Come genitore vorrei fare qualche considerazione sull'argomento "adulti" , sollecitata dalla lettura dell'articolo del gruppo Prof. Barale, che ho trovato interessantissimo e fruibile anche dai non addetti ai lavori, scusandomi se commetterò qualche errore "tecnico". Ho condiviso ogni cosa che la D.ssa Boso ha scritto, soprattutto quando denuncia le ragioni che di fatto impediscono il riappropiarsi dell'autismo da parte della Psichiatria. Non solo come persona impegnata da anni nell'associazionismo, ma nel ruolo di genitore, mi sono scontrata dal 2002 con atteggiamenti di rifiuto da parte della Psichiatria della mia AUSL di residenza alla richiesta di predisporre percorsi che denominai "Progetti- ponte", proprio per dare il segno di una continuità nella presa in carico. Oggi, quanto meno si inizia a porsi il problema. Per la frequentazione che ho avuto in questi ultimi anni con gli ambienti psichiatrici, devo dire che, effettivamente, leggere l'articolo del gruppo del Prof. Barale, così rappresentativo della quotidianità sperimentata da chi vive l'autismo, dà il senso vero di una vox clamantis in deserto, come la D.ssa Boso scrive. L'approccio scientifico, l'abitudine alla valutazione attraverso testistica ( e non solo sull'impressione clinica, che ha pur sempre una grande importanza) sembrano in certi Servizi Psichiatrici appartenere ad un mondo lontano, quello delle NPI, con cui, pur appartenendo in molte realtà allo stesso Dipartimento di salute mentale, non vi è condivisione, nè passaggi di competenze. Le realtà in cui lo Psichiatra si occupa di autismo, checchè se ne dica, sono una rarità. Vi è anche il sospetto, ove proprio si voglia occuparsene, che l'approccio risenta appunto di quel pensiero ideologico travisato e travisante denunciato da Boso, improntato ad una conoscenza più generalista che specifica, o comunque permeato da una concezione dell'autismo troppo semplicistica. Al di là del gruppo del Prof. Barale, ormai sicuramente rappresentativo per l'intero Paese, vi è ben poco. Se, come evinco anche dall'articolo, dall'adolescenza è molto frequente l'innestarsi di comorbilità a connotazione psichiatrica, dunque dovremmo pensare opportuna la presa in carico psichiatrica . O preferire il permanere della presa in carico ad una equipe di NPI, cosa che da sempre noi genitori abbiamo ipotizzato, vedendo come opportuna l'accoglienza nei Centri Autismo anche oltre la minore età, ove esistano e funzionino? E' altresì' nell'esperienza di molti la consuetudine dei NPI a non voler trattare farmacologicamente gli adulti. Le conseguenze sono quelle denunciate: anche nei casi più fortunati di accoglienza in un Centro per l'autismo oltre il 18° anno, fatta la valutazione, il trattamento farmacologico viene demandato a Psichiatri di servizi che di autismo non hanno conoscenza, nè teorica, nè pratica e, quel che più conta, non hanno conoscenza di come "funziona" quella persona autistica ( e se vi è necessità di un trattamento farmacologico, magari per un comportamento problema, si sa, è proprio l'analisi del contesto, delle dinamiche famigliari, oltre che le caratteristiche della persona, che può indirizzare la scelta del farmaco ) . Allora quale via dovremmo percorrere per avere una piena assunzione di responsabilità ? Cosa impedisce di inserire nei programmi universitari per Psichiatri anche lo studio di questa patologia? Un investimento sulle nuove generazioni di professionisti non potrebbe garantire un graduale cambiamento degli atteggiamenti di rifiuto fin qui manifestati? Noi genitori possiamo ad ogni occasione sollecitare, ma dovrebbe essere il mondo accademico stesso a pretendere ed incentivare tale cambiamento. Non riesco ad impedirmi, dopo tanti anni di impegno per l'autismo, di restare sgomenta di fronte all'indifferenza con cui si accetta un organizzazione sanitaria così discriminante. Nè va trascurata la tendenza , da parte dei servizi sanitari territoriali, a "scaricare" questi utenti al servizio sociale, cosa che del resto accade già per molti altri handicap, accomunando in contenitori generici disabilità ed anziani, con totale perdita di ogni referenza specialistica, ed il maldestro tentativo di delegare la presa in carico al MedicoMG, quasi che ciò rappresentasse una discriminante positiva. Occorrerà molta vigilanza perchè questa tendenza, dettata da mere ragioni economicistiche, dilaghi. In questo senso credo che i Progetti Regionali autismo possano, potrebbero, tutelare maggiormente. Per quanto riguarda la collocazione delle persone