Il 2 marzo scorso abbiamo discusso il problema dell’assunzione a lunghissimo termine, spesso a vita, dei farmaci antipsicotici, detti anche neurolettici, e della strategia proposta dallo psichiatra francese René Tuffreau volta alla sospensione di detti farmaci http://autismo33.it/pipermail/autismo-biologia/2020-March/003669.html Un articolo di Horowitz e colleghi del 5 agosto scorso https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/article-abstract/2769191 si pone lo stesso problema riferito alla schizofrenia. Già nel messaggio citato abbiamo parlato delle analogie e delle differenze tra le due condizioni, ma molte considerazioni fatte nell’articolo di Horowitz valgono per i neurolettici in quanto tali, indipendentemente dall’indicazione per la quale vengono assunti, e quindi anche per l’autismo. Innanzitutto un importante richiamo alla neurobiologia. "molecular imaging studies in individuals with schizophrenia have found increased D2/D3 receptor availability in those who had been exposed to antipsychoticmedication but not in antipsychotic-naive patients" Ciò significa che l’aumento dei recettori per la dopamina è in rapporto non con la malattia, ma con l’esposizione agli antipsicotici. Questo è un meccanismo comune a molti farmaci che hanno come meccanismo d’azione il blocco di recettori, vedi ad esempio i beta bloccanti, che inducono un aumento dei recettori per le catecolamine per cui, se vengono sospesi bruscamente, senza una graduale diminuzione, espongono l’organismo a una eccessiva stimolazione adrenergica. Subito dopo la sospensione il ritorno dei sintomi per i quali gli antipsicotici sono stati dati non significa necessariamente che quel paziente abbia davvero bisogno di antipsicotici, ma può essere un effetto della rapida sospensione dovuta al meccanismo sopra descritto. Una prova di questo è il fatto che sintomi psicotici sono comparsi in persone che non avevano mai avuto psicosi in precedenza, ma che avevano assunto antipsicotici per nausea o per difficoltà nella lattazione. Questo a dimostrazione del fatto che la brusca sospensione degli antipsicotici era la sola causa dei sintomi psicotici e non certo il ritorno di una sintomatologia che questi pazienti non avevano mai avuto. "This is evidenced by the occurrence of psychotic symptoms in people without a psychotic disorder who abruptly stop taking antipsychotics used to treat other conditions, such as nausea or lactation difficulties" Gli antipsicotici sono bloccanti dei recettori D2 e D3 della dopamina e il blocco di questi recettori induce un aumento degli stessi per cui, se togliamo bruscamente il blocco, la dopamina endogena troverà un maggior numero di recettori e produrrà i sintomi di una eccessiva stimolazione dopaminergica. L’articolo propone due modalità per una sospensione lenta e graduale degli antipsicotici: una riduzione lineare e una riduzione iperbolica del dosaggio. Per la descrizione dettagliata delle due modalità rimando alla lettura dell’articolo per i professionisti interessati. Per parte mia riporto il caso, simile a tanti altri, di una cinquantenne con autismo Paola ha ora 51 anni. Ha iniziato ad assumere neurolettici all'età di 7 anni, prima Neuleptil associato al Depakin, fino all'età di 19-20 anni, quando è passata al Serenase, associato al Depakin e nel 2005 ha iniziato a prendere lo Zyprexa (sempre assieme al Depakin). Qualche mese fa la sorella di Paola mi ha scritto preoccupata perché Paola presentava disturbi della deglutizione. Io ho avanzato l’ipotesi che un fattore favorente potesse essere lo Zyprexa. Il medico della residenza di cui Paola è ospite ha preso in considerazione questa ipotesi e in modo lento e graduale ha iniziato a diminuire il dosaggio. Qualche giorno fa la sorella mi ha scritto “Sia la dottoressa che l'educatrice mi hanno comunicato che Paola sta rispondendo molto bene alla graduale riduzione del Neurolettico Zyprexa che avevo richiesta grazie al tuo aiuto: in pratica non ci sono, al momento, variazioni nel comportamento di Paola e, secondo la dottoressa, mia sorella potrebbe anche non avere bisogno di sostituirlo con un altro (anche a me è apparsa tranquilla e allerta, serena e sorridente). Considerato che questi neurolettici hanno così tanti effetti collaterali e che forse Paola continuava ad assumerlo senza averne davvero bisogno, sono buone notizie e non ti ringrazierò mai abbastanza per i consigli e l'avermi aiutato nell'iniziare il processo….La dottoressa mi ha riferito: "Dal punto di vista della deglutizione va bene, permane il bruxismo ma in maniera fluttuante". Per concludere ricorderei uno dei principi basali della Medicina “Primum non nocere”. Prima di iniziare trattamenti nuovi, cerchiamo di rivedere i trattamenti in atto e chiediamoci se non sia il caso di diminuire o sospendere, con le modalità raccomandate, ciò che può essere non solo inutile, ma anche dannoso. Daniela Mariani Cerati
Grazie Daniela per queste interessanti informazioni. Anna Rita Il Dom 23 Ago 2020, 3:43 PM daniela <[email protected]> ha scritto:
Il 2 marzo scorso abbiamo discusso il problema dell’assunzione a lunghissimo termine, spesso a vita, dei farmaci antipsicotici, detti anche neurolettici, e della strategia proposta dallo psichiatra francese René Tuffreau volta alla sospensione di detti farmaci
http://autismo33.it/pipermail/autismo-biologia/2020-March/003669.html
Un articolo di Horowitz e colleghi del 5 agosto scorso
https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/article-abstract/2769191
si pone lo stesso problema riferito alla schizofrenia.
