Domenica 4 Settembre 2016 16:57, "[email protected]" <[email protected]> ha scritto: Invio un sunto dell'articolo che è stato pubblicato nell'ultimo numero di Psicogeriatria relativo all'utilizzo di farmaci nelle persone con Disabilità Intellettiva adulte e anziane. A quanto mi è dato sapere è uno dei pochi studi che sia stato pubblicato relativo ad un campione multicentrico italiano. La farmacoterapia per le persone con DI rappresenta una sfida per poter migliorare l’appropriatezza clinica e la qualità di vita. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi su questi aspetti anche perché il processo di invecchiamento è normalmente correlato con l’aumento di somministrazione di farmaci, per questo motivo un affronto evidence based di questo aspetto diventa essenziale. In questo studio abbiamo effettuato un’analisi sistematica, in rapporto all’eziologia, al livello di disabilità, all’età, al genere, alla residenza, alla multimorbilità organica e/o comorbilità psichiatrica esaminando i dati relativi alla somministrazione di 276 persone con DI (età media di ca. 55 anni,range 40-80) e li abbiamo confrontati con i più recenti contributi della letteratura, sia sull’ambito specialistico, sia quella relativa alla popolazione generale. Sono stati classificati i farmaci somministrati anche in funzione dei loro effetti anticolinergici…………... Quasi la metà del campione (N=129; 46,7%) assume almeno uno psicofarmaco quotidianamente, sovente non correlato con la presenza di una diagnosi di disturbo psichiatrico e più di un terzo del campione assume farmaci con effetti anticolinergici, ……. Questo anche in rapporto al profilo di somministrazione degli psicofarmaci che, assieme ad alcuni altri farmaci ad azione anticolinergica, indica che più di un terzo del nostro campione sia a rischio di un declino cognitivo accelerato, un dato paradossale se si pensa che sono trattate delle persone con un preesistente deficit cognitivo. Riferimenti: De Vreese, L. P., De Bastiani, E., Weger, E., Marangoni, A., Mantesso, U., & Gomiero, T. (2016). La farmacoterapia nella disabilità intellettiva adulta e anziana: risultati di una indagine multicentrica. Psicogeriatria, 2, 33–51. 9/9/2016 Daniela MC Gli autori di questo interessante lavoro hanno indagato, tra le altre cose, il consumo di farmaci ad azione anticolinergica nei disabili intellettivi tra i 40 e gli 80 anni. Questo in quanto é noto che l’azione anticolinergica é un fattore di rischio di declino cognitivo. Copio dal loro lavoro “Si è riscontrato che nella popolazione geriatrica generale in trattamento protratto con un solo farmaco ad azione anticolinergica (punteggio di 2 o 3 alla scala ACB) incrementa il rischio di compromissione cognitiva del 46% nell’arco di sei anni (Campbell N.L. et al., 2010) e che un aumento di 1 punto del punteggio totale a questa scala si associa a una perdita media di 0,33 punti al MMSE in un periodo di 2 anni, con un rischio di mortalità incrementato del 26% (Fox et al., 2011). Pertanto, se l’anziano senza DI appare così sensibile a farmaci con attività antimuscarinica aumentando addirittura il rischio sia per la demenza, sia per la demenza Alzheimer (Gray S.L. et al., 2015), è facile intuire quali possano essere gli effetti negativi su quelle persone con punteggi 2 alla scala ACB (Fig. 5) in termini di collateralità, sia cognitiva sia organica (es. motilità gastrointestinale, ritenzione urinaria, glaucoma ad angolo chiuso) (de Leon J. et al., 2009; Eady N. et al., 2015), con un conseguente peggioramento della loro qualità di vita (Isaac M. e Koch A., 2010). “ Un elenco dei farmaci, numerosissimi, con azione anticolinergica si trova al link http://www.agingbraincare.org/uploads/products/ACB_scale_-_legal_size.pdf Tra questi si trovano molti psicofarmaci prescritti a vita ai disabili intellettivi adulti, molti dei quali autistici, diagnosticati o no. Questo rappresenta un fattore di rischio di declino cognitivo modificabile e un ulteriore motivo per richiamare i medici a prescrizioni farmacologiche piú mirate e a un monitoraggio piú attento. Bisogna opporsi alla forza d’inerzia per la quale uno psicofarmaco, una volta iniziato, viene continuato vita natural durante, a volte senza che ci si chieda perché é stato iniziato, se ha migliorato i sintomi target o comunque se ha senso continuarlo. Ricordo la conclusione di una delle poche sperimentazioni compiute sui neurolettici nei comportamenti aggressivi dei disabili intellettivi ( Tyrer P, Oliver-Africano P, Romeo R, Knapp M, Dickens S, Bouras N et al. Neuroleptics in the treatmentof aggressive challenging behaviour for people with intellectual disabilities: a randomised controlled trial(NACHBID). Health Technol Assess 2009; 13(21). http://www.journalslibrary.nihr.ac.uk/hta/volume-13/issue-21 ) “non vi sono prove che il risperidone o l'olanzapina diano vantaggi rispetto al placebo nel breve o lungo periodo per il trattamento dei comportamenti aggressivi problematici in soggetti disabili mentali. A quattro settimane il placebo é risultato maggiormente efficace nel ridurre il comportamento aggressivo” Oltre a queste conclusioni per il presente, i dati di questo lavoro devono indurre i ricercatori a trovare nuovi approcci, siano essi riabilitativi