aut, in contesti adeguati, la D.ssa Boso fa riferimento a fraintendimenti ideologici in cui tanto ci siamo dibattuti anche, forse soprattutto, noi genitori. Integrare la persona in ambiente non protetto può certamente presentare pericoli ed esporre a fallimenti, come l'articolo bene espone, ma vorrei aprire una riflessione su casi di autismo di cui poco si parla Penso ai ragazzi che presentano caratteristiche di autismo molto spiccate, unitamente ad un buon/alto funzionamento cognitivo. Coloro che oggi sono adulti difficilmente hanno avuto un trattamento precoce ed intensivo ( cosa si poteva pretendere in Italia 20 anni fa, se non "un pò di TEACCH?" ) e spesso hanno perso per strada le caratteristiche che ne avevano fatto diagnosticare l'HF ( a ulteriore riprova di come il nucleo duro dell'autismo possa ricadere su tutti gli aspetti cognitivi, se non adeguatamente trattato). Cosa possiamo proporre a questi nostri figli adulti, a cui da bambini abbiamo insegnato tante cose, perchè sul versante cognitivo trovavamo terreno fertile, e che oggi sono persone che dovremmo definire "nè carne, nè pesce"? Ibridi, con un importante permanere di disabilità sociali, nonostante tanti sforzi compiuti negli ultimi anni ( ma troppo tardi) per lavorare sulle competenze specifiche, eppure capaci di avere buone autonomie personali, suonare strumenti, usare il PC,o anche conoscere lingue, ed invece riottosi , demotivati, a svolgere lavoro manuale. Persone abbastanza complesse , con una certa personalità e, nonostante tutto, in grado di avere doti particolari, preferenze, così come spiacevoli comportamenti problema. Ortocoltura, accudimento di animali,tessitura, (attività proposte in molti centri residenziali e per tutti gli handicap ), sono mansioni spesso lontanissime dai loro interessi, che francamente mi pare li annoino, come potrebbe accadere per molti dei coetanei normotipici vissuti in contesti cittadini. Per la mia esperienza personale, è stato negativo l'inserimento in situazioni con persone a funzionamento molto più basso, con il manifestarsi di conseguente regressione ( vorrei poter essere smentita e credere che un caso non possa essere generalizzato ) . La mia idea in questi casi è che dovrebbe essere possibile la costituzione di unità lavorative in piccolo gruppo, per lavori di archiviazione, biblioteca, inserimento dati informatici, e tutto quanto possa coniugare interesse e lavoro, svolto magari in formula di part-time, con accompagnamento di Educatore, senza arrivare all'inserimento in ambiente non protetto come quello realizzato dalla Prof. Howlin per persone nettamente ad HF. Potrebbero essere le amministrazioni pubbliche ad accettare inserimenti di piccoli gruppi di questo tipo, ma questa è utopia. E l'abitare, fuori dalla famiglia ? E' ipotizzabile una residenzialità cittadina, legata ai luoghi dove potrebbe svolgersi il lavoro ( certamente più applicabile in provincia che nelle grandi città ), pur seguendo le caratteristiche abitative e di impostazione della giornata, varie e strutturate, come per Cascina Rossago?. Ci tengo a ricordarlo agli addetti ai lavori, se esistessero ovunque realtà in cui i nostri figli potessero star bene, sarebbe più facile staccarci da loro, anzi, vorremmo finalmente riposarci un pò. Mi auguro di poter avviare su questi temi una discussione e porgo i più cordiali saluti . Noemi Cornacchia
Riguardo al tema "adulti" riassumo l'iniziativa in corso presso il Dipartimento Assistenziale Integrato di Ferrara (cioè Ausl+Università). Dietro stimolo dei Distretti, a loro volta sensibilizzati dalle Associazioni, si sta procedendo a una verifica sistematica dei passaggi alla maggiore età. Non si tratta solo di autismo, ma sicuramente questo problema ne è la componente più emblematica che mette a prova la robustezza della nuova procedura (solo in parte coincidente con UVAR, UVM e le altre sigle che indicano riunioni multidisciplinari). La Provincia di Ferrara ha finanziato per un anno un operatore psicologo su un fondo provinciale ad hoc per gestire la riunione di passaggio dall'équipe di neuropsichiatria infantile alla rete dei servizi dell'età adulta. Alla riunione lo psicologo facilitatore invita le seguenti figure: il referente del caso per la npi, i genitori, le assistenti sociali sia del servizio minori sia del servizio adulti, il medico di medicina generale e - a seconda dei casi e della loro reperibilità - psichiatra, neurologo, fisiatra o lo specialista a cui fare riferimento per farmaci, ausilii o altro a partire dai