ma legato di volta in volta, a parametri sociali, contestuali, personali, occasionali e persino di opportunità.
>
> Le S diventavano CP nel momento in cui anche loro eccessivamente disturbanti, ostative, lesive, ecc. disperdendo qualsiasi altro criterio clinico in esse contenuto. La loro caratteristica "alta frequenza" di emissione, la limitatezza o povertà di contenuto, la tipica reiterazione, la perseverazione, la non ricerca di effetto ambientale (utile/utilizzato) ad esse conseguente; l’afunzionalità evidente nella quasi totalità delle espressioni ... Mentre, dall'altra, i CP con la tipica "bassa frequenza" la non perseveranza e la ricerca di “effetto ambientale” in un crescendo-apice-decremento proporzionale al costituirsi dell’effetto ricercato sino a ottenimento; "funzionalità dei CP" dunque... tanto per iniziare. Differenze sostanziali di due realtà che introducono un nuovo concetto: Stereotipia (non solo quando è flapping o saltelli) ma (da intendere come) sintesi di un andamento funzionale complesso dunque, esprimibile come: "disfunzionare stereotipato"(DS).
>
> Purtroppo la consuetudine a considerare le Stereotipie (S) un aspetto clinico prevalentemente "motorio" e la propensione ad associarle soprattutto ai casi "gravi" di DSA, ha impedito e impedisce la comprensione che con tale termine si dovrebbe indicare, non solo il banale atto motorio e/o sensoriale stigmatizzante ma piuttosto, il ben più esteso "andamento" IDEATIVO e poi COMPORTAMENTALE che caratterizza trasversalmente l'esistere delle persone con DSA.
>
> Un sistema funzionale il "disfunzionare stereotipato", caratterizzato da un fundus "pervasivo" di emissioni LIMITATE, REITERATE, PERSEVERANTI, ADESIVE, ad "ALTA FREQUENZA di emissione"... che tendenzialmente permeano di sè l'intero humus ideativo-comportamentale quotidiano nell’intero arco vitale. Quindi, sarebbe più giusto parlare di andamento clinico comune e trasversale in tutti i quadri anche i più diversi e complessi dei DSA. Ci si dovrebbe chiedere infatti cosa possa essere altrimenti, se non una stereotipia..., un continuo battito di mani o una banale domanda insaziabile; l'immancabile dichiarazione verbale al passaggio davanti ad una specifica insegna; un risolino continuo per mattinate intere senza ragione apparente; il maniacale allineamento o obbligato riordino degli oggetti sulla mensola; l'imposizione del posto dove siederà il fratello; l'annusare i piedi nudi di chiunque; alimentarsi di alimenti di colore bianco; ecc. Si dovrebbe infatti intendere con il termine DS o S, l'intera e famosa rappresentazione sintomatica dell'"immutabilità kanneriana". IMMUTABILITA’ che si esprime dalla reiterazione banale, al ripetersi di atti complessi, perpetuamente rappresentati secondo contesto e procedura, il controllare patologicamente ciò che è sperimentato, come andrà sperimentato indifferenti al senso complesso e possibile insito in quell’esperienza.
>
> S dunque non per indicare all’americana poche movenze stigmatizzanti ma per riassumere il modo spontaneo di funzionare di questi soggetti (Out Aut Gabrielli Cova Vannini Ed 2011); il modo patologico speciale incombente, sempre pronto a ricondizionare l’intero sperimentare di queste persone. Un modo di funzionare totalmente indipendente dal livello intellettivo e dalla personalità del soggetto, perchè nonostante le più diverse personalità e/o livelli intellettivi incontrati nello spettro, si ripropone come tipico "modus operandi", caratteristicamente identico, nello spontaneo riproporre e condizionare le attività cognitive, ideative, motorio sensoriali, in modo da renderle LIMITATE, REITERATE, PERSEVERANTI, ADESIVE, subentranti, poco o nulla permeabili a improvvise varianti, poco flessibili, non pianificabili secondo logica e prospettiva utilitaristica, con scarsa evoluzione, nessuna utilità sociale o efficacia, o rebound relazionale, emotivo, intellettivo, economico... Un modo di funzionare patologico comune (il DS) che riverbera all'interno di una complessiva inadegatezza, rispettosa di un'ordine, una rigidità esperienziale nell'apprendere e nel performare, sempre poco utile, poco assimilabile al superamento del contesto in cui scaturisce e spesso avulsa dal contesto stesso. Una modalità di funzionare, tendenzialmente pervasiva e, nonostante eventuali picchi di competenza, frammentata, ripetitiva, secondo modalità tendenzialmente immodificabili e infine francamente "NON FUNZIONALE", più che "dis-funzionale".
