Commento all’articolo “Diet: the keystone of autism spectrum disorder?” di S. Peretti, M. Mariano, C. Mazzocchetti, M. Mazza, M. C. Pino, A. Verrotti Di Pianella & M. Valenti, Nutritional Neuroscience, 18 aprile 2018
Mi siano consentiti alcuni commenti. Innanzitutto, a mio parere, le diete o in generale gli interventi nutrizionali o nutraceutici non dovrebbero essere somministrati in maniera indiscriminata, bensì dovrebbero essere supportati da evidenze di carenze o di situazioni che necessitano un intervento.
Marina Marini - Università di Bologna
Marina Marini ha espresso molto bene ció che io penso da molto tempo. Partire dai sintomi che definiscono l’autismo e passare tout court a un intervento nutrizionale o nutraceutico equivale, a mio parere, a curare la sete con l’insulina. In medicina la sete eccessiva é un motivo per fare l’esame della glicemia per evidenziare un possibile diabete che, se presente, andrá curato. Se l’autismo é tanto eterogeneo che non si parla piú di autismo, ma di spettro, il primo obiettivo della ricerca dovrebbe essere quello di individuare dei sottogruppi omogenei dal punto di vista biologico e a questi applicare le cure, quando esse sono giá indicate, associando alla correzione di eventuali carenze il monitoraggio dei sintomi (ad esempio si conferma il dato che correggendo una carenza di vitamina D migliorano i sintomi propri dell’autismo?) o disegnare sperimentazioni cliniche quando il parametro biologico riscontrato non impone una terapia per la quale esista giá un’indicazione collaudata (ad esempio correggendo gli indici di aumentato stress ossidativo migliorano i sintomi propri dell’autismo?). Approfitto per fare i complimenti non solo a Marina, che ci ha dato un resoconto chiaro e approfondito dell’articolo, ma anche agli autori dell’articolo, tra i quali Marco Valenti, che conosco da tempo. E’ impresa non facile riassumere una mole cosí grande di dati, spesso tra loro contraddittori. Ad maiora! Daniela Mariani Cerati