Dal giornale “The Guardian” del 31 maggio scorso copio il seguente articolo Questions on the autistic spectrum The Guardian, Tuesday 31 May 2011 As a layman I hesitate to enter the autismdebate with such an acknowledged expert as Lorna Wing, and especially one who has done so very much to raise awareness of the condition (Love's labour, G2, 24 May). But as the father of a classically autistic man, I do question the utility of the autistic spectrum concept, and the effect it has had on the care of those with classic autism. When the National Autistic Society was founded in 1962 (an event in which I was involved) it was because a small number of parents (including Lorna) wished to set up an organisation to tend to the needs of a group of childrenwith highly specific traits in common. It was felt that other organisations catering for people with learning difficulties were covering too wide a range. For many years the society had a rule that assured that a majority of its council were parents of sufferers. With the introduction of the Asperger's diagnosis and the subsequent development of the spectrum concept, this rule was abandoned, and the problems of those at the so-called higher end of the spectrum have come to dominate the society's activities. This is not to say that the society does not maintain and run a number of excellent schools and residential units for those with classic autism, but it is to argue that the society's efforts have become dissipated in trying to address the widely differing needs of such disparate groups. And for those at the lower end of the spectrum there is still a tremendous shortage of specialised schools and adult residential units. Ironic, given that the society was originally founded to avoid just such a situation. Gerald de Groot Abbiamo letto da più parti che nella prossima edizione del DSM scompariranno le sottoclassificazioni dell’autismo e rimarrà solo la grande categoria dello spettro autistico. Appartenente a questo ampio spettro viene considerato Ari Ne'eman, che è stato messo da Obama al tavolo federale degli Stati Uniti per la disabilità, in rappresentanza delle persone con autismo. A lui lo stesso giornale ha dedicato un lungo articolo l’8 giugno scorso, di cui riporto il titolo e qualche stralcio The campaigner bringing people with autism to the policy table Ari Ne'eman wants less focus on trying to make autistic people 'normal' and more on including them in the conversation about the disorder * Mary O'Hara The Guardian, Wednesday 8 June 2011 Ne'eman, now 23, is a polarising figure. He stirred up controversy by suggesting that more research investment be directed towards improving support for autistic people, rather than towards finding a cure to eliminate the condition. he was diagnosed with Asperger's, at age 12, and is an erudite communicator Di lui si dice che è “an erudite communicator”. E’ difficile vedere cosa un erudito comunicatore possa avere in comune con le persone, bambini e adulti, che ricevono la diagnosi di autismo ora in Italia. A questi talora si deve mettere la mano nella posizione di indicare perché da soli non lo sanno fare. Poi si fa un lungo e faticoso traininig perché imparino a indicare i loro rinforzatori, cioè le cose che più desiderano e amano: l’acqua per dissetarsi o il cibo preferito per sfamarsi. Il tutto in attesa che, prima o poi, ma non è detto, riescano ad esprimere gli stessi bisogni con una parolina, magari una sola parola senza la frase composta da verbo, articolo e complemento oggetto. Questi verranno dopo non si quanto tempo, se verranno. Se mescolati in un’unica categoria, il rischio che si parli solo degli affascinanti “erudite communicators” e ci si dimentichi dei bambini gravi, gravissimi che noi conosciamo, è grande. Lo dice molto bene Nicola Panocchia nell’articolo che commenta due lavori usciti recentemente: il libro Ethics ofAutism, among them but not of them e il numero monografico di «Ethos, Journal of the Society for Psychological Anthropology», dedicato all'autismo. Ecco il titolo e le conclusioni dell’articolo L'autismo: patologia, disabilità o neurodiversità? Aspetti bioetici e conseguenze socio-sanitarie AUTISMO e disturbi dello sviluppo Voi. 9, n. 2, maggio 2011 (pp. 269-275) Pur con argomentazioni diverse, entrambi questi lavori sostengono la tesi della neurodiversità dell'autismo, visto