Roberto Stella, responsabile dell’Area Formazione della FNOMCeO, e presidente dell’OMCeO di Varese, uno dei medici deceduti per il Coronavirus, era molto attivo nella formazione a distanza che l’Ordine mette a disposizione dei suoi iscritti. Oggi ho partecipato ad un corso in FAD, da lui preparato insieme a Pietro Dri, sul tema “La lettura critica dell’articolo scientifico” che ho trovato interessante e utile. Una cosa che mi ha colpito è stato l’esempio che ha portato per mostrare cosa si intende per “bias di pubblicazione di un articolo scientifico”. Copio dal dossier “Il termine della statistica per il bias di pubblicazione consiste nel fatto che spesso gli studi con risultati negativi non arrivino alla pubblicazione. Ciò ha conseguenze rilevanti: l’idea che ci si può fare dell’efficacia dei farmaci sarebbe infatti legata quasi soltanto a studi che riportano esiti positivi anche se in realtà altri studi con gli stessi farmaci hanno portato a risultati negativi, scomparsi nel nulla. Ciò ovviamente ha un grande rilievo per le revisioni sistematiche che dovrebbero mettere insieme tutti i dati disponibili, positivi e negativi, su un dato intervento per poter condurre poi metanalisi adeguate. Perché non vengono pubblicati gli studi con risultati negativi? Perché nessuno ha interesse a farlo: non le aziende farmaceutiche che hanno sponsorizzato lo studio, non i ricercatori, che arrivano a un risultato negativo e quindi poco utile per ottenere nuovi fondi in futuro, non le riviste su cui andrebbero pubblicate le ricerche perché da un lato gli studi negativi vengono poco citati dagli altri ricercatori e quindi si va a ridurre l’impact factor, cioè la rilevanza, della rivista stessa, dall’altro viene meno uno degli interessi degli editori che è quello di pubblicare i cosiddetti reprint cioè estratti della rivista con gli studi con risultati positivi per venderli alle aziende farmaceutiche che poi li distribuiscono ai medici. Ma che conseguenze ha questo bias? E’ stato condotto uno studio che le chiarisce bene e riguardava la pubblicazione delle ricerche condotte su 12 antidepressivi e presentate alla FDA statunitense per chiederne l’autorizzazione alla commercializzazione(Turner E, Matthews A, et al. Selective publication of antidepressant trials and its influence on apparent efficacy. New Engl J Med 2008;358:252-60) Nell’analisi si andava a vedere se gli studi presentati alla FDA erano stati pubblicati negli anni successivi sulle riviste scientifiche. Risultato? Dei 74 studi presentati il 97% di quelli che avevano raggiunto risultati positivi (37 in tutto) sono stati pubblicati e quindi letti dai medici, mentre solo il 33% di quelli che avevano portato a risultati negativi o dubbi ha visto la luce. Quindi di ben 3.369 pazienti sui 12.564 coinvolti negli studi presentati si sono perse le tracce e guarda caso erano quelli degli studi con risultati negativi. In altre parole la visione che abbiamo dell’efficacia di quei farmaci è distorta perché ci è consentito di vedere solo i pazienti che hanno avuto effetti positivi dalla terapia in esame. E proprio in questi ultimi tempi, a distanza di anni, cominciano a uscire articoli che mettono in dubbio l’efficacia e la sicurezza degli antidepressivi soprattutto in alcune fasce d’età” Dalla bibliografia risulta che queste fasce d’età sono i bambini e gli adolescenti. 10. Le Noury J, Nardo J, et al. Restoring Study 329: efficacy and harms of paroxetine and imipramine in treatment of major depression in adolescence. Brit Med J 2015;351:h4320. 11.Wise J. Antidepressants may double risk of suicide and aggression in children, study finds. Brit Med J 2016;352:i545 Gli antidepressivi, che nell’esperienza di molti genitori italiani di bambini con autismo danno solo effetti indesiderati, sono stati molto usati in America proprio nell’autismo, nella convinzione che diminuissero i comportamenti ripetitivi, come risulta da un ricerca del 2003 secondo la quale erano i farmaci maggiormente usati https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14594332 Nel 2009 una sperimentazione in doppio cieco col citalopram, uno degli antidepressivi più usati, ha dimostrato che il farmaco non era più efficace del placebo sui comportamenti ripetitivi e in compenso “Citalopram use was significantly more likely to be associated with adverse events, particularly increased energy level, impulsiveness, decreased concentration, hyperactivity, stereotypy, diarrhea, insomnia, and dry skin or pruritus” https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19487623 Ciò nonostante, in America è continuato un grande uso di antidepressivi nei bambini con autismo, spesso in associazione con altri psicofarmaci, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22153288 In Italia l’uso degli antidepressivi nell’autismo risulta limitato al 6 - 7 % negli adolescenti e negli adulti, da quanto risulta dalla ricerca pubblicata da ANGSA, CENSIS e Serono nel 2012 https://www.west-info.eu/it/troppi-errori-con-la-sclerosi-multipla/ricerca-c... Stiamo attenti a non lasciarci troppo influenzare dall’America Daniela Mariani Cerati
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