nuovo approccio allo studio e alla terapia delle malattie psichiatriche?
Scrive Cristina Panisi “La speranza che condivido con Voi è che un crescente numero di esperti farmacologi, ricercatori e clinici accolga l’appassionante sfida di una medicina personalizzata rivolta alle persone nello spettro, non fermandosi alla parte emergente dell’iceberg, ma provando il desiderio di guardare ciò che sta sotto, individuando sottogruppi che condividono le medesime anomalie biochimiche, non solo gli stessi sintomi” In sintonia con quanto scrive Cristina Panisi, condivido qualche riflessione che ho fatto con l’amico farmacologo Un articolo del 2013 DAVID ADAM “On the spectrum” 416 | NATURE | VOL 496 | 25 APRIL 2013 e uno del 2015 BY THOMAS R. INSEL, BRUCE N. CUTHBERT “Precision medicine comes to psychiatry” SCIENCE 1 MAY 2015 : 499-500 discutono di un nuovo approccio allo studio ( e terapia) delle malattie psichiatriche, che potrebbe nei prossimi anni trovare (con una difficile transizione) una applicazione, più che in una “Precision medicine” in senso stretto, proprio per un diverso approccio alla malattia e alla cura. L’approccio si chiama RDoC (Research Domain Criteria), che di fatto risale a un progetto del 2010 denominato “NIMH Research Domain Criteria Project” che si contrappone al DSM come standard per definire le malattie psichiatriche nella richiesta di grants a NIH Mini storia. Da circa 20 anni, gli psichiatri hanno iniziato a usare i farmaci non in base ai rigidi criteri diagnostici di DSM 1-5 ““We need to give researchers permission to think outside these traditional silos”, ma in base a quello che vedevano, soprattutto nella risposta ai farmaci. Si sono accorti, cioè, che farmaci non “appropriati” potevano essere efficaci in patologie alle quali non erano inizialmente diretti (qui off label impera). Si sono accorti, nello stesso tempo (un po’ uovo e gallina) che nessuna malattia psichiatrica era “pura”, ma era il risultato di un assommarsi di sintomi o forse è meglio dire comportamenti, che erano considerati comportamenti tipici di altre patologie. Nel lavoro di Insel e Cuthbert c’è una bella figurina che spiega meglio di molte parole.. Contemporaneamente, si è sviluppato il concetto che le malattie psichiatriche siano un continuum, e che i sintomi si sovrappongano e/o passino da una malattia all’altra “Research suggests that mental illnesses lie along a spectrum — but the field’s latest diagnostic manual still splits them apart”. Qui ci sarebbe una bella figura nel lavoro di Adam Perché NIH ha fatto questo? Da una parte per quello che abbiamo detto, ma anche per un problema di ricerca Sappiamo benissimo che non esistono modelli sperimentali per la “schizofrenia”, l’”autismo” e una serie di altre patologie. Sappiamo però che esistono modelli di alterazioni cognitive, di alterazione dell’umore, di depressione e soprattutto approcci rivolti a valutarne alcuni meccanismi (vedi Research Domain Criteria: cognitive systems, neural circuits, and dimensions of behavior , Sarah E. Morris, Bruce N. Cuthbert, Dialogues Clin Neurosci. 2012;14:29-37) ) nell’animale, ma es con imaging, anche nell’uomo Cosa dice NIH ai ricercatori: dice di studiare le malattie e le terapie come rivolte a somme di singoli comportamenti (o sintomi) che possono avere un modello e magari anche essere studiati e, come singoli, essere corretti (terapia) La terapia allora diventerebbe la somma delle terapie di singoli pezzi Cioè, un approccio più razionale a quello che ora fanno gli psichiatri direttamente sul campo e in base alla loro esperienza. Insel e CUTHBERT , dopo avere constatato la scarsa utilità dei sistemi diagnostici in uso sia per la ricerca che per la pratica clinica, auspicano che si passi dalle diagnosi (terapie) attuali basate sui sintomi globali, a diagnosi (terapie) basate sul convergere di sintomi /comportamenti che abbiano una base biologica e che pertanto predicano una risposta alla terapia “An early promising result from this project has emerged from studies that deconstruct current diagnostic groups to identify subgroups that have biological validity, and predict treatment response” Sono passati sei anni da quando è stato pubblicato quell’articolo, ma purtroppo si sono fatti pochi passi in quella direzione. Bisogna andare alla ricerca del tempo perduto Daniela MC
F I N A L M E N T E !!!!! c segue ipotesi sul perchè per tanto tempo si è usata la classificazone sintomatologica.....: scrivo subito. Aurelia Il giorno lun 22 mar 2021 alle ore 17:02 daniela <[email protected]> ha scritto:
Scrive Cristina Panisi
“La speranza che condivido con Voi è che un crescente numero di esperti farmacologi, ricercatori e clinici accolga l’appassionante sfida di una medicina personalizzata rivolta alle persone nello spettro, non fermandosi alla parte emergente dell’iceberg, ma provando il desiderio di guardare ciò che sta sotto, individuando sottogruppi che condividono le medesime anomalie biochimiche, non solo gli stessi sintomi”
In sintonia con quanto scrive Cristina Panisi, condivido qualche riflessione che ho fatto con l’amico farmacologo Un articolo del 2013 DAVID ADAM “On the spectrum” 416 | NATURE | VOL 496 | 25 APRIL 2013 e uno del 2015 BY THOMAS R. INSEL, BRUCE N. CUTHBERT “Precision medicine comes to psychiatry” SCIENCE 1 MAY 2015 : 499-500 discutono di un nuovo approccio allo studio ( e terapia) delle malattie psichiatriche, che potrebbe nei prossimi anni trovare (con una difficile transizione) una applicazione, più che in una “Precision medicine” in senso stretto, proprio per un diverso approccio alla malattia e alla cura.