>
> Non voglio qui entrare nel dibattito, mai sufficientemente affrontato, dell'opportunità di riconoscere e circoscrivere clinicamente tale andamento anche nei casi apparentemente più avvantaggiati. (questo, detto per inciso). Aprirsi ad una lettura del disfunzionamento stereotipato meno banale ma più pervasiva permetterebbe anche di prendere le distanze dal progressivo abuso di letture psicologiche o "psicodinamiche" - nel massimo rispetto per questi studi- delle difficoltà degli HF e Asperger. Questo moderno "dark mood" attribuito ad essi... scorda assai precocemente gli elementi fondanti la diagnosi - anche la loro - Scordando la diagnosi inclusiva ci si scorda anche… su cosa principalmente si dovrebbe lavorare. Appena il livello intellettivo si innalza leggermente, si invocano consapevolezze e conflitti psicologici (senza benefici evidenti se non incremento di casistica), rischiando probabili danni ulteriori, volutamente misconosciuti che, un siffatto bombardamento di informazioni/connotazioni "emozionali", potrebbe produrre in questi soggetti, in realtà assai meno complicati ed oscuri di come li si vorrebbe oggi rappresentare. Non si comprende infatti perché il dr. Asperger non si sia accorto, già allora, di questo loro curioso - futuro-destino criptico e suicidario.)
>
>
>
> Tornando al problema della "funzionalità", perchè tema cruciale per distinguere il "disfunzionare stereotipato" (S) dagli altri comportamenti, veri Comportamenti Problema (CP), affermare oggi che un “comportamento” seppur patologico NON sia funzionale (in senso adattivo), è un azzardo ostracizzante. Cosa può significare "non funzionale" in un mondo culturale, quello della disabilità oggi, dove qualsiasi comportamento, anche il più orrendo e inaccettabile, è imperiosamente voluto "funzionale".
>
> Un tempo, chi avesse detto che un "delirio", un'"allucinazione" fossero da intendersi come "funzionali", sarebbe stato sottoposto a severe quanto logiche critiche all'occorrenza dimostrative. Oggi tutto si può dire e confondere. Eppure dire "A-funzionale" è una scelta controcorrente se non proprio una bestemmia. "Funzionalità" a tutti i costi è il lite motive ricorrente.
>
> Le S (motorie, sensoriali, verbali, ecc.) stesse, secondo molti autori sarebbero “funzionali” in quanto meccanismo di autostimolazione, compenso; detensionamento, con effetti ansiolitici e o riparativi, ecc. Non ultimo l’effetto di dismissione endorfinica... In parole povere, ancora una volta, l'unico momento clinico che risulta di fatto interrompibile (dal punto di vista abilitativo) e che si dovrebbe interrompere/correggere/compensare in quanto espressione principe della sd, viene in qualche maniera positivizzato, come se si potesse/dovesse, seppure subordinatamente ad una valutazione di "tollerabilità", consentire. Purtroppo il DS non é una attività che per presentarsi abbisogni di essere consentita. Il lavoro abilitativo, da fare, è tutto incentrato nel “non consentire ovvero contrastare o rimpiazzare con adattivo il suo multiforme palesarsi. Sarà la proposta-esperienza adattiva che sposta la persona con DSA da una dimensione usuale e spontanea ma patologica (il DS) alla dimensione “adattiva”/ non-DS. Solo l’adattivo lo rende libero dal disfunzionare a suo modo impellente; solo l’adattivo lo apre alla flessibilità, all’attesa, all’attentività produttiva, abilitativa. L’adattivo proposto, sperimentato, performato lo abitua a resistere alla necessità di ricadere nel modus operandi tipico della sindrome, che lo caratterizzerà “autistico” allo stesso identico modo di tutti gli altri, seppure individualmente diverso per il sovrapporsi di specifiche personalità e livelli intellettivi… Smetterà dunque di traguardare luccichii, lallare, battersi la pancia; smetterà di controllare l’ambiente secondo predisposizioni e rituali e in esso accoglierà sempre più favorevolmente ciò che potrà accadere di inatteso e ridurrà progressivamente lo sperimentare secondo i rigidi schemi spaziotemporali ed esecutivi che altrimenti metterebbe in atto immancabilmente. Abbandonerà le adesività, i picchi di interesse e sarà sempre più contestuale e capace di apprendere e sorprendere in senso adattivo…
>
> Funzionale, dunque è un giudizio che in “patologia” dovrebbe essere attentamente soppesato. “Funzionalità” del DS è un giudizio che, se riguarda lo scopo adattivo di tali produzioni-condizionamenti, suona davvero indimostrabile e pertanto altrettanto valido quanto recisamente negarlo.
