Gentile Giuseppe, comprenda che rispondere richiede certo tempo, pertanto proverò in modo più sintetico. Premetto che non si devono avere "attriti". I saperi valgono in misura dei presupposti o punti di vista o aree di ragionamento provilegiato. Chi esprime certezze è - quasi sempre - un incerto. Alla stessa maniera, scriveva la S. Sapir: "la certezza diagnostica nasconde l'incertezza del diagnostico". Ciò non vuol dire che non esiste la scienza (biezione che certo non le attribusco) ma che la scienza è critica, circostanziata, relativa ai fenomeni complessi (non semplici). Come disse il Papa al Marchese del Grillo: la perfezione non è di questo mondo. Altro problema: gli sfondi teorici includono parole e forme lesiscali, quindi lei usa parole con significato non omogeneo a quello che attribuisco io. Tra Comportamentismo (e lei mi pare neocomportamentista) e cognitivismo c'è poca compatibilità concettuale. Circa alcune domande: 1. Il Trattamentpo Abilitativo (terapia, didattica, training, riabilitazione, ecc.) ha una intensità (altrimenti non serve), ovviamente spinge un pò sopra la soglia evitando la reazione opposta (la quale si memorizza nei neuroni). Qual è la regola? Controllare, e spingere quanto basta. mai fermarsi al primo segnale, rinunciare, supplire, sostituire, "faccio io per te", "questo non lo fai", l'importante è la socialità, ecco calcolatrice, tastiera, usciamo dall'aula ad ogni piccola resistenza, ecc. Ovviamente prevale il buon senso ed il controllo "clinico" (ai piedi del letto). Non la rinuncia o il pronto demordere. 2. Pausa zero (concetto ricavato da Piaget, il quale indica le possibili difficoltà a fronte di pausa, vuoto e zero): essa va prevenuta, costruita, tramite una conduzione che anticipa ciò che si farà, ad evitare pausa e ripartenze.Il soggetto autistico/disprassico ha l'incipit lento, quindi riparte lento (si chiama neuroattivazione, ovvero "potenziali evocati"). L'autismo è anzitutto uul disturbo prassico-motorio. 3. La giusta tensione non si misura, non è oggetto d psicometria, ma si apprezza, si valuta con criteri qualitativi (ma qui credo che lei non concordi). 4. L'elementismo è figlio (in ordine) di: empirismo . associazionismo - comportamentismo - neurocomportamentismo. Corrisponde all'induttivismo, dalla parte al tutto, dal dettaglio all'insieme (cioè proprio in quella direzione che costituisce un disturbo nello spettro, un sintomo negativo). Però ... nel paziente anziano ... nel cerebroleso .... 5. Sulla lettura fonico-sillabica, che è una "non-lettura" mi riferisco a tutti quelli che la sostengono come strategia normale ed ottimale. Per noi è l'esatto cotrario. Cade su lettera e sillaba chi non riesce a prendere l'intero (parola o sintagma o enunciato). Se cadi sulla lettera sei poi elementista, ecc. Se non scorri bene da sinistra a destra .... ti fermi, inciampi, sostituisci, banalizzi... 6. Il suo punto 6 è erroneo: a. nel piglio, perché lei deve ragionare non fare costrutti suoi sulle parole degli altri; b. nel senso, pausa zero e giusta tensione servono a tutti ed a tutti i trattamenti, ad ogni età e condizione, una modalità di cobnduzione non un fattore strategico-cognitivo. Perdoni, anche io uso parole diverse dalla sue, per cui in questi scambi c'è una normale dispersione di senso. La leggo con piacere, anche se ho bisogno di qualche giorno. Cordiali saluti e ringraziamenti alla Rete. Prof. Piero Crispiani Il 20/10/2026 14:21, joe Genovese attraverso autismo-biologia ha scritto:
Gentili Amministratori, gentile Carmen, gentile Prof. Crispiani, ringrazio gli amministratori per il generoso spazio concesso, che permette di rispondere a interrogativi selezionati e non, utili a un sapere condiviso. Ringrazio nuovamente il Prof. Crispiani per il piacevole confronto, certo che ognuno di noi si muova per il meglio della persona che ha accanto, che è poi il modo più concreto di servire il bene comune. Se vorrà, riprendo le domande rimaste aperte, che credo interessino soprattutto le famiglie:
1. Quali segnali indicano che è il momento di fermarsi? 2. Come si mette in pratica la pausa-zero con un bambino in crisi? 3. Come si riconosce, e come si misura, la giusta tensione? 4. Lei scrive che procedere in modo elementista «a volte ci vuole, altre volte no»: quando ci vuole e quando no, e su quali studi si fonda questa distinzione? 5. Lei scrive che chi si ferma sulla lettera «non è una lettura» e che questo «non va favorito»: a quali lavori si riferisce? 6. Nel febbraio 2024, in questa lista, lei scriveva che «quando si parla di autismo bisogna distinguere i casi ed i livelli» e che gli approcci di ambito cognitivista di cui si occupa «non sono adeguati per i casi severi»: come si concilia quella distinzione con la pausa-zero e la giusta tensione proposte il 10 ottobre per le crisi da sovraccarico?
