Per giungere a terapie innovative è necessario identificare dei sottogruppi omogenei che abbiano delle vie metaboliche e dei network funzionali comuni per i quali si possano identificare dei target su cui i farmaci potrebbero agire, per poi passare alla sperimentazione. Va in questa direzione la ricerca oggetto dell’articolo Chakraborti B, Verma D, Guhathakurta S, Jaiswal P, Singh AS, Sinha S, Ghosh S, Mukhopadhyay K, Mohanakumar KP and Rajamma U (2020) Gender-Specific Effect of 5-HT and 5-HIAA on Threshold Level of Behavioral Symptoms and Sex-Bias in Prevalence of Autism Spectrum Disorder. Front. Neurosci. 13:1375. doi: 10.3389/fnins.2019.01375 Gli autori sono partiti dall’ipotesi che nell’autismo vi sia una disfunzione del sistema serotoninegico, ipotesi che già era stata supportata da altre ricerche a partire dal 1961 https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0022347661802618 Il merito del nuovo lavoro è quello di avere compiuto la ricerca su un campione di probandi abbastanza numeroso (104) di ambo i sessi e su controlli sani d’ambo i sessi. Il primo dato emerso dalla ricerca è stato che i livelli di serotonina piastrinica sono molto diversi nei maschi e nelle femmine normodotati. Nelle femmine normodotate il livello di serotonina piastrinica è risultato essere molto più alto di quello dei maschi, simile a quello del sottogruppo dei probandi con aumento della serotoninenemia piastrinica e non dissimile da quello delle femmine con autismo. Nei probandi maschi il 20,2% presenta iperserotoninemia piastrinica. Il dato della iperserotoninemia nell’autismo era stato rilevato in passato non solo nel lavoro del 1961 già citato, ma era stato confermato in numerosi altri lavori. La novità della presente ricerca è quella di avere identificato un sottogruppo fatto esclusivamente di maschi con autismo, che si differenzia nettamente sia dai controlli sani che dagli altri probandi con autismo. Alla luce di quanto sopra gli autori affermano che il sistema serotoninergico potrebbe essere un target primario per lo sviluppo di nuovi farmaci, da pensare e sperimentare esclusivamente in questo sottogruppo. Gli autori hanno preparato il terreno, ma non si sbilanciano suggerendo quali farmaci potrebbero essere candidati alle sperimentazioni. La strada è lunga e insidiosa, anche alla luce delle numerose possibili cause che potrebbero portare alla iperserotoninemia: aumentata sintesi, diminuita degradazione, difetti nei meccanismi di segnalazione che coinvolgono le funzioni dei trasportatori e dei recettori, aumentato assorbimento (uptake) e immagazzinamento (storage) nella regione presinaptica, che potrebbe ridurre il livello di serotonina per una neurotrasmissione efficace. Oltre ad avere identificato un gruppo omogeneo sul quale fare ricerca, questo lavoro dovrebbe invitare i ricercatori a identificare altri sottogruppi omogenei. Passare dai sintomi di autismo alla sperimentazione di nuove terapie tout court sarebbe come passare dalla sete all’insulina. Tra i sintomi e la sperimentazione ci dovrebbe essere quello che per il diabete è l’iperglicemia e nell’autismo, oltre all’iperserotoninemia, tante altre condizioni da scoprire con mezzi all’altezza dei nostri tempi. Daniela Mariani Cerati