>
> Affermare che l’impellenza di un comunicare aumenti le stereotipie è indimostrabile. Le S aumentano (se aumentano) nel vuoto esperienziale-sperimentale. Il bambino, l'adolescente, l'adulto autistico, in una situazione che non conosce, che non sa come gestire, deve comunque esistere. L’impellenza di esistere, in assenza di competenza adattiva per gestire la novità, la inaspettata situazione, richiesta, recupera la spontaneità del suo performare ed emerge il disturbo DS nella sua essenza con l’emissione di attività ideativo comportamentali (purtroppo patologiche) che verranno prontamente performate. Poi si potrà invocare per esse e di volta in volta, l’eccitazione, la felicità, il disappunto, il rifiuto, il bisogno di… ma le spiegazioni avranno il sapore di indistinte ipotesi probatorie fondate sulla lettura psicologica dell’evento da parte dell’osservatore e mai si potrà giungere alla verifica scientifica necessaria, di causa effetto. "La volontà", l'impulso (adattivo) di comunicare qualcosa; di funzionare a scopo, precederebbe una tale emissione o super emissione (che purtroppo non risulterebbe adeguata per i limiti che improvvisamente riguardano solo l'emissione e non l'idea che li avrebbe generati) di un dato comportamento (patologico). Il disabile elaborerebbe "una consapevolezza adattiva" che non riesce però a trasferire, a comunicare in modo competente ma che comunque decide di esternare. Nel post che abbiamo letto si riporta l’esempio che sia il dolore a far aumentare le stereotipie che essendo autolesive causerebbero... il dolore necessario alla produzione (apprezzamento endogeno) di endorfine che giustificherebbero il perpetuarsi delle emissioni. Un loop pazzesco per non ammettere più banalmente che l’attività autolesiva (con le seguenti caratteristiche) è una stereotipia (sensoriale) e come tale (patologia afinalistica) va interrotta con proposte e sostituita con esperienze adattive. L’abilitazione ci dà la sola soluzione oggi del DS qualsiasi sia la forna che esso assume. Studiare i meccanismi fisiopatologici che lo sostengono è corretto se non li inficiamo sovrapponendo loro ipotesi psicologiche indimostrabili e improduttive. Oltretutto attribuire, anche nei casi più severi, flash affatto estemporanei di normalità, a fronte del nulla periodico, appare ancora una volta roccambolesco.
>
> Non si può incolpare nessuno di questo moderno gusto per l’indimostrabile. Tutto il mondo scientifico attuale perora questo assurdo punto di vista piccandosi di decifrare il messaggio adattivo nell'orrore. L'"analisi funzionale"(AF) individua ciò che genererebbe "ogni" comportamento patologico (adattivo nell'intento ma disadattivo nei risultati) in esame. La conseguenza (ambientale) di esso poi sarà giudicata, favorevole o sfavorevole, rispetto alla "funzione" che è "già presente", seppure da individuare. Dire oggi che "questa benedetta funzione" non c'è, è incoerente rispetto a un intero processo culturale.