Ipercinesia, ADHD e certificazioni sono temi importanti, che meritano ciascuno un filone proprio; per non disperdere questo, li lascio da parte. Con la promessa, per quanto possibile, di riprenderli nei loro filoni di discussione in maniera più completa. Grazie anche a Carmen: il suo messaggio ci ricorda per chi scriviamo. E poiché questo è uno spazio di condivisione, proverò a condividere in forma completa, approfittandone per esprimermi in maniera un po’ più libera e ampia. Dal sapere condiviso, comune e specialistico, nascono le diverse professionalità. Ognuno, secondo le proprie attitudini, prova poi a mettere a disposizione di tutti ciò che di utile ed efficace ha compreso. Per questo mi avventurerò soltanto lì dove ho provato con mano e ho studiato, sapendo che esiste molto altro. Non entrerò nel merito del metodo elaborato dal Prof. Crispiani, né della Gestalt, che non conosco così a fondo e non ho mai sperimentato. Tanto più per questo, credo invece sia utile conoscere meglio la sua visione: non davvero per frettolosa curiosità, né come una lezione da imparare a memoria, ma per accrescere un sapere da divulgare e integrabile. Da parte mia porterò ciò di cui sono ragionevolmente certo, senza fare lezioni e senza parlare per conto di Skinner, di Hanley o di Alessandro Magno. Il Prof. Crispiani ricorda che la pedagogia, come scriveva Cesare Scurati, soffre di un’«alta polisemia semantica», tanto che, aggiunge, «si può dire “ognuno la dice come vuole”». Su questo siamo d’accordo, ed è proprio per questo che vorrei chiarire il senso di alcuni termini e richiami. Anzitutto, non mi riferivo a Watson. Ma vale la pena capire perché viene richiamato, dal Professore come da altri. John B. Watson (1878-1958) fu uno psicologo americano: si addottorò in psicologia all’Università di Chicago nel 1903, con una tesi sull’apprendimento nei ratti in rapporto allo sviluppo del sistema nervoso, e dal 1908 diresse il dipartimento di psicologia della Johns Hopkins University. Nel 1913, in una conferenza alla Columbia University, «La psicologia come la vede il comportamentista» (/Psychology as the Behaviorist Views It/), diede il nome di comportamentismo a uno studio oggettivo del comportamento che altri, prima di lui, avevano già avviato con metodi sperimentali. Per questo è ricordato come il «padre del comportamentismo», anche se la storia è più complessa. Nel 1920 lasciò l’università e passò alla pubblicità. Nel suo /Behaviorism/ (edizione del 1930) Watson scrisse una frase rimasta celebre: «Datemi una dozzina di bambini sani», e prometteva di farne qualunque specialista. Mancava solo che aggiungesse «e vi farò vedere io». Quella prova non la fece mai, e nello stesso passo ammetteva: «sto andando oltre i miei dati, e lo ammetto». Watson aveva un’assoluta fiducia negli aspetti meccanicistici, e a quella fiducia cieca si deve il suo sbattere contro il muro. Da qualcuno viene preso ancora oggi come caposaldo dell’analisi del comportamento, e usato per metterne in luce gli aspetti negativi. Eppure la distinzione forse più solida è proprio quella tra Watson e Skinner. Watson riteneva che gli eventi privati non si potessero studiare scientificamente. Skinner invece li incluse: pensieri, sentimenti ed emozioni sono anch’essi comportamento, e seguono le stesse leggi dell’apprendimento. Sapere questo dovrebbe almeno farci sorgere un dubbio: come si concilia con l’accusa di trascurare i sentimenti? Credo che anche qui ci sia un’incomprensione di fondo all'origine. Skinner non usava etichette come angoscia, frustrazione, forza di volontà, paura o amore per