come condizione dell'essere piuttosto che come patologia, e giungono alla conclusione che non è moralmente lecito curare adulti con autismo. Forse c'è un problema di classificazione dei disturbi evolutivi globali. In queste pubblicazioni si parla di autismo in senso ampio, includendo il Disturbo di Asperger e il Disturbo Evolutivo Globale non specificato e di altro tipo. Ma una classificazione che includa Sergio, la cui storia è stata raccontata in un bel libro (Paissan, 2008), Tempie Grandin o Dawn Prince-Hughes (Dawn Eddings, 2010), è utile a calibrare politiche sanitarie e sociali adeguate alle capacità e alle necessità di ciascun soggetto? Sempre più spesso i media, quando parlano di autismo, raccontano storie che hanno per protagonisti individui ad alto funzionamento o con abilità tecniche molto particolari. Inoltre si tende a etichettare come autistiche persone vissute nel passato altamente geniali ma fortemente caratteriali. Il rischio è di dare un'immagine distorta della realtà dell'autismo, perdendo la drammaticità e gravità della condizione dell'autismo, e rafforzando i movimenti favorevoli alla neurodiversità (Hacking, 2009). Questa visione potrebbe comportare una riduzione delle ricerche sull'autismo e dei servizi socio-assistenziali, e un aumento ulteriore della solitudine e dell'isolamento delle persone con autismo e delle loro famiglie
Sono d'accordo su tutti i punti espressi dalla cara Daniela Mariani Cerati sul tema della definizione del fenotipo autistico, eccetto il timore che una definizione estensiva possa limitare la ricerca scientifica. Potrebbe essere vero l'opposto, a vedere cosa succede altrove. Il confronto con lo spettro diabetico mostra che l'attenzione per il diabete tipo 1 (5 per mille) non risente negativamente dell'attenzione data al diabete tipo 2 (5 per cento). Così pure succede nella paralisi cerebrale infantile, nella distrofia muscolare e nell'epilessia. Analogamente nello spettro autistico abbiamo tipi e sottotipi diversi, più o meno gravi, con o senza altre comorbidità, che si dovrebbero studiare con pari attenzione. Stefano Palazzi
Non mi trovo d'accordo con il dott. Palazzi sul fatto che l'estensione della definizione di autismo non possa nuocere alla ricerca ed io direi più in generale alle politiche sanitarie e sociali sull'autismo. Per rimanere al paragone con il diabete, nessun paziente afferma di non essere affetto dalla patologia. Se vogliamo continuare nel paradosso, è come se alcuni pazienti con diabete tipo II dicessero nei mass media che il diabete in fondo non è un gran patologia, basta un po’ di dieta ed eventualmente qualche pilloletta. Perché allora spendere tanti soldi per la ricerca, per centri specializzati, per la cura? A mio avviso, Quello che conta non è la percezione sociale di una patologia. Perché si dovrebbero spendere soldi pubblici per persone che non voglio considerarsi affette da una patologia, né tantomeno la vogliono curare? Anzi rivendicano il diritto a non essere curate. Se inoltre sono queste persone che hanno più accesso ai mass media o la rappresentazione che si fa di questa patologia è prevalentemente centrata su questa tipologia di persone con autismo (vedi Hacking I. (2009), How we have been learning to talk about autism: A role for stories,«Metaphilosophy», voi. 40, nn. 3-4, pp. 499-516), qual'è l'immagine che l'opinione pubblica avrà dell'autismo? Perché dovrebbe voler investire soldi e risorse? Non è proprio quello che lamenta il genitore nella lettera al The Guardian "This is not to say that the society does not maintain and run a number of excellent schools and residential units for those with classic autism, but it is to argue that the society's efforts have become dissipated in trying to address the widely differing needs of such disparate groups. And for those at the lower end of the spectrum there is still a tremendous shortage of specialised schools and adult residential units. Ironic, given that the society was originally founded to avoid just such a situation" Non c'è il rischio che affermazione come "La disabilità, insomma, è da intendersi più che altro come una forma di oppressione sociale in cui le persone con disabilità sono costrette a vivere a causa del modo in cui è strutturata la società." trovino vasta udienza. E a rimetterci sarebbero proprio le persone più fragili. Distinti saluti Nicola