>
> Secondo i dettati dell'arte, c'è certamente uno stress, un disagio, una frustrazione, un desiderio e via di questo passo, che scatena il comportamento problematico, stereotipie comprese (nonostante la continuità che le caratterizza). L'indimostrabile si nasconde dietro ipotesi che diventano legge. I trattati di psichiatria che studiavamo non più di una decina d'anni fa e che fanno bella mostra negli scaffali dei ns studi, individuano la valenza clinica di un comportamento (ad es) "ossessivo compulsivo" successivamente alla sua emissione. Le "attività ossessivo compulsive" diventavano tali solo quando il disagio della loro emissione diventava contraddizione tra vissuto e interiorità. La causa era eventualmente profonda e non facilmente individuabile o elaborabile. Era dirimente nell'uso della terminilogia psichiatrica il tipo di "consapevolezza" (qualunque questa fosse) successiva all'accesso patologico. In autismo tutta questa dottrina salta, ma anzichè evocare dei distinguo nosografici auspicabili, accoglie una promiscuità evidente di termini in base, non pertinenti a criteri clinici rigorosi ma dettati solo dall’età del pz e dalla specialità (NPI – P – N )che se ne assume la presa in carico. Le stereotipie motorie diventano attività ossessivo compulsive; le stereotipie ideative, psicosi, allucinazioni, ecc. basta avere più di sedici-diciott’anni.
>
> Sugli altri CP non mi dilungo in quanto mi preoccupano assai meno che il DS. Essi sono la resistenza all'adattivo. E' il patologico occasionale che difende il patologico costante. Si estinguono quando l’accesso all’adattivo è francamente consueto perché sono il rito di tutela del funzionamento patologico principale. Sono il modo, assai variegato di respingere l’adattivo e riconsegnarsi al funzionamento spontaneo, attrattivo, dominante della sindrome. Ho spiegato a lungo perché e come funzionano ma vedo che non serve. Evidentemente si preferiscono le ipotesi più bizzarre alle banali, seppure faticose e impegnative, soluzioni gd l'abilitazione dimostra. Il CP si estingue quando la persona diventa flessibile, attentiva, partecipe al mondo adattivo , ad un modo altro di esistere. Per farlo bisogna contrastare l’andamento, il disfunzionare stereotipato.
>
>
>
> Il giorno 01/ago/2013, alle ore 09:28, Fondazione Marino <fondazionemarino(a)gmail.com> ha scritto:
>
>
>
>
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0
Buongiorno a tutti,
mi permetto di sottoporvi alcune riflessioni sulle stereotipie e sui
comportamenti problema.
Adulti con autismo: stereotipie e comportamenti-problema.
Quando si parla di epifenomeni correlati alla condizione di DPS,
l’attenzione di addetti ai lavori e non va subito nella direzione
delle stereotipie e dei comportamenti-problema che sono le stimmate
della malattia assieme all’irrequietezza, alla fuga dagli sguardi, ai
deficit relazionali e dell’eloquio.
Per quanto riguarda le stereotipie ed i comportamenti-problema in
letteratura non v’è spazio sufficientemente dedicato per una
trattazione separata di essi che permetta una esplorazione finalizzata
ad una definizione esaustiva. Nella Fondazione Marino, struttura che
ospita esclusivamente persone adulte affette da questa malattia del
SNC, la osservazione continua ha permesso di formulare considerazioni
che possono aiutare ad orientarsi ad operare una distinzione tra i
due sintomi. Ciò non solo aiuta a capire ma permette, altresì, una
migliore comprensione del comportamento-problema che, molto spesso, è
l’unico elemento che indirizza il clinico verso la causa di un
malessere o di un disagio grave della persona con autismo.
Le stereotipie.
Comportamenti e gesti stereotipati hanno la caratteristica di essere
ripetitivi e sono perciò facilmente prevedibili nella loro
estrinsecazione ed automatici nell’effettuazione. Esiste una grande
varietà di stereotipie.