spiegare il comportamento: le considerava comportamenti da spiegare a loro volta. Molti richiamano questo per sostenere che Skinner trascura molte parti dell'assere umano e non prende in considerazione il pensiero. Per Skinner in realtà anche un pensiero è osservabile, ma da una persona sola: chi lo pensa. Da questo modo di osservare si può intuire come il lavoro sulla mente, su quella che viene anche chiamata psiche, sia possibile, ma ciascuno per sé. Sul campo e su soggetti esterni da noi, poi, si lavora su ciò che è osservabile da tutti e si può misurare, una volta trovato il metro e concordata l’unità di misura: è questo che, a mio avviso, si può mettere nelle mani degli educatori. I Greci la chiamavano /téchne/: la pratica che passa per le mani, unita al sapere raccolto da chi è venuto prima. Proviamo però a spiegare più da vicino la /téchne/. La complessità non si può ridurre, né è qualcosa dietro cui nascondersi: va maneggiata nella sua complessità, circoscritta un po’ come la natura delimita le montagne nel perimetro della loro complessità esplorabile. All’inizio tutto è difficile, prima di diventare successivamente facile, come scalare una montagna; e anche ciò che appare facile nasconde complessità profondissime. Raccogliere fiori, ad esempio. All’inizio non sei che un bambino, e segui il papà nei prati e nei boschi. Non puoi giocare: solo ogni tanto, nelle pause, ti è concesso giocare lì vicino, perché devi aiutarlo. E allora guardi come taglia e dove cerca i fiori; e visto che, mentre aiuti il papà, altri giochi da fare non ce ne sono e non c’è nessuna pausa, quello diventa il gioco: raccogliere fiori, andare a lavorare con il papà. Vicino a lui, giorno dopo giorno, guardi come si cammina nei boschi, come e dove trovare le erbe, le gemme, quando raccoglierle. Nelle pause porti tesori e scoperte che a volte sorprendono anche il tuo papà; ti prendi una stropicciata ai capelli, «Bravo il mio ometto! Ma rimettiamoci al lavoro», e si ricomincia. Ti vengono dati gli strumenti per provare anche tu, sempre di più, e andare a raccogliere fiori diventa qualcosa di una certa complessità. La curiosità cresce, e le persone che hanno raccolto fiori sono tantissime: così un giorno ti rechi nella biblioteca di Alessandria a leggere i rotoli in cui altri raccoglitori di fiori hanno fermato ciò che sapevano. Raccogli tutta la pratica nelle mani e attingi a tutto il sapere disponibile. A questo punto hai la /téchne/. Resa fluente, la /téchne/ può portare allo stadio di Artista e di Guida, che però non si può insegnare se non nei suoi prerequisiti. Diffido dei corsi per diventare Re o Grandi Saggi. Di professione sono un Educatore Specializzato in tecniche comportamentali, "fatto" in gran parte di analisi del comportamento e, per il resto, dell’umanità e del sapere personale e culturale che mi hanno formato e che ho potuto esplorare, il più delle cose mi rimane ignoto, quella di cui provo a riferire è solo la mia esperienza di pratica ventennale nel campo dei "Comportamenti sfidanti" e delle neurodiversità. Il mio riferimento operativo in questo senso è il filone che «nasce» con Skinner e con /Il comportamento degli organismi/ (/The Behavior of Organisms/, 1938) e arriva fino ai nostri giorni. L’approccio di cui parlo si chiama analitico-comportamentale perché analizza a che cosa serve un comportamento e mostra con i dati che il cambiamento è dovuto all’intervento, non alla crescita del bambino o al semplice esercizio. È il senso in cui usa la parola la disciplina che porta questo nome, l’analisi del comportamento (Baer, Wolf e Risley, Journal