L’approccio si chiama RDoC (Research Domain Criteria), che di fatto risale a un progetto del 2010 denominato “NIMH Research Domain Criteria Project” che si contrappone al DSM come standard per definire le malattie psichiatriche nella richiesta di grants a NIH
Mini storia. Da circa 20 anni, gli psichiatri hanno iniziato a usare i farmaci non in base ai rigidi criteri diagnostici di DSM 1-5 ““We need to give researchers permission to think outside these traditional silos”, ma in base a quello che vedevano, soprattutto nella risposta ai farmaci. Si sono accorti, cioè, che farmaci non “appropriati” potevano essere efficaci in patologie alle quali non erano inizialmente diretti (qui off label impera). Si sono accorti, nello stesso tempo (un po’ uovo e gallina) che nessuna malattia psichiatrica era “pura”, ma era il risultato di un assommarsi di sintomi o forse è meglio dire comportamenti, che erano considerati comportamenti tipici di altre patologie.
Nel lavoro di Insel e Cuthbert c’è una bella figurina che spiega meglio di molte parole.. Contemporaneamente, si è sviluppato il concetto che le malattie psichiatriche siano un continuum, e che i sintomi si sovrappongano e/o passino da una malattia all’altra “Research suggests that mental illnesses lie along a spectrum — but the field’s latest diagnostic manual still splits them apart”. Qui ci sarebbe una bella figura nel lavoro di Adam
Perché NIH ha fatto questo? Da una parte per quello che abbiamo detto, ma anche per un problema di ricerca Sappiamo benissimo che non esistono modelli sperimentali per la “schizofrenia”, l’”autismo” e una serie di altre patologie. Sappiamo però che esistono modelli di alterazioni cognitive, di alterazione dell’umore, di depressione e soprattutto approcci rivolti a valutarne alcuni meccanismi (vedi Research Domain Criteria: cognitive systems, neural circuits, and dimensions of behavior , Sarah E. Morris, Bruce N. Cuthbert, Dialogues Clin Neurosci. 2012;14:29-37) ) nell’animale, ma es con imaging, anche nell’uomo
Cosa dice NIH ai ricercatori: dice di studiare le malattie e le terapie come rivolte a somme di singoli comportamenti (o sintomi) che possono avere un modello e magari anche essere studiati e, come singoli, essere corretti (terapia) La terapia allora diventerebbe la somma delle terapie di singoli pezzi Cioè, un approccio più razionale a quello che ora fanno gli psichiatri direttamente sul campo e in base alla loro esperienza.
Insel e CUTHBERT , dopo avere constatato la scarsa utilità dei sistemi diagnostici in uso sia per la ricerca che per la pratica clinica, auspicano che si passi dalle diagnosi (terapie) attuali basate sui sintomi globali, a diagnosi (terapie) basate sul convergere di sintomi /comportamenti che abbiano una base biologica e che pertanto predicano una risposta alla terapia “An early promising result from this project has emerged from studies that deconstruct current diagnostic groups to identify subgroups that have biological validity, and predict treatment response”
Sono passati sei anni da quando è stato pubblicato quell’articolo, ma purtroppo si sono fatti pochi passi in quella direzione. Bisogna andare alla ricerca del tempo perduto
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