In un precedente lavoro abbiamo definito le stereotipie come la
traduzione in chiave motoria della scoraggiante semplicità e della
ossessiva ripetitività dei pensieri del soggetto autistico. E’
acquisizione certa che, in condizione di normalità, può essere
controllata la qualità dei pensieri ma che il loro fluire è
inarrestabile. Essi possono insorgere senza causa apparente o in
conseguenza di un bisogno. Nel primo caso fluiscono tali e quali;
quando invece sono orientati ad essi seguono gesti od azioni miranti
al soddisfacimento del bisogno per cui i pensieri stessi sono stati
elaborati. Un fatto certo è che, nello stato di veglia, i pensieri
scorrono in sostanziale, incondizionata autonomia se non interviene un
atto volontario che ne devii il corso Probabilmente anche l’attività
cerebrale delle ore notturne risente di questa condizione; tuttavia i
pensieri della notte, che si traducono in sogni, sono sganciati dai
condizionamenti e dalle inibizioni dello stato di veglia. Si dà il
caso che le stereotipie, durante la notte, cessino come per incanto,
come se il sonno disinneschi il loro automatismo. Ciò fa pensare che
le stereotipie, in fase di veglia, siano innescate da un atto
volontario derivante da un bisogno compulsivo e che, poi, l’esecuzione
venga “affidata” al sistema extrapiramidale che la fa diventare
automatica. La malattia autistica è determinata da un disordine
neurologico provocato dall’arresto, a livelli diversi, dello sviluppo
dell’anatomia e della fisiologia del cervello. Questo si traduce in
disordine anatomo-funzionale che, probabilmente, favorisce le
connessioni che cortocircuitano le elaborazioni cerebrali di cui sono
capaci i soggetti affetti dalla malattia ed impediscono che le
elaborazioni stesse possano coagularsi in pensieri strutturati e
complessi. Questa monotona circolarità e la semplicità del ”pensare”
autistico si tradurrebbero in movimenti afinalistici reiterati che,
proprio per la loro ripetitività e prevedibilità, vengono definite
stereotipie. E’ seducente formulare un’ ipotesi integrativa per ciò
che riguarda le stereotipie autolesionistiche e cioè: che esse si
autoalimentino anche per l’innesco di un meccanismo fisiologico
ampiamente conosciuto: la liberazione delle beta-endorfine come
conseguenza delle auto-flagellazioni. E’ facile immaginare che, a
causa della devastazione della normale fisiologia, il cervello del
soggetto autistico possa non produrre o produrre in quantità
irrilevante queste sostanze la cui presenza, però, nel “milieu
interieur” è indispensabile per il mantenimento dell’omeostasi
comportamentale ed umorale. Le stereotipie autolesionistiche allora
avrebbero un loro finalismo e cioè la funzione di propiziare in
qualche modo il loro rilascio.
Riepilogando: le stereotipie non autolesionistiche potrebbero essere
la traduzione motoria della semplicità del pensare autistico e sono
afinalistiche; quelle autolesionistiche potrebbero avere la funzione
di stimolare la produzione delle beta-endorfine la cui sintesi
potrebbe essere carente nel soggetto con DPS.
I comportamenti-problema: ipotesi e commenti.
Il disagio fisico o mentale ed il dolore sono seguiti da aumento delle
stereotipie con possibilità di innesco di altri parossismi che
comprendono auto od etero-aggressività che sono l’unico strumento
efficace per il soggetto autistico per attirare l’attenzione su un suo
problema. L’evenienza più probabile, nel disagio, è lo scorrimento
verso l’aggravamento delle stereotipie. Quando il repertorio di queste
si esaurisce, senza che il soggetto che le emette raggiunga lo scopo,
compaiono vere e proprie crisi di auto ed etero-aggressività che
rappresentano ciò che comunemente definiamo comportamento-problema,
altro stigma dell’autismo al quale, però, si stenta di riconoscere
dignità a sé stante. Tuttavia, se non si introduce una discriminante,
la più accurata possibile, tra le stereotipie e i
comportamenti-problema si rischia di non recepire i messaggi dei
soggetti autistici condannandoli così ad una inutile e dannosa
somministrazione di psicofarmaci. Una linea di demarcazione netta tra
le prime ed i secondi non è facile da individuare e tuttavia esiste e
soltanto un occhio ben allenato riesce a percepirla nella fase di
passaggio. L’importanza di riconoscere la tenue linea di demarcazione
tra la stereotipia e il comportamento-problema sta nel modo diverso di
gestire le due condizioni: la stereotipia “innocente” va trascurata o
comunque non richiede un trattamento d’emergenza; il
comportamento-problema è, invece, una sentinella che avverte
l’operatore del disagio mentale serio o del problema fisico del
soggetto che li emette e vanno, quindi, interpretati e trattati in
modo adeguato.
Direttore Sanitario Fondazione Marino
Dott. Natalino Foti
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E' stato inviato per errore un DOC non completo, chiedo non sia pubblicato sino a completamento. Grazie Tiziano Gabrielli
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