Nel 2009 Gaia Rayneri con il libro “Pulce non c’è” ha parlato della sorella disabile e del disastro seguito all’illusione che con la Comunicazione Facilitata la sorella esprimesse realmente il suo pensiero. A distanza di 13 anni Gaia esce con un nuovo libro “Un libro di guarigione“ in cui parla di sé, di un suo disagio battezzato dagli psichiatri “Disturbo borderline di personalità” Molto correttamente premette che le informazioni contenute nel testo non intendono sostituire il rapporto medico-paziente e raccomanda di non interrompere cure psichiatriche o psicologiche in essere. Racconta la sua esperienza, un’esperienza ricca di sofferenza, ma anche di risorse con le quali Gaia ha affrontato la sofferenza ed è riuscita a ritrovare un nuovo equilibrio. Credo che sia molto utile leggere quello che Gaia dice a proposito dei farmaci antipsicotici in quanto credo che gli effetti che questi hanno avuto in lei siano presumibilmente simili a quelli che questi farmaci hanno su tanti altri che però, non essendo scrittori di professione, non sanno esprimere come lei la loro reazione soggettiva a questi farmaci. “Con quel farmaco non avevo più pensieri psicotici, era vero. Non avevo proprio più pensieri. Non perché avessi raggiunto la mente buddhica o il nirvana oltrepassando la dualità: non avevo praticamente più contenuti interni” (pag 268) “Qualche anno dopo l’esperienza con l’antipsicotico cercavo di spiegare alla Dottoressa 4 che non avrei più preso un farmaco che per curarmi mi avrebbe tolto ogni mio contenuto interno – doloroso o meno – perché io con i miei contenuti interni ci lavoro. Ma lei mi ha detto che la mia era una percezione “errata”” (pag. 269) La Dottoressa 4 ha risposto così, ma proprio all’interno della psichiatria c’è un movimento che sta rivedendo criticamente il ruolo dei farmaci, in particolare degli antipsicotici, nelle malattie mentali. Tyrer, citato da Tibaldi e Piazza, così si esprime: “E’ arrivato il momento di riconsiderare il principio secondo cui gli antipsicotici debbano essere sempre la prima scelta nel trattamento delle persone con un episodio psicotico. […] Ci sono evidenze scientifiche sempre più convincenti che ci dicono che, se consideriamo gli effetti avversi degli antipsicotici, il gioco – per esprimerci in modo semplice – non vale la candela. [...] E’ arrivato il momento di dare per conclusa la “rivoluzione psicofarmacologica” del 1952. Tutte le rivoluzioni finiscono ed anche quella psicofarmacologica doveva finire, con l’approdo ad un mondo più tranquillo, nel quale la terapia farmacologica (che si è mossa come un ariete, in questi ultimi anni) venga sostenuta se diventa socio alla pari con gli altri interventi, lavorando in modo coordinato, anziché conflittuale, con gli altri approcci” Molte altre considerazioni critiche sull’uso ed abuso degli antipsicotici si trovano nell’articolo "Uso appropriato degli psicofarmaci appropriatezza dei trattamenti con farmaci antipsicotici: less is more?" che si puo’ leggere integralmente al link https://www.nuovarassegnastudipsichiatrici.it/volume-15/uso-appropriato-psic... In questa direzione va anche il discorso che Silvio Garattini ha pronunciato il 29 maggio 2018 in occasione del passaggio di consegne della direzione del’IRCCS Mario Negri a Giuseppe Remuzzi, quando ha auspicato che si faccia maggiore ricerca in ambito psichiatrico, dove da troppo tempo si va avanti per forza di inerzia con farmaci i cui effetti indesiderati, soprattutto nel lungo periodo, sono pesantissimi a fronte di effetti desiderati incerti, almeno nel lungo periodo. “Oggi grande spazio all’immunologia (un’altra “moda” è l’immunoterapia soprattutto dei tumori) ma ad esempio sulle malattie mentali siamo carenti. Sono quelle che creano una maggiore disabilità ma gli sforzi di ricerca sono pochi, frutto forse dello stigma che c’è ancora intorno a quest’area di patologia. Abbiamo tante organizzazioni che raccolgono fondi per tumori, malattie rare, cardiovascolari etc. ma non ce n’è una per le malattie mentali. Ambito invece che richiede di essere sostenuto.” https://www.aboutpharma.com/business-e-mercato/sei-parole-per-il-futuro-la-s... Di antipsicotici si fa un larghissimo uso anche in bambini e adulti con autismo, incapaci di esprimere le loro sensazioni soggettive. Per questi vale l’osservazione di terze persone, soprattutto dei familiari conviventi, che dovrebbero essere attentamente ascoltati da chi prescrive gli psicofarmaci che, se devono essere ridimensionati nella schizofrenia, a maggior ragione devono essere dati con estrema prudenza e parsimonia nell’autismo, dove la condizione di disabilità è duratura e il suo inizio è molto precoce. Daniela Mariani Cerati