o biologici, per la gestione dell’aggressivitá e di altri comportamenti problematici nei disabili intellettivi adulti. Daniela MC 8 giugno 2017 Si stanno ponendo il problema dell’uso cronico di psicofarmaci nelle persone con disabilitá intellettiva anche alcuni autori olandesi che hanno pubblicato il 30 maggio scorso il seguente lavoro Physicians’ reasons not to discontinue long-term used off- label antipsychotic drugs in people with intellectual disability G. M. de Kuijper1,2 & P. J. Hoekstra3 1 Assen, GGZ Drenthe/Department Centre for Intellectual Disability and Mental Health, the Netherlands 2 University Medical Centre Groningen/Department Psychiatry, the Netherlands 3 University Medical Centre Groningen/Department University Centre Child and Adolescent Psychiatry, the Netherlands J Intellect Disabil Res. 2017 May 30. doi: 10.1111/jir.12385. Anche nello studio olandese si parte dalla constatazione che un grande numero di disabili intellettivi assume psicofarmaci, soprattutto neurolettici, senza una valida indicazione (off label) Dopo avere identificato 977 disabili intellettivi che assumono neurolettici continuativamente da piú di un anno sono stati chiesti ai medici prescrittori i motivi per i quali tali farmaci non vengono sospesi. I motivi piú frequenti riferiti dai medici sono stati: la preoccupazione che si aggravino i sintomi correlati all’agitazione, la presenza di un disturbo dello spettro autistico, precedenti tentativi falliti di sospensione e la contrarietá dei tutori. Favorevole alla sospensione é risultato il 51% dei medici, con una percentuale che varia dal 22% all’87% a seconda del servizio in cui operano Overall, physicians were willing to discontinue their prescriptions in 51% of cases, varying from 22% to 87% per service provider. The main reasons for decisions not to discontinue were concerns for symptoms of restlessness, the presence of an autism spectrum disorder, previously unsuccessful attempts to discontinue and objections against discontinuation of legal representatives. Miei commenti. E’assolutamente ingiustificato portare a motivo della mancata sospensione dei neurolettici la presenza di autismo, dal momento che l’autismo in quanto tale non é una indicazione valida per la prescrizione di neurolettici. Risulta molto strana l' influenza dei tutori sui medici per quanto riguarda la prescrizione di psicofarmaci. Dovrebbero essere i medici a prendere le decisioni in merito ai farmaci e spiegarne le motivazioni ai rappresentanti legali e non viceversa. ‘ Gli autori cosí concludono Considerando il rischio di interazioni tra farmaci e l’incidenza di effetti collaterali nelle persone con disabilitá intellettiva, dovrebbe essere ridotto il piú possibile un loro utilizzo non necessario. In particolare le prescrizioni non supportate da evidenza scientifica, come ad esempio i farmaci antipsicotici per i comportamenti problema, dovrebbero essere limitate a periodi brevi, in accordo con le linee guida. Because of the risk of drug interactions caused by multiple drug use and the increased risk for the occurrence of side effects in people with ID (Matson, Mahan 2010, de Kuijper et al. 2013), unnecessary use should be reduced as much as possible. Especially prescriptions that are not supported by scientific evidence, for example, the use of antipsychotic drugs for challenging behaviours, should according to guidelines be limited to a short period (Deb, Kwok, Bertelli, Salvador-Carulla, Bradley, Torr et al. 2009). Un problema preso in considerazione dagli autori é anche quello della comorbilitá associata alla disabilitá mentale, la cui presentazione clinica puo’ essere molto peculiare e di difficile diagnosi. Qui si apre un nuovo capitolo: formare i medici al riconoscimento della patologia psichiatrica associata alla disabilitá intellettiva. Sono inoltre necessari studi specifici sulla efficacia e sicurezza dei farmaci antipsicotici nel caso di malattie mentali ben definite per definire una migliore base di evidenza per il trattamento della comorbilitá psichiatrica associata alla disabilitá intellettiva. Furthermore, although there is no evidence base for the effectiveness of antipsychotic drugs to manage problem behaviours in the absence of a psychiatric disorder (Deb, Kwok, Bertelli, Salvador-Carulla, Bradley, Torr et al. 2009), there might be undiagnosed psychiatric disorders or mental symptoms manifesting in, for example, restlessness in especially those more severely intellectually disabled people, which may be reduced by a treatment with antipsychotics. Studies on the effectiveness and safety of antipsychotic drugs on well-defined mental and behavioural symptoms are needed to establish a better evidence base for antipsychotic drug treatments in this subgroup of people with ID. Education and training in evidence-based practice in assessments and treatments of mental disorders in people with ID are warranted for physicians and behavioural scientists who are responsible for the mental health care in this population. Furthermore, studies on the effectiveness and safety of antipsychotic drugs for well-defined mental and behavioural symptoms in case it is not possible to establish psychiatric diagnoses are needed. Daniela Mariani Cerati