Desidero portare un piccolo contributo al recente dibattito e scambio di informazioni che si è sviluppato sul sito Autismo-Biologia, chiarendo che comunque sto esprimendo un parere personale. Innanzitutto, la possibilità di sviluppare iPSC (ossia cellule pluripotenti a partire da cellule differenziate) utilizzando la polpa dentaria dei dentini da latte è sicuramente un bel risultato perché non sottopone i bambini ad alcun trauma. Buona anche l'idea di costituire una "banca biologica" di cellule della polpa dentaria, ma non mi sembra che possa servire per un utilizzo a breve termine, come chiarisco di seguito. Infatti, non me la sento al momento attuale di porre eccessive speranze nell'approccio che vede la derivazione di cellule nervose da tali cellule pluripotenti per affrontare uno studio di terapia "personalizzata", o almeno non lo ritengo un approccio universalmente valido. Innanzitutto, ogni anomalia genetica, comprese le traslocazioni osservate nel bambino brasiliano, è riscontrabile per definizione in ogni cellula del paziente e quindi non richiede la laboriosa procedura di derivazione delle iPSC e poi, a partire da queste, di cellule neuronali. Anzi, la corretta procedura di derivazione impone la verifica che le cellule derivate dal paziente abbiano alla fine delle procedure lo stesso assetto genetico di partenza, in quanto le procedure stesse potrebbero indurre delle alterazioni genetiche (artefatti). Quindi si impone un preciso match tra le cellule originarie (ad es. quelle della polpa dentaria) e quelle derivate (es. cellule neuronali) e richiede quindi di partire da una corretta individuazione delle eventuali mutazioni. In secondo luogo, le anomalie genetiche potrebbero non avere gli stessi effetti su tutte le cellule e in particolare su tutti i sottotipi di cellule neuronali, per cui sarebbe utile se mai sapere in anticipo quali sono le cellule neuronali di interesse e cercare di indirizzare il differenziamento delle iPSC verso tali cellule, cosa al momento di difficile attuazione, anche perché in genere il prodotto del differenziamento delle iPSC non origina una popolazione omogenea. Questo punto è fondamentale perché toglie molto valore all'eventuale individuazione di una "terapia personalizzata". Infatti si imporrebbe a) il confronto tra fenotipi cellulari normali e il fenotipo cellulare del paziente (e qui mi riferisco ad esempio alla morfologia ma soprattutto all'esoma, ossia all'insieme degli RNA prodotti); b) il riscontro di differenze CERTE tra il fenotipo normale e quello del paziente (e questo, attenzione, in presenza di popolazioni cellulari non omogenee sia nei normali sia nel paziente); c) l'individuazione di farmaci o di altri interventi terpeutici in grado di ripristinare un fenotipo normale dopo trattamento "personalizzato" in vitro. Non discuto poi le difficoltà di passare dallo studio in vitro allo studio in vivo (es. la difficoltà da parte di molte molecole di attraversare la barriera emato-encefalica). In terzo luogo, se alla base delle anomalie dell'autismo ci fossero delle alterazioni epigenetiche, che non escludono una base genetica, queste sarebbero molto difficili da individuare con l'approccio delle iPSC, in quanto niente garantisce la rispondenza tra l'acquisizione delle modificazioni epigenetiche che si hanno nel corso dello sviluppo e quelle che si hanno in vitro. Il quarto punto che mi rende perplessa è la nota eterogeneità genetica dell'autismo, che svuota l'utilizzo universale di questo approccio (ma che non toglierebbe niente all'approccio personalizzato). Una eterogeneità genetica cui fa riscontro un'impressionante comunanza di sintomi clinici, tali da definire la sindrome dello spettro autistico a dispetto delle differenze genetiche (e, apparentemente, ambientali). E, come si sta vedendo ormai in diversi laboratori, la presenza di alcune caratteristiche fenotipiche di carattere biochimico che sembrano accomunare pazienti sicuramente portatori di microeterogeneità genetiche. In definitiva, ben venga ogni ricerca scientifica seria sull'autismo, ma non è detto che, al momento attuale, questo delle iPSC sia l'approccio più fruttuoso. A tutti l'augurio che il 2015 possa essere comunque un "anno di svolta", che porti a significativi avanzamenti nella ricerca sull'autismo e dia un po' di speranza alle famiglie. Marina Marini (Professore Associato di Biologia Appliocata, DIMES, Scuola di Medicina, Università di Bologna) Il 31/12/2014 20:20, daniela marianicerati ha scritto:
Mi è stato inviato da un iscritto alla lista un messaggio preso dalla rete di cui copio uno stralcio CELLULE STAMINALI per una TERAPIA PERSONALIZZATA A.Alysson Muotri,professore di pediatria all’Universita’ della California, ed i suoi collaboratori hanno sviluppato un metodo per usare le cellule staminali raccolte dalla polpa dei denti per creare cellule staminali pluripotenti (iPS) _Muotri vorrebbe fondare una banca per questo tipo di cellule, derivandole da bambini con autismo; facendo poi differenziare queste cellule in neuroni spera di comprendere i cambiamenti a livello cellulare e molecolare soggiacenti all’autismo. B. B. Di solito le cellule iPS sono derivate da prelievi di pelle, ma la strategia di derivarle da denti di latte evita una biopsia della pelle che puo’ essere traumatica per bambini con autismo; Fin qui il messaggio è corretto. Poi però prosegue C.e’ interessante la possibilita’ che i neuroni derivati da una persona con autismo possano essere usati per selezionare le terapie piu’ utili per quella persona. Sembra che già ora sia possibile per ogni persona con autismo avere una terapia personalizzata con la procedura della riprogrammazione delle cellule. In seguito viene dato il resoconto di uno studio pubblicato nel novembre scorso su Molecular Psychiatry http://www.nature.com/mp/journal/vaop/ncurrent/full/mp2014141a.html
La riprogrammazione delle cellule (dalla polpa dentaria a cellule staminali pluripotenti e poi a neuroni) e’ stata applicata ad un bambinobrasiliano ed i ricercatori hanno scoperto che questo bambino ha una traslocazione nel DNA che riguarda due geni: VPRVP , che e’ coinvolto nel ciclo cellulare ma non e’ espresso nel sistema nervoso, e TRPC6, un canale del calcio espresso in parti delle sinapsi, le connessioni fra i neuroni, durante lo sviluppo-Gli studi di espressione genica hanno rivelato che le cellule iPS derivate dal bambino producevano soltanto la meta’ del quantitativo di proteina normalmente espressa dal gene TRPC6
Si tratta quindi di un caso di autismo in cui è stata individuata una/de novo balanced translocation disruption of TRPC6, a cation channel, in a non-syndromic autistic individual/.
Per scoprire questa mutazione /“Genetic sequencing of TRPC6 in 1041 ASD individuals and 2872 controls revealed significantly more nonsynonymous mutations in the ASD population, and identified loss-of-function mutations with incomplete penetrance in two patients//”./ Anche in questo lavoro quindi si è studiata una condizione monogenica rara. Lo studio delle malattie monogeniche è una delle strade che sta compiendo la ricerca per capire anzitutto le malattie monogeniche stesse risalendo dal gene alla via di cui quel gene fa parte, con la speranza di arrivare alla scoperta di vie comuni alla grande massa dei casi criptogenetici. Una volta scoperte le vie patogenetiche la finalità è quella di cercare dei target su cui agire con i farmaci.
Mi riprometto di tornare sull’articolo che, anche se meno trionfale del resoconto che ne dà la rete, mi pare comunque molto interessante All’anno prossimo Daniela
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