Il 6 agosto scorso è stato pubblicato l’articolo che sotto ricopio e sul quale farò alcune considerazioni “Autismo: scoperta una mutazione genica che causa le difficoltà sociali le Scienze del 06/08/2020 La mutazione di un singolo gene altera il cammino di segnalazione dell'ossitocina, una piccola molecola coinvolta nella regolazione del comportamento sociale nei mammiferi, producendo nei topi sintomi simili a quelli dell'autismo. BASILEA. Una mutazione a carico del gene neuroligina-3 che riduce l’effetto dell’ormone ossitocina è correlata alla difficoltà del comportamento sociale tipiche dell'autismo. È quanto è emerso da una sperimentazione sui topi di laboratorio, condotta da Peter Scheiffele, dell’Università di Basilea, in Svizzera, e colleghi di una collaborazione internazionale, e descritta sulla rivista “Nature”. L’autismo è un disturbo caratterizzato da un comportamento anomalo nelle relazioni sociali, da un deficit delle capacità comunicative ... Una mutazione a carico del gene neuroligina-3 che riduce l’effetto dell’ormone ossitocina è correlata alla difficoltà del comportamento sociale tipiche dell'autismo. È quanto è emerso da una sperimentazione sui topi di laboratorio, condotta da Peter Scheiffele, dell’Università di Basilea, in Svizzera, e colleghi di una collaborazione internazionale, e descritta sulla rivista “Nature”. L’autismo è un disturbo caratterizzato da un comportamento anomalo nelle relazioni sociali, da un deficit delle capacità comunicative e da comportamento stereotipato. Considerato a lungo un problema psicologico indotto dall'esperienza familiare nei primi mesi di vita, è ora visto unanimemente come un effetto di un alterato sviluppo neurobiologico innato. Negli ultimi decenni, infatti, sono state identificate centinaia di mutazioni geniche finora correlate a questo disturbo, definendo però un quadro piuttosto confuso. Il problema è che ogni singola mutazione scoperta è associata solo a un piccolo numero di casi e spesso non spiega i meccanismi neurobiologici che determinano la sintomatologia. Lo studio di Scheiffele e colleghi apre ora una prospettiva diversa, perché mostra un plausibile rapporto di causa effetto tra mutazione genica e manifestazioni comportamentali. I ricercatori hanno infatti seguito un nuovo approccio che si è affermato di recente per ridurre la complessità dei dati genetici sull’autismo focalizzato sui neuropeptidi, piccole molecole simili a proteine fondamentali per la comunicazione chimica tra neuroni. Tra queste sostanze, riveste un ruolo fondamentale l’ossitocina, che regola molti aspetti del comportamento dei mammiferi, in particolare le relazioni sociali. Nella loro sperimentazione, gli autori hanno studiato nei topi di laboratorio l’effetto neurobiologico di una mutazione del gene neuroligina-3, già in passato associata nei roditori a comportamenti simili a quelli dello spettro autistico degli esseri umani. Sono così riusciti a dimostrare, per la prima volta, che tale mutazione, determinando una sintesi alterata della proteina per cui codifica, interferisce col cammino di segnalazione dell’ossitocina nei circuiti neuronali di ricompensa. Ne risultano così alterate le risposte neuronali a questo neuropeptide e ridotte di conseguenza le interazioni tra gli animali. A conferma di questa conclusione, gli sperimentatori sono riusciti a ripristinare con un farmaco la normale risposta neuronale all’ossitocina, ottenendo una risposta positiva a livello comportamentale nei roditori, che hanno ripreso a interagire tra loro come di consueto. Il risultato riesce così a collegare tre diversi fattori con la manifestazione dell’autismo: una mutazione genetica, l’alterazione della sintesi di una proteina e la regolazione del comportamento sociale da parte del sistema dell’ossitocina” Il lavoro è molto interessante e naturalmente ciò che più interessa è il fatto che apre spiragli a terapie innovative, ma bisogna sempre tenere presente che - Si tratta di un esperimento sui topi e il passo dai topi agli umani è molto lungo - Si tratta di un modello di condizione monogenica e sarebbe già importante vedere se i pochi casi di autismo che hanno quella mutazione risponderebbero alla terapia che ha avuto successo coi topi. In caso positivo, l’auspicio è che una terapia efficace per una condizione monogenica rara lo sia anche per i tanti casi da causa ignota. Fatte queste premesse, passerei a esaminare la sostanza che ha ripristinato la socialità ne topi mutati. Per fare questo ho chiesto aiuto all’amico farmacologo che mi ha risposto quanto segue “Il lavoro potrebbe avere senso e sono andato a cercare cosa è il farmaco che usano È un antitumorale della cui classe esistono varie molecole Ho chiesto a un oncologo sperimentale se questi farmaci sono realmente usati e mi ha detto che farmaci di questa vasta classe sono usati nei tumori solidi e studiati nelle leucemie Purtroppo, sono molto tossici, anche se alcuni lo sono meno e sono “abbastanza ben tollerati” Mi dice però anche che quello usato dagli Autori, è di un tipo particolare (MAP-kinase interacting kinase o MNK): e di questi farmaci pochissimi sono in studio clinico e nessuno approvato. Ora: nel lavoro gli Autori li danno in modo specifico in una ristretta area cerebrale con lo stereotassico (uno strumento che permette di “mirare” i trattamenti o interventi) nel cervello; non capisco se basta un trattamento o se deve essere ripetuto. Di conseguenza, direi che: il trattamento potrebbe funzionare o perlomeno aprire una linea di studio, ma 1 se deve essere così ben mirato non si può pensare ad usarlo facilmente negli umani 2 Se deve essere ripetuto nemmeno 3 Ma poniamo che si possa dare per bocca (faccio per dire): possiamo accettare la stessa tossicità che accetteremmo in un paziente tumorale per poco tempo, in modo cronico in un autistico?” Queste considerazioni non tolgono nulla alla qualità del lavoro, ma frenano le aspettative dei tanti operatori e genitori che, leggendo il resoconto dell’articolo, potrebbero pensare che una nuova terapia efficace sia dietro l’angolo. Daniela Mariani Cerati