prossimi mesi. Consideriamo che la riunione abbia pieno successo quando la famiglia e l'utente abbiano alla fine in mano data, ora, luogo e numero di telefono per il primo appuntamento dopo le "dimissioni" dall'équipe di npi. Il successo è ritenuto parziale se vi sono troppe defezioni o se l'appuntamento non si materializza. Parallelamente si stanno avviando iniziative di formazione per gli operatori dell'età adulta. Ad esempio i neuropsichiatri dell'infanzia adolescenza presenteranno un minicorso a psichiatri e altri operatori della salute mentale adulta in maggio. I temi sono le differenze tra ritardo mentale e autismo, gli psicofarmaci che usiamo, l'approccio psicoeducativo e quant'altro. Forse per paura di arrivare impreparati a questo incontro con i neuropsichiatri infantili, alcuni psichiatri si stanno preparando per proprio conto. Se diranno che la "disabilità" mentale è cosa diversa dalla "malattia" mentale, chiederemo loro che cosa resti della psichiatria se cessassero di seguire e riabilitare i casi cronici di schizofrenia, distimia, anoressia e così enumerando. Potendo rispondere alla mail di questo gruppo solo dall'indirizzo di lavoro, non mi è facile essere tempestivo nel partecipare alle interessanti e importanti conversazioni che vi si tengono e che leggo comunque regolarmente da casa. Ringrazio ad esempio con ritardo del materiale che mi è stato inviato su questo tema da varie persone. S. Palazzi
Riguardo al tema "adulti" riassumo l'iniziativa in corso presso il Dipartimento Assistenziale Integrato di Ferrara (cioè Ausl+Università).
Mi fa piacere che Stefano Palazzi sia tornato sulla questione “adulti” La situazione descritta nel libro “Il mondo di Sergio” http://www.angsaonlus.org/mondo_sergio.pdf non è eccezionale, a parte il tragico epilogo. Ciò che dovrebbe essere fatto da un servizio dedicato dovrebbe essere un progetto globale di vita, ma vi sono anche aspetti squisitamente medici. Quasi tutti gli adulti prendono farmaci. E se si leggono gli elenchi dei farmaci che assumono, spesso non si intravede né la Evidence Based Medicine, né la Pracitice Based Medicine, ma la medicina della disperazione e dell’irrazionalità. Copio dalla pagina 124 del libro sopra citato “Non c’era medicinale, conferma il padre, in grado di risolvere il problema. …Venne sottoposto perfino all’elettroshock, sei sedute. Successe in una clinica privata di lusso, al costo di sei milioni di lire di allora…. E’ sempre il padre a stilare una lista di farmaci che gli sono stati prescritti negli anni e che, nel caso specifico di Sergio, si sono dimostrati inefficaci, nocivi o con effetto paradosso. Questo un elenco incompleto: Neuleptil, Acutilfosforo, Mogadon, Serenase, Caducid, Matar, Moditen, Tavor, Melleril, Valium, Haldol, Decanoas R, Akineton, Gamibetal, Semap, Entumin, Rivotril, Trilafon, Minias, Tegretol, EN, Risperdal, Disipal, Depakin” E a pag 106 “Vengono prescritti farmaci che, secondo il padre, gli procurano in realtà ulteriori sofferenze che non puo’ esprimere. E’ nervoso, aggressivo. ..Il padre cerca continuamente l’aiuto di specialisti che imbottiscono il ragazzo di farmaci.” Con gli adulti affetti da autismo si è fatta sino ad ora la politica dello struzzo. Essi prendono farmaci cronicamente e spesso i genitori o chi per loro non ricordano neanche più chi li ha prescritti, quando e perché. Nessuno ha il coraggio di toglierli o di modificarli, perché questi pazienti non sono di nessuno, come si è visto anche nel caso raccontato dalla sorella, là dove la psichiatra prescriveva psicofarmaci su indicazione dell’assistente sociale, ma riteneva il paziente con autismo non di sua competenza. Che sia un Neuropsichiatra infantile che segue gli adulti per competenza sulla patologia , o uno psichiatra adulti che se ne fa carico, quello che non deve continuare è che, nei decenni che vanno dal compimento della maggiore età alla vecchiaia, questi cittadini continuino ad essere considerati terra di nessuno. Ed ecco una nota di speranza http://www.superando.it/index.php?option=content&task=view&id=5550 In Inghilterra si sono accorti che esistono adulti con autismo e fare emergere il problema è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per affrontarlo e migliorare la situazione. Le notizie che giungono da Ferrara ci dicono che il problema sta emergendo anche in Italia. E questa è una buona notizia Alla prossima Daniela
participants (3)
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daniela marianicerati -
Dr Stefano Palazzi -
Famiglia Donato