Panocchia -----Messaggio originale----- Da: [email protected] [mailto:[email protected]] Per conto di Stefano Palazzi Inviato: lunedì 20 giugno 2011 23:59 A: [email protected] Oggetto: Re: [autismo-biologia] spettro autistico: quanto ampio? Sono d'accordo su tutti i punti espressi dalla cara Daniela Mariani Cerati sul tema della definizione del fenotipo autistico, eccetto il timore che una definizione estensiva possa limitare la ricerca scientifica. Potrebbe essere vero l'opposto, a vedere cosa succede altrove. Il confronto con lo spettro diabetico mostra che l'attenzione per il diabete tipo 1 (5 per mille) non risente negativamente dell'attenzione data al diabete tipo 2 (5 per cento). Così pure succede nella paralisi cerebrale infantile, nella distrofia muscolare e nell'epilessia. Analogamente nello spettro autistico abbiamo tipi e sottotipi diversi, più o meno gravi, con o senza altre comorbidità, che si dovrebbero studiare con pari attenzione. Stefano Palazzi
Ringrazio della cortese contrarietà, che fino a qualche anno fa ho anch'io condiviso nel merito. Tuttavia, accogliere la sfida che viene dai paesi meno conservatori del nostro significa raccogliere dati e discutere metodologie. Lavorando presso il gruppo dello SNAP, che per primo ha pubblicato la prevalenza dell'autismo esteso all'1%, anch'io ero assolutamente scettico e perplesso. In visita a Bologna nel 2005 ero così scombussolato che mi impappinai nella conferenza stampa organizzata con Enrico Micheli alla domanda sulla frequenza epidemiologica. Ho discusso con alcuni degli autori e peer-reviewers dello SNAP: certamente non si sono inventati i dati. Baird G, Simonoff E, Pickles A, Chandler S, Loucas T, Meldrum D, Charman T. Prevalence of disorders of the autism spectrum in a population cohort of children in South Thames: the Special Needs and Autism Project (SNAP). Lancet. 2006 Jul 15;368(9531):210-5. PubMed PMID: 16844490. Un lavoro più recente del medesimo gruppo afferma che il fenotipo autistico è addirittura più frequente in chi ha QI>70 che non in chi ha QI<70: Charman T, Pickles A, Simonoff E, Chandler S, Loucas T, Baird G. IQ in children with autism spectrum disorders: data from the Special Needs and Autism Project (SNAP). Psychol Med. 2011 Mar;41(3):619-27. PubMed PMID: 21272389. Il perché della prevalenza aumentata è ben discussa ad esempio in: Wazana A, Bresnahan M, Kline J. The autism epidemic: fact or artifact? J Am Acad Child Adolesc Psychiatry. 2007 Jun;46(6):721-30. PubMed PMID: 17513984. Per Wazana, che ho conosciuto personalmente, l'incredibile aumento del fenotipo autistico è dovuto alla minor ignoranza che abbiamo grazie agli strumenti diagnostici standardizzati. Peraltro anche questo problema ha contribuito a rimandare l'uscita del DSM-5, ora atteso per il 2013: http://www.dsm5.org/ProposedRevisions/Pages/proposedrevision.aspx?rid=94 Basta cercare in Medline, e si vede che la ricerca professionale può proseguire, così come le politiche socio-sanitarie fanno il proprio mestiere. Brugha TS, McManus S, Bankart J, Scott F, Purdon S, Smith J, Bebbington P, Jenkins R, Meltzer H. Epidemiology of autism spectrum disorders in adults in the community in England. Arch Gen Psychiatry. 2011 May;68(5):459-65. PubMed PMID: 21536975. Roelfsema MT, Hoekstra RA, Allison C, Wheelwright S, Brayne C, Matthews FE, Baron-Cohen S. Are Autism Spectrum Conditions More Prevalent in an Information-Technology Region? A School-Based Study of Three Regions in the Netherlands. J Autism Dev Disord. 2011 Jun 17. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 21681590. Lord C. Epidemiology: How common is autism? Nature. 2011 Jun 8;474(7350):166-8. doi: 10.1038/474166a. PubMed PMID: 21654793. Nella mia breve nota mi riferivo semplicemente alla "ricerca scientifica" senza fraintenderla con le "politiche sanitarie sociali". Banting e Best scoprirono l'insulina perché intellettualmente curiosi, non perché ideologicamente ossequiosi. Nel condividere la prudenza sull'autismo ex-malattia rara, respingo la censura sulla nuova epidemiologia del fenotipo autistico. A proposito, nessun commento sullo studio coreano con il 2,6% di spettro autistico firmato anche da Michel Fombonne? Stefano Palazzi On 21 Jun 2011, at 19:25, Nicola Panocchia wrote:
Non mi trovo d'accordo con il dott. Palazzi sul fatto che l'estensione della definizione di autismo non possa nuocere alla ricerca ed io direi più in generale alle politiche sanitarie e sociali sull'autismo. Per rimanere al paragone con il diabete, nessun paziente afferma di non essere affetto dalla patologia. Se vogliamo continuare nel paradosso, è come se alcuni pazienti con diabete tipo II dicessero nei mass media che il diabete in fondo non è un gran patologia, basta un po’ di dieta ed eventualmente qualche pilloletta. Perché allora spendere tanti soldi per la ricerca, per centri specializzati, per la cura? A mio avviso, Quello che conta non è la percezione sociale di una patologia. Perché si dovrebbero spendere soldi pubblici per persone che non voglio considerarsi affette da una patologia, né tantomeno la vogliono curare? Anzi rivendicano il diritto a non essere curate. Se inoltre sono queste persone che hanno più accesso ai mass media o la rappresentazione che si fa di questa patologia è prevalentemente centrata su questa tipologia di persone con autismo (vedi Hacking I. (2009), How we have been learning to talk about autism: A role for stories,«Metaphilosophy», voi. 40, nn. 3-4, pp. 499-516), qual'è l'immagine che l'opinione pubblica avrà dell'autismo? Perché dovrebbe voler investire soldi e risorse? Non è proprio quello che lamenta il genitore nella lettera al The Guardian "This is not to say that the society does not maintain and run a number of excellent schools and residential units for those with classic autism, but it is to argue that the society's efforts have become dissipated in trying to address the widely differing needs of such disparate groups. And for those at the lower end of the spectrum there is still a tremendous shortage of specialised schools and adult residential units. Ironic, given that the society was originally founded to avoid just such a situation" Non c'è il rischio che affermazione come "La disabilità, insomma, è da intendersi più che altro come una forma di oppressione sociale in cui le persone con disabilità sono costrette a vivere a causa del modo in cui è strutturata la società." trovino vasta udienza. E a rimetterci sarebbero proprio le persone più fragili. Distinti saluti Nicola Panocchia
-----Messaggio originale----- Da: [email protected] [mailto:[email protected] ] Per conto di Stefano Palazzi Inviato: lunedì 20 giugno 2011 23:59 A: [email protected] Oggetto: Re: [autismo-biologia] spettro autistico: quanto ampio?
Sono d'accordo su tutti i punti espressi dalla cara Daniela Mariani Cerati sul tema della definizione del fenotipo autistico, eccetto il timore che una definizione estensiva possa limitare la ricerca scientifica. Potrebbe essere vero l'opposto, a vedere cosa succede altrove. Il confronto con lo spettro diabetico mostra che l'attenzione per il diabete tipo 1 (5 per mille) non risente negativamente dell'attenzione data al diabete tipo 2 (5 per cento). Così pure succede nella paralisi cerebrale infantile, nella distrofia muscolare e nell'epilessia. Analogamente nello spettro autistico abbiamo tipi e sottotipi diversi, più o meno gravi, con o senza altre comorbidità, che si dovrebbero studiare con pari attenzione.
Stefano Palazzi
_______________________________________________ autismo-biologia mailing list [email protected] http://autismo33.it/mailman/listinfo/autismo-biologia
Sento di poter tranquillizzare chi ha visto negli ultimi studi epidemiologici un possibile limite al progresso: i cambiamenti delle etichettature diagnostiche non incidono sulla curiosità del ricercatore. Mi preoccupa maggiormente l'interesse per la definizione di un fenotipo autistico, peraltro resa difficile e meno significativa in seguito all'ampliamento della definizione a "spettro". Se l'identificazione del fenotipo è infatti significativa e utile in ambito medico, (ambito nel quale la scientificità è un valore e fa da sfondo all'attività) può essere dannosa o inutile in ambito educativo-riabilitativo (dove non la scientificità ma le teorie proprie o altrui fanno da sfondo all'esecuzione!) Numerosissimi studi di psicologia e pedagogia hanno infatti dimostrato come le aspettative degli insegnanti-riabilitatori in base alla diagnosi dei bambini che incontrano siano un limite al potenziale di sviluppo dei bambini stessi. Tale effetto è stato descritto come "ceiling effect" o effetto tetto, per cui non osiamo proporre attività nuove o più sofisticate a chi riteniamo