of Applied Behavior Analysis, 1968, doi:10.1901/jaba.1968.1-91). Le parole veicolano, il comportamento opera: per questo lo chiamiamo operante. La distinzione tra metodi analitici e sintetici appartiene invece alla didattica della lettura, ed è un’altra questione. Lì aggiungo solo due dati. Per le prime classi, la Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022 raccomanda proprio la fusione in grafemi, fonemi e sillabe. E l’italiano non è una lingua opaca: nei confronti europei è tra le ortografie più trasparenti, quelle in cui a ogni lettera corrisponde quasi sempre lo stesso suono (P.H.K. Seymour, in M.J. Snowling e C. Hulme, The Science of Reading, Blackwell, 2005). Le parole, del resto, continueranno ad arrivare, e le incomprensioni nascono in due modi. Il primo è una parola che, tradotta, somiglia a un’altra. Un esempio: lo studio di Hanley e collaboratori che ho citato il 10 ottobre parla di analisi «sintetizzate» (synthesized). Lì la parola non ha nulla a che vedere con il metodo sintetico della lettura: indica che in una sola condizione si combinano le variabili che mantengono un comportamento. In italiano, invece, «sintetico» vuol dire anche breve, o perfino artificiale. Il secondo modo è più sottile: parole e gesti conosciuti cambiano valore con il contesto, e infatti il comportamento verbale sembra funzionare come ogni altro comportamento. Se agiti le braccia dalla vetrina di un negozio verso un amico che passa, lui ti saluterà; se fai lo stesso al largo, dopo una nuotata in mare, trascinato dalle correnti, speriamo che il bagnino non risponda con un saluto. Succede anche con le parole più comuni del nostro campo. Nello studio di Hanley, «in una sola condizione» non vuol dire che si guardi una situazione sola: quella condizione riproduce le situazioni in cui il comportamento compare davvero, e si confronta con una condizione di controllo, in cui ciò che il bambino cerca è già disponibile senza che debba ottenerlo con quel comportamento. Le altre situazioni esistono tutte; semplicemente, non è lì che il problema si presenta. Mi perdonerete l’attitudine all’operatività. Sono figlio di operai e di creativi, cresciuto con il mito "solo la fantasia ci può fermare!", e la tecnica, quella che si impara con le mani, è un richiamo a cui non so resistere, all'inizio la parte della fatica ti viene presentata come parte poco rilevante ma poi si accumula e si scopre che anche quella richiede ancor più questa /techne/. Con il tempo ho studiato a fondo anche i nomi di ciò che ho praticato ogni giorno con i miei utenti. Ho incontrato in mille forme le incomprensioni di linguaggio, proprio come quelle che ho il piacere di affrontare qui, serenamente, e alle quali mi piacerebbe dare un contributo di chiarezza. Sono attriti che bloccano la comprensione e il sapere che si vuole divulgare. L’uomo, a mio avviso, è uno degli organismi più complessi in natura: il più misterioso conduttore di elettricità, sede di processi chimici e di infiniti altri misteri, che tutti, su una via o sull’altra, ci ritroviamo a esplorare. Chiunque può portare il suo contributo. Questo, infine, anche per riprendere le parole della signora Carmen, che tante volte vorrebbe intervenire in questo spazio comune e poi si trattiene. Capisco bene: il tempo da dedicare alla rete non si concilia sempre con le necessità operative della vita. Da parte mia ho avuto più tempo del solito per immergermi in dialoghi davvero stimolanti, con molto piacere e con la speranza che possano essere utili. Sarebbe un grande traguardo se già in questo gruppo nascesse quella visione