Gli studi sulla biologia di base non possono avere applicazioni pratiche immediate, ma possono aprire porte, offrire materia su cui pensare, nella speranza che le nuove conoscenze si traducano, in tempi non troppo lontani, in terapie che cambino la storia naturale dell’autismo. Tra le ricerche su modelli animali che esaminano le basi non solo anatomiche, ma anche molecolari della comprensione delle emozioni, la cui carenza è ritenuta basilare nella genesi dell’autismo, credo sia degna di nota quella descritta nell’articolo di Scheggia, D., Managò, F., Maltese, F. et al: Somatostatin interneurons in the prefrontal cortex control affective state discrimination in mice. Nat Neurosci 23, 47–60 (2020). https://doi.org/10.1038/s41593-019-0551-8 commentata nell’editoriale da Sterley, T., Bains, J.S. SOM cells are better at detecting emotion. Nat Neurosci 23, 3–4 (2020). https://doi.org/10.1038/s41593-019-0557-2 Non è facile dare un resoconto divulgativo di articoli che richiedono notevoli competenze specialistiche per la loro comprensione ma, grazie alla collaborazione dei ricercatori che collaborano alla lista autismo-biologia, ci proviamo Titolo: Le cellule a somatostatina sono le più brave per comprendere le emozioni Il quesito è: come avviene la discriminazione delle emozioni, quale è la neurobiologia sottesa? Da imaging si è capito che le aree interessate alla relazione sociale sono molte e in particolare la comprensione delle emozioni troverebbe le sue basi in un controllo dall’alto in basso dell’area limbica da parte della corteccia prefrontale. Questa osservazione è supportata anche dai risultati ottenuti studiando gli effetti di lesioni (patologiche, traumatiche) nell’area prefrontale nell’uomo Gli Autori sfruttano un modello animale nel topo con animali tristi (T), neutri (N) e contenti (C): mettono un animale (esploratore) con uno C , T, N e vedono cosa gli succede (nel cervello). Il modello è sofisticato, ma pare essere molto solido. La prima domanda è stata: come passa la informazione tra l’animale che osserva e C,T N? Gli autori studiano diverse possibilità e arrivano a concludere che il tramite è l’odore, osservazione per altro in accordo con altri studi. Ci si sta ponendo anche il quesito se esista un odore che segnala uno stato e uno che segnala la fine di quello stato, ma il problema è per ora irrisolto La vera forza di questo studio è l’enorme lavoro fatto per cercare di definire i meccanismi neuronali della trasmissione emotiva. La prima cosa che hanno trovato nell’animale che esplora è il fatto che c’è un aumento della attività nella corteccia prefrontale mediana (mPFC), indipendentemente se il topo osservato fosse T o C, con attività di neuroni con punte (di attività) piccole e strette, probabilmente inibitori (NS) e con attività più ampia probabilmente neuroni piramidali. Sebbene la maggior parte dei neuroni inibitori nella mPFC esprima parvalbumina (PV), inibendo queste cellule non si vede nessun cambiamento nella capacità dell’esploratore di valutare un’emozione. Inibendo invece i neuroni che funzionano con somatostatina, l’animale perde la capacità di discriminare Gli Autori, giocando con le diverse combinazioni possibili con il loro modello, traggono la conseguenza che mentre i neuroni a parvalbumina sono importanti per la socialità in generale, quelli a somatostatina sono importanti per le emozioni, in particolare lo stato di C, ma non per la socialità A riprova, stimolando l’attività delle cellule a somatostatina nell’esploratore, anche senza che questo riceva lo stimolo da N C o T, cioè anche senza l’incontro con l’altro animale, sviluppa la stessa attività che svilupperebbe se lo vedesse (o odorasse). Ora, queste osservazioni vanno unite al fatto che si sa che l’attivazione sincrona di cellule somatostatina in mPFC svolge un ruolo di regolazione del sistema limbico, probabilmente “liberando” la possibilità che questo aumenti la capacità ad esempio di esplorazione ecc Per l’autismo vorrebbe dire che > stimolo somatostatina = > capacità di riconoscere emozioni Bisogna ricordare che noi abbiamo i farmaci che stimolano, o meglio mimano la somatostatina, sono potenti e durano a lungo, ma la strada per arrivare ad una sperimentazione sull’uomo è ancora lunga e, in un campo così delicato, le scorciatoie non sono ammesse Daniela Mariani Cerati