Le residenze per le persone con disabilità mentale hanno una bruttissima storia. Basti pensare a quanto scritto da Erving Goffman nel 1961 http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/asylums.pdf da Franco Basaglia nel 1968 http://www.psychiatryonline.it/node/7445 e ancora nel 1994 da Roberto Cestari http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/110/110_l_inganno_psichi... Le residenze in realtà erano sinonimi di manicomi, grandi contenitori di uomini e donne ai quali veniva data, più che una buona cura, una pessima custodia. Nei manicomi, come ad esempio nel Roncati di Bologna, c’era anche il reparto per bambini, dove venivano tenuti i bambini con disabilità mentale, spesso insieme agli orfani, ai trovatelli e ai poveri. Una storia dell’evoluzione di un brutto manicomio per bambini, prima trasformato in una residenza dignitosa e poi chiuso, si trova al link https://www.comune.imola.bo.it/aree-tematiche/partecipazione/sante-zennaro/s... Qui è descritta la situazione di una istituzione imolese, denominata ISTITUTO MEDICO PSICO PEDAGOGICO, che ha avuto ben poco sia di psico che di pedagogico fino a quando è arrivato, nei primi anni ‘60, un direttore illuminato, Eustachio (detto Nino) Loperfido. Egli ha rivoluzionato l’approccio agli ospiti anzitutto aprendo le porte dell’istituto “ le porte sono aperte, in giardino ci si va ogni qualvolta ne sentiamo il bisogno (prima c’era un piccolo quadretto asfaltato fuori dal portone che i bambini vedevano dalle grate delle finestre) e poi andiamo in giro per le strade di Imola. Andremo anche in vacanza in collina, a Covigliaio, in mezzo ai boschi e pure in montagna, a Cavalese, a Dobbiaco o al mare, a Igea Marina” Dalla struttura fatiscente "questo gruppo di ragazzi doveva poi trasferirsi nei locali del nuovo Complesso Sante Zennaro, nel 1970, in quella meravigliosa struttura costituita da casette piccole, con camerette piccole, con tanti bagni, con tanto verde, con tanto colore, con gli arredi delle aule gialli, rossi, verdi, azzurri" Ma Loperfido si spinse ancora oltre. Anche se il nuovo ambiente era bello e accogliente, non era la famiglia e così il Sante Zennaro fu chiuso per lasciare il posto ad una assistenza domiciliare per tutti, senza limiti di gravità. Io capisco la logica che ha portato a questo. Gli economisti della sanità dicono “l’offerta crea la domanda”. In effetti erano molti i ricoverati che non avevano malattie o disabilità mentali che esigessero l’istituzionalizzazione. La presenza di posti letto in una residenza può creare una domanda, anche incongrua, di residenza. Se di posti in residenze non ce ne sono, le persone con disabilità vengono gestite in famiglia. Diversa è la storia del Charitas di Modena, fondato da un sacerdote, monsignor Ermanno Gerosa, nel 1942. Qui erano concentrati più di 200 ospiti nei primi decenni. Poi, col cambiamento dell’approccio culturale alla disabilità mentale, il numero delle presenze è passato da 200 a 50, ma la residenza non è stata chiusa, nella consapevolezza che non tutti possono essere accuditi in famiglia. Il presupposto per il quale si afferma la necessità di mantenere in vita alcune residenze è contenuto nella frase che si trova a pagina 68 del nuovo libro di Ciro Ruggerini e A.A: “La passione del possibile. Trent’anni del Charitas di Modena (1990-2020). Un impegno in evoluzione” Ed. Consulta librieprogetti, Reggio Emilia, 2021, cfr https://www.unilibro.it/libro/ruggerini-ciro-rebecchi-mauro-seghedoni-paolo/... “la famiglia, come ogni realtà umana, va incontro a cambiamenti che spesso la rendono inidonea a mantenere il grave nel proprio seno, cosicché è necessario trovare soluzioni alternative” Il libro descrive come queste soluzioni alternative debbano essere soluzioni di qualità, lontanissime dalle tetre Istituzioni descritte nei libri prima menzionati, in continuo confronto con le famiglie degli ospiti, col territorio e, soprattutto, con l’Università, che porta cultura, innovazione, idealità e contrasta la comprensibile tendenza alla demotivazione e all’usura del personale. Daniela Mariani Cerati