non possa usufruirne, di fatto inducendo un handicapp (esempi di effetto ceiling sono derivati dalle teorie sull' "aspettare i 6 anni per insegnare a scrivere"; "aspettare che il bambino sia pronto per andare in bagno"...). Se il fenomeno esiste dal punto di vista dell'insegnamento, esiste ancora di più dal punto di vista sociale: L'esempio tipico è quello dei bambini con sindrome di Down. La divulgazione, da parte degli psicologi, di tratti comportamentali tipici della sindrome, ha creato una generazione di insegnanti e professionisti che insegnano in ritardo e con grande lentezza la maggior parte delle abilità accademiche e di vita, poichè il "fenotipo-Down" "prevede" bambini immaturi rispetto ai coetanei, testardi e ribelli se sottoposti a richieste, affettuosi e tavolta eccessivamente socievoli. Spero non venga cerato un "fenotipo-autistico" a disposizione di professionisti che non utilizzano il metodo scientifico! Di recente a un convegno una psicologa ha descritto i comportamenti tipici delle persone con autismo: resto sempre perplessa di fronte a questi elenchi-consapevole che il pubblico li prende come FATTI o TEORIE VERE- e, ad oggi,dopo aver incontrato oltre 200 studenti, devo ancora incontrare un bambino con autismo che, come detta il fenotipo "rifiuti il contatto fisico". La chiave del successo educativo-riabilitativo è l'individualizzazione, per cui spero che gli studi volti ad una migliore categorizzazione delle tipologie all'interno della sindrome NON vengano presentati ad insegnanti e psicologi come uno strumento su cui basare la pratica professionale. Fabiola Casarini --- Mer 22/6/11, Stefano Palazzi <[email protected]> ha scritto: Da: Stefano Palazzi <[email protected]> Oggetto: Re: R: [autismo-biologia] spettro autistico: quanto ampio? A: [email protected] Data: Mercoledì 22 giugno 2011, 00:47 Ringrazio della cortese contrarietà, che fino a qualche anno fa ho anch'io condiviso nel merito. Tuttavia, accogliere la sfida che viene dai paesi meno conservatori del nostro significa raccogliere dati e discutere metodologie. Lavorando presso il gruppo dello SNAP, che per primo ha pubblicato la prevalenza dell'autismo esteso all'1%, anch'io ero assolutamente scettico e perplesso. In visita a Bologna nel 2005 ero così scombussolato che mi impappinai nella conferenza stampa organizzata con Enrico Micheli alla domanda sulla frequenza epidemiologica. Ho discusso con alcuni degli autori e peer-reviewers dello SNAP: certamente non si sono inventati i dati. Baird G, Simonoff E, Pickles A, Chandler S, Loucas T, Meldrum D, Charman T. Prevalence of disorders of the autism spectrum in a population cohort of children in South Thames: the Special Needs and Autism Project (SNAP). Lancet. 2006 Jul 15;368(9531):210-5. PubMed PMID: 16844490.Un lavoro più recente del medesimo gruppo afferma che il fenotipo autistico è addirittura più frequente in chi ha QI>70 che non in chi ha QI<70: Charman T, Pickles A, Simonoff E, Chandler S, Loucas T, Baird G. IQ in children with autism spectrum disorders: data from the Special Needs and Autism Project (SNAP). Psychol Med. 2011 Mar;41(3):619-27. PubMed PMID: 21272389. Il perché della prevalenza aumentata è ben discussa ad esempio in: Wazana A, Bresnahan M, Kline J. The autism epidemic: fact or artifact? J Am Acad Child Adolesc Psychiatry. 2007 Jun;46(6):721-30. PubMed PMID: 17513984. Per Wazana, che ho conosciuto personalmente, l'incredibile aumento del fenotipo autistico è dovuto alla minor ignoranza che abbiamo grazie agli strumenti diagnostici standardizzati. Peraltro anche questo problema ha contribuito a rimandare l'uscita del DSM-5, ora atteso per il 2013: http://www.dsm5.org/ProposedRevisions/Pages/proposedrevision.aspx?rid=94Bast... cercare in Medline, e si vede che la ricerca professionale può proseguire, così come le politiche socio-sanitarie fanno il proprio mestiere.Brugha TS, McManus S, Bankart J, Scott F, Purdon S, Smith J, Bebbington P, Jenkins R, Meltzer H. Epidemiology of autism spectrum disorders in adults in the community in England. Arch Gen Psychiatry. 2011 May;68(5):459-65. PubMed PMID: 21536975.Roelfsema MT, Hoekstra RA, Allison C, Wheelwright S, Brayne C, Matthews FE, Baron-Cohen S. Are Autism Spectrum Conditions More Prevalent in an Information-Technology Region? A School-Based Study of Three Regions in the Netherlands. J Autism Dev Disord. 