critica capace di comprendere a fondo, in cui ciascuno dichiari il senso che dà alle parole, e a ogni parola si dia quel senso, e non altri; e credo che ci siano tutti i presupposti. Spero di cuore di aver contribuito a fare chiarezza su questioni che possano interessare molti. Se il Prof. Crispiani avrà modo, leggerò con piacere, come immagino anche altri, le sue risposte e le sue conoscenze. Mi accorgo, arrivato qui, di aver occupato parecchio spazio, e lo confesso con un po’ di imbarazzo: mi sono lasciato prendere la mano. Chi è arrivato fin qui merita un ringraziamento a parte. La prossima volta proverò a essere meno prolisso e più attento ai tempi di lettura di tutti; e se ci saranno domande o richieste di chiarimenti in genere, sarò felice di rispondere. Cordialità a tutti, Giuseppe
------------------------------------------------------------------------ *Da:* Piero Crispiani attraverso autismo-biologia <[email protected]> *Inviato:* Lunedì, 19 Ottobre, 2026 21:08 *A:* [email protected] <[email protected]> *Oggetto:* [autismo-biologia] Re: strategie educative con allievi speciali
Ringrazio Daniela e le persone che interagiscono, quindi il sig. Giuseppe che è ricco di interrogativi selezionati. Le questioni sono importanti anche perché la Pedagogia - non tutti ne prendono atto - reca un forte ritardo nella semantica, selezione delle aprole, univocità, scriveva Cesare Scurati "alta polisemia semantica", si può dire "ognuno la dice come vuole". Certamente sto un pò esagerando, ma i casi di analitico e sintitico, inclusivo integrativo, intellettivo e cognitivo ce lo rivelano. Ipercinesia ed ADHD ... vengono discriminati? Vogliamo dire della ipercertificazione e della conseguente dispersione dei sostegni? Cognitivo e cognitivista, sarebbe come fioraio e fiorista ... ma lo si trascuira. Piero Crispiani
Il 19/10/2026 19:07, nemrac 18 attraverso autismo-biologia ha scritto:
Assolutamente d'accordo Daniela ,grazie come sempre per i tuoi validi interventi e mille grazie a persone Speciali come Giuseppe e Crispiani....tante volte vorrei intervenire in questi confronti ,ma poi mi trattengo per le stesse motivazioni , invece sono proprio i confronti e le rispettive conoscenze che possono poi aiutare noi famiglie. Cordiali saluti e buona serata a tutti! Carmen Ps continueremo a leggere con molto interesse sempre persone come voi...
Il Lun 19 Ott 2026, 17:57 daniela attraverso autismo-biologia <[email protected] <mailto:[email protected]>> ha scritto:
Il 2026-10-18 20:48 Piero Crispiani attraverso autismo-biologia ha scritto: > Gentile Giuseppe, > non ho risposto a tutte le questioni perché non voglio abusare di > questa lista che - gentilmente - ci ospita (e ci da anche un > servizio).
Per me questa discussione è molto interessante e confesso che ho imparato molto. Si sente che entrambi, Piero e Giuseppe, hanno solide teorie, ma anche e soprattutto una grande esperienza di allievi “speciali”, con i quali hanno applicato strategie cucite sul loro profilo funzionale. Entrambi condividono con gli iscritti alla lista il loro patrimonio di cultura ed esperienza. Se loro vorranno continuare a scrivere, noi continueremo a leggere Daniela MC _______________________________________________ Lista di discussione autismo-biologia To unsubscribe send an email to [email protected] <mailto:[email protected]> Autismo-biologia e' una lista di discussione promossa dall' A.P.R.I., Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l'autismo e il danno cerebrale. www.apriautismo.it <http://www.apriautismo.it/>
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