"Ora, già al mio affermare che sono figlia di divorziati, le due psicologhe si guardarono sobbalzando dalla sedia ma con un certo compiacimento tipo “Ecco, visto! Abbiamo trovato!” ... Io cercando di spiegare che la mia vita familiare, quella con i miei genitori intendo, era tutto fuorché propedeutica al narrare le gesta dei nonni scomparsi, feci ancor più danno. Non riuscivamo io e mio marito a capire cosa c’entrasse questo con la malattia di mio figlio…. Da me pretendevano che io avessi saputo del matrimonio dei miei nonni dai miei genitori divorziati. Sarebbe stato comico se non fosse stato drammatico. ... Comunque rimanevamo soli con un bambino problematico a cui avevano già affibbiato un futuro infausto. Non avevamo una diagnosi, quindi nemmeno una terapia. Non sapevamo da chi andare o dove andare. Non sapevamo nemmeno quale potesse essere il problema. Io continuavo a pensare che fosse autismo, per quel poco che ne sapevo, perché quelle che poi ho imparato a chiamare stereotipie gestuali erano eclatanti. Io e mio marito un giorno arrivammo a guardarci e dirci all’unisono: «Lo portiamo da un prete?!». Le urla, i morsi, le stereotipie, l’aggressività facevano di lui il protagonista di un film dell’orrore" Questo brano é tratto dal libro autobiografico di Simonetta Chiandetti “L’autistico di Schrödinger " https://www.aliberticompagniaeditoriale.it/catalogo/reply/KikSyxqebNfPcaiFqm... La scena descritta si riferisce all’incontro tra i genitori di un bambino che presenta dei sintomi di autismo da manuale e due psicologhe che, anziché esaminare il bambino, cercano dei fattori patogeni nella famiglia e, non riuscendo a trovarli nei genitori, li trovano nei nonni in quanto divorziati. Qualsiasi coincidenza viene presa come causa delle anomalie comportamentali del bambino. Questa testimonianza si riferisce non al secolo scorso, ma a quello presente, essendo il bambino in questione nato nel 2000. E quanto narrato non é eccezionale. Ancora oggi si sentono genitori che riferiscono che al primo incontro con i professionisti questi non hanno esaminato il bambino, ma hanno cercato cosa non andava in loro, lasciando poi i genitori nell’angoscia dell’incertezza e nell’impossibilitá di iniziare il trattamento abilitativo nell’etá di massima plasticitá del cervello. La scrittrice racconta i fatti cosí come le sono capitati e proprio dalla sua narrazione emergono tante criticitá delle Istituzioni nel campo dell’autismo e non solo. Il libro é interessante per le criticitá che mette a nudo, ma anche e soprattutto per un altro motivo: la buona evoluzione di questo bambino, che da “protagonista di un film dell’orrore” diventa un giovane autosufficiente, garbato e capace di frequentare con profitto e senza sostegno il liceo classico. E’ un libro consigliabile a tutti, ma in particolare ai professionisti della Scuola e della Sanitá che dalle criticitá narrate dall’autrice possono trarre numerosi insegnamenti. Daniela Mariani Cerati