Carissimi, Stefano Palazzi segnala che l'area delle "disabilità" è un'area che la Psichiatria italiana ha, nel suo complesso, per così dire "dismesso". Ha in sostanza ragione, malgrado esistano, certamente, alcune realtà locali anche pregevoli -promosse grazie a sensibilità personali- che fanno eccezione. Le ragioni di questa storica "dismissione" e dell'attuale difficoltà a ri-assumersi i propri compiti non stanno solo in una questione di scarso aggiornamento. Lo scarso aggiornamento sembra essere, più che altro, una conseguenza. Va detto, comunque, che lo scarso aggiornamento di conoscenze (o, in molti casi, vera e propria ignoranza sugli sviluppi delle conoscenze sull'autismo) dilaga, per così dire, a 360 gradi… non è peculiarità, come anche una nostra recente indagine ha confermato, solo della psichiatria, ma è egualmente distribuito tra tutti gli operatori "psi" dei "servizi" (psicologi e neuropsichiatri infantili inclusi). Le radici di questa storica dismissione e di questi ritardi sono molteplici e complesse. Di fatto, la psichiatria è andata in un'altra direzione. I suoi settori più innovativi si sono concentrati, per decenni, su altre questioni ed ora, oberata com'è non solo dal suo ritardo circa le disabilità, ma anche da innumerevoli ristrettezze e problemi (fra i quali, recentemente, le potenti spinte neo-manicomiali e la fortissima richiesta di "controllo sociale") fa indubbiamente fatica a recuperare. Di questa difficoltà di ricezione ne sa del resto qualcosa il nostro gruppo, che dal 1998, da quando esiste il Laboratorio Autismo del nostro Dipartimento, vox clamantis in deserto, si occupa sistematicamente, sia sul piano della ricerca che dell'assistenza, di evoluzione dell'autismo nell'età adulta. Sarà dunque necessario riflettere seriamente sui percorsi che stanno alle nostre spalle e lavorare con competenza e dimostrata efficacia dall'interno delle nostre discipline, se vogliamo a poco a poco modificare le cose. L'Italia, poi, come è noto, è un paese a fortissimo tasso ideologico. In questo caso, alcuni nobili principi, genericamente e ingenuamente assunti (inclusione sociale, parità di diritti....) hanno sortito un esito paradossale. Essi, da indicatori etici di carattere generale, da realizzare al meglio tenendo conto delle specifiche caratteristiche di ciò di cui ci si occupa, si sono trasformati in molti casi, per quel che riguarda l'autismo negli adulti, in pregiudizi ideologici che hanno ritardato, invece di favorirla, una seria riflessione su quali siano condizioni e contesti specifici che consentano davvero vita di buona qualità, costante tensione abilitativa e il massimo di relazionalità possibile per persone adulte con autismo, in particolare con autismo grave. Questi pregiudizi ideologici hanno lasciato largo e proficuo pascolo ai nuovi venditori di metodi e di illusioni. Hanno alimentato false credenze scientificamente infondate -cioè che con questo o quel metodo si possa sostanzialmente sanare la radicale disabilità sociale autistica. Hanno favorito il deserto attualmente esistente di buoni contesti e buone pratiche e consentito alibi alla latitanza e all'opportunismo delle amministrazioni e, in generale, del sistema del welfare, che ha scaricato il peso, ancora una volta, sulle famiglie. Basti pensare all'enorme, insensata, sciocca opposizione che ancora trova la progettazione di luoghi residenziali di vita e abilitazione permanente realmente adatti a persone adulte autistiche gravi, cioè che tengano conto delle specificità e delle caratteristiche nucleari dell'autismo, dei suoi bisogni e anche del fatto che, per buona parte almeno delle persone con autismo, questo problema è, in realtà, un problema in prospettiva, assolutamente ineludibile. Si è continuato così ad illudersi e ad illudere che il compito fosse quello (praticamente quasi impossibile) di genericamente "adattare" al mondo persone autistiche in cui i fondamenti stessi di socialità, intersoggettività, intenzionalità, organizzazione coerente dell'esperienza ecc. sono basalmente in questione e necessitano di una continua facilitazione. Perché, invece, non si è pensato, all'opposto, di adattare il mondo a loro, creando contesti condivisi e sociali non istituzionali, organizzati ed aperti, adatti alle loro caratteristiche.....in grado di sintonizzarsi su di esse per espandere nei limiti del possibile capacità, relazionalità ecc. ? Insomma, c'è una grande riflessione e una enorme revisione di pregiudizi e luoghi comuni da fare.... Ma intanto, forse qualcosa nella Psichiatria comincia a muoversi e alcuni segnali interessanti recenti ci sono stati. Tra di essi: alcuni mesi fa il prof. Maj, attuale presidente della World Psychiatric Association, ci chiese un saggio sull' autismo nell'età adulta per un numero di Noos, la rivista di divulgazione psichiatrica più diffusa (arriva praticamente sul tavolo di tutti gli psichiatri italiani), dedicato al tema: "Fattori specifici e aspecifici della riabilitazione psicosociale”. Il numero è ora in distribuzione, con una bella introduzione di Mario Maj e contiene anche le 40 pagine del nostro saggio: "L’autismo a partire dalla sua evoluzione nell’età adulta: nuove conoscenze, criticità, implicazioni abilitative" (autori: Barale F, Politi P, Boso M, Broglia D, Orsi P, Pace A, Ucelli di Nemi S), che dopo aver descritto l'evoluzione recente delle conoscenze sull'autismo, descrive ciò che si sa della sua evoluzione nell'età adulta, analizzando problemi, criticità e implicazioni abilitative. Su questa base, nella seconda parte dell’articolo vengono poi esposti ragioni, metodi e risultati dell’esperienza di Cascina Rossago, farm community per adulti con autismo. Speriamo che a qualcosa possa servire, per il problema di ricezione di cui stiamo discutendo Molti cordiali saluti a tutti Marianna Boso DSSAP, Sezione di Psichiatria Dipartimento di Fisiologia e Neuroscienze Università di Pavia PS L'articolo ovviamente è a disposizione di chi ne fosse interessato