2011 Jun 17. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 21681590.Lord C. Epidemiology: How common is autism? Nature. 2011 Jun 8;474(7350):166-8. doi: 10.1038/474166a. PubMed PMID: 21654793.Nella mia breve nota mi riferivo semplicemente alla "ricerca scientifica" senza fraintenderla con le "politiche sanitarie sociali".Banting e Best scoprirono l'insulina perché intellettualmente curiosi, non perché ideologicamente ossequiosi.Nel condividere la prudenza sull'autismo ex-malattia rara, respingo la censura sulla nuova epidemiologia del fenotipo autistico.A proposito, nessun commento sullo studio coreano con il 2,6% di spettro autistico firmato anche da Michel Fombonne? Stefano Palazzi On 21 Jun 2011, at 19:25, Nicola Panocchia wrote: Non mi trovo d'accordo con il dott. Palazzi sul fatto che l'estensione della definizione di autismo non possa nuocere alla ricerca ed io direi più in generale alle politiche sanitarie e sociali sull'autismo. Per rimanere al paragone con il diabete, nessun paziente afferma di non essere affetto dalla patologia. Se vogliamo continuare nel paradosso, è come se alcuni pazienti con diabete tipo II dicessero nei mass media che il diabete in fondo non è un gran patologia, basta un po’ di dieta ed eventualmente qualche pilloletta. Perché allora spendere tanti soldi per la ricerca, per centri specializzati, per la cura? A mio avviso, Quello che conta non è la percezione sociale di una patologia. Perché si dovrebbero spendere soldi pubblici per persone che non voglio considerarsi affette da una patologia, né tantomeno la vogliono curare? Anzi rivendicano il diritto a non essere curate. Se inoltre sono queste persone che hanno più accesso ai mass media o la rappresentazione che si fa di questa patologia è prevalentemente centrata su questa tipologia di persone con autismo (vedi Hacking I. (2009), How we have been learning to talk about autism: A role for stories,«Metaphilosophy», voi. 40, nn. 3-4, pp. 499-516), qual'è l'immagine che l'opinione pubblica avrà dell'autismo? Perché dovrebbe voler investire soldi e risorse? Non è proprio quello che lamenta il genitore nella lettera al The Guardian "This is not to say that the society does not maintain and run a number of excellent schools and residential units for those with classic autism, but it is to argue that the society's efforts have become dissipated in trying to address the widely differing needs of such disparate groups. And for those at the lower end of the spectrum there is still a tremendous shortage of specialised schools and adult residential units. Ironic, given that the society was originally founded to avoid just such a situation" Non c'è il rischio che affermazione come "La disabilità, insomma, è da intendersi più che altro come una forma di oppressione sociale in cui le persone con disabilità sono costrette a vivere a causa del modo in cui è strutturata la società." trovino vasta udienza. E a rimetterci sarebbero proprio le persone più fragili. Distinti saluti Nicola Panocchia -----Messaggio originale----- Da: [email protected] [mailto:[email protected]] Per conto di Stefano Palazzi Inviato: lunedì 20 giugno 2011 23:59 A: [email protected] Oggetto: Re: [autismo-biologia] spettro autistico: quanto ampio? Sono d'accordo su tutti i punti espressi dalla cara Daniela Mariani Cerati sul tema della definizione del fenotipo autistico, eccetto il timore che una definizione estensiva possa limitare la ricerca scientifica. Potrebbe essere vero l'opposto, a vedere cosa succede altrove. Il confronto con lo spettro diabetico mostra che l'attenzione per il diabete tipo 1 (5 per mille) non risente negativamente dell'attenzione data al diabete tipo 2 (5 per cento). Così pure succede nella paralisi cerebrale infantile, nella distrofia muscolare e nell'epilessia. Analogamente nello spettro autistico abbiamo tipi e sottotipi diversi, più o meno gravi, con o senza altre comorbidità, che si dovrebbero studiare con pari attenzione. Stefano Palazzi _______________________________________________ autismo-biologia mailing list [email protected] http://autismo33.it/mailman/listinfo/autismo-biologia -----Segue allegato----- _______________________________________________ autismo-biologia mailing list [email protected] http://autismo33.it/mailman/listinfo/autismo-biologia
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