La storia della medicina è piena di sedicenti terapie, utilizzate per secoli, che si sono rivelate alla prova dei fatti inefficaci se non addirittura dannose. Da questa amara constatazione è nata la Evidence Based Medicine, in base alla quale l’efficacia di ogni proposta terapeutica deve essere dimostrata con una metodologia rigorosa: non solo documentare un miglioramento di sintomi ben precisi dopo la terapia, ma confrontare la terapia sperimentale con un’altra terapia, che deve essere o una terapia la cui efficacia è già stata documentata, o il placebo, quando non esiste nessuna terapia di documentata efficacia. Un’altra condizione indispensabile è che i gruppi a confronto siano confrontabili e per ottenere questo bisogna partire da un unico gruppo ed estrarre a caso i componenti del gruppo sperimentale e di quello di confronto. Questo iter è relativamente facile quando si tratta di farmaci, dove è possibile che pazienti e medici non conoscano chi assume il farmaco sperimentale e chi il farmaco di confronto (in inglese si usa il termine blind: cieco). Molto più complicato quando si tratta di riabilitazione, dove bisogna rinunciare alla non conoscenza della terapia da parte dei pazienti (o genitori degli stessi) e dei diretti riabilitatori. Si puo’ però nascondere l’appartenenza all’uno o all’altro gruppo ai professionisti che operano le valutazioni prima e dopo la terapia. Date queste non piccole difficoltà, in molte pubblicazioni sulla riabilitazione questi principi non sono rispettati. Questo fa sì che i risultati di dette sperimentazioni abbiano un valore molto relativo e che la terapia oggetto della sperimentazione non possa pretendere di diventare la terapia erogata dal Servizio Sanitario Nazionale come LEA a tutti i pazienti che si trovano nelle condizioni dei soggetti che partecipano alla sperimentazione di cui è testata l’efficacia. Uno dei principi etici della Medicina moderna è che, quando di una terapia si è documentata l’efficacia, è etico offrirla per prima a tutti coloro che si trovano in quella condizione. Ho fatto questa lunga premessa per presentare il seguente lavoro Valeri, G., Casula, L., Menghini, D. et al. Cooperative parent-mediated therapy for Italian preschool children with autism spectrum disorder: a randomized controlled trial. Eur Child Adolesc Psychiatry (2019). https://doi.org/10.1007/s00787-019-01395-5 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31549310/?from_single_result=Cooperative+par... Si tratta del resoconto di una sperimentazione che ha documentato, rispettando i principi sopra menzionati, l’efficacia del coinvolgimento attivo dei genitori nella terapia di bambini italiani con autismo di età dai due ai sei anni. Ritengo che questo lavoro sia molto importante per diversi motivi 1) Si è cercato di lavorare su un campione discretamente omogeneo, per ovviare a quella eterogeneità dei casi di autismo che rende impossibile confrontare i risultati anche al di dentro della stessa classificazione. Per arrivare a questo risultato si sono esplicitati chiari criteri di inclusione ed esclusione per entrare nel gruppo della sperimentazione. 2) Si è operata la randomizzazione partendo su questo gruppo. Questo metodo è la regola nelle sperimentazioni dei farmaci, mentre è molto raro per le sperimentazioni non farmacologiche nell’autismo 3) Il gruppo di controllo non resta senza terapia (il che sarebbe non etico) ma è sottoposto alla cosiddetta terapia “as usual”, che viene ben specificata, cosa che manca in molti lavori simili, dove si dice terapia “as usual” e non si sa bene cosa contenga quell’”usual”. 4) I valutatori non conoscono la terapia che faranno o hanno fatto i bambini 5) Si tratta di un lavoro fatto in Italia e, se questo puo’ non essere importante per i farmaci, lo è moltissimo per una terapia abilitativa, che risente inevitabilmente del contesto educativo e sociale nel quale la terapia viene erogata. 6) Ritengo importante anche il fatto che gli autori dichiarino di non avere conflitto di interessi. Sottolineo questo perché nelle riviste di medicina è obbligatoria questa dichiarazione, che non preclude la pubblicazione nel caso il conflitto ci sia, ma esige che sia dichiarato. In diverse riviste di psicologia non ho visto questa dichiarazione, mentre conoscevo alcuni autori che già procuravano a pagamento la terapia oggetto della sperimentazione e in questo io vedevo un chiaro conflitto di interessi. Avrei molte altre osservazioni da fare, ma per ora mi limito a tradurre l’abstract e tornerò sull’argomento in mail successive. Abstract (traduzione della sottoscritta, Daniela Mariani Cerati) L’intervento mediato dai genitori è da tempo largamente usato per i bambini con disturbi dello spettro autistico (ASD) in età prescolare. Studi precedenti indicano effetti da modesti a moderati sulle abilità comunicative, ma con un’ampia eterogeneità che richiede ulteriore ricerca. In questa sperimentazione randomizzata controllata (RCT), la terapia cooperativa mediata dai genitori (CPMT), un programma individualizzato supervisionato per bambini piccoli con ASD, è stata somministrata a bambini in età prescolare. Tutti i bambini ricevevano lo stesso intervento psicosociale a bassa intensità (LPI), che veniva erogato a casa e a scuola, per poi valutare il potenziale beneficio addizionale della CPMT. Trentaquattro partecipanti con ASD, di cui 7 femmine, di età compresa tra 2 e 6,11 anni, e i loro genitori sono stati inclusi nella sperimentazione. L’esito principale, valutato in cieco, era costituito dalle abilità socio comunicative, valutate usando il punteggio dell’algoritmo ADOS-G SC. Gli esiti secondari includevano la severità dei sintomi ASD, le abilità di linguaggio valutate dai genitori, i problemi emozionali/comportamentali e lo stress dei genitori riportato dagli stessi. Le valutazioni venivano fatte prima e subito dopo il trattamento (a sei mesi) da un team multidisciplinare indipendente. I risultati hanno documentato che il CPMT mostrava un beneficio addizionale rispetto al LIP con miglioramenti significativi , valutati in cieco, dell’esito primario, le abilità socio-comunicative, e di alcuni esiti secondari come la severità dei sintomi di ASD, i problemi emozionali e lo stess genitoriale correlato con l’interazione disfunzionale genitore-figlio. Non è stato invece rilevato nessun beneficio addizionale per le abilità di linguaggio. I dati del nostro RCT mostrano che il CPMT dà un addizionale significativo beneficio per un trattamento a breve termine sui sintomi propri dell’ASD, se confrontato con un gruppo di controllo attivo che riceve solo LPI.