Già nel messaggio citato abbiamo parlato delle analogie e delle differenze tra le due condizioni, ma molte considerazioni fatte nell’articolo di Horowitz valgono per i neurolettici in quanto tali, indipendentemente dall’indicazione per la quale vengono assunti, e quindi anche per l’autismo.
Innanzitutto un importante richiamo alla neurobiologia.
"molecular imaging studies in individuals with schizophrenia have found increased D2/D3 receptor availability in those who had been exposed to antipsychoticmedication but not in antipsychotic-naive patients"
Ciò significa che l’aumento dei recettori per la dopamina è in rapporto non con la malattia, ma con l’esposizione agli antipsicotici.
Questo è un meccanismo comune a molti farmaci che hanno come meccanismo d’azione il blocco di recettori, vedi ad esempio i beta bloccanti, che inducono un aumento dei recettori per le catecolamine per cui, se vengono sospesi bruscamente, senza una graduale diminuzione, espongono l’organismo a una eccessiva stimolazione adrenergica.
Subito dopo la sospensione il ritorno dei sintomi per i quali gli antipsicotici sono stati dati non significa necessariamente che quel paziente abbia davvero bisogno di antipsicotici, ma può essere un effetto della rapida sospensione dovuta al meccanismo sopra descritto.
Una prova di questo è il fatto che sintomi psicotici sono comparsi in persone che non avevano mai avuto psicosi in precedenza, ma che avevano assunto antipsicotici per nausea o per difficoltà nella lattazione. Questo a dimostrazione del fatto che la brusca sospensione degli antipsicotici era la sola causa dei sintomi psicotici e non certo il ritorno di una sintomatologia che questi pazienti non avevano mai avuto.
"This is evidenced by the occurrence of psychotic symptoms in people without a psychotic disorder who abruptly stop taking antipsychotics used to treat other conditions, such as nausea or lactation difficulties"
Gli antipsicotici sono bloccanti dei recettori D2 e D3 della dopamina e il blocco di questi recettori induce un aumento degli stessi per cui, se togliamo bruscamente il blocco, la dopamina endogena troverà un maggior numero di recettori e produrrà i sintomi di una eccessiva stimolazione dopaminergica.
L’articolo propone due modalità per una sospensione lenta e graduale degli antipsicotici: una riduzione lineare e una riduzione iperbolica del dosaggio. Per la descrizione dettagliata delle due modalità rimando alla lettura dell’articolo per i professionisti interessati.
Per parte mia riporto il caso, simile a tanti altri, di una cinquantenne con autismo
Paola ha ora 51 anni. Ha iniziato ad assumere neurolettici all'età di 7 anni, prima Neuleptil associato al Depakin, fino all'età di 19-20 anni, quando è passata al Serenase, associato al Depakin e nel 2005 ha iniziato a prendere lo Zyprexa (sempre assieme al Depakin).
Qualche mese fa la sorella di Paola mi ha scritto preoccupata perché Paola presentava disturbi della deglutizione. Io ho avanzato l’ipotesi che un fattore favorente potesse essere lo Zyprexa. Il medico della residenza di cui Paola è ospite ha preso in considerazione questa ipotesi e in modo lento e graduale ha iniziato a diminuire il dosaggio.
Qualche giorno fa la sorella mi ha scritto “Sia la dottoressa che l'educatrice mi hanno comunicato che Paola sta rispondendo molto bene alla graduale riduzione del Neurolettico Zyprexa che avevo richiesta grazie al tuo aiuto: in pratica non ci sono, al momento, variazioni nel comportamento di Paola e, secondo la dottoressa, mia sorella potrebbe anche non avere bisogno di sostituirlo con un altro (anche a me è apparsa tranquilla e allerta, serena e sorridente). Considerato che questi neurolettici hanno così tanti effetti collaterali e che forse Paola continuava ad assumerlo senza averne davvero bisogno, sono buone notizie e non ti ringrazierò mai abbastanza per i consigli e l'avermi aiutato nell'iniziare il processo….La dottoressa mi ha riferito: "Dal punto di vista della deglutizione va bene, permane il bruxismo ma in maniera fluttuante".
Per concludere ricorderei uno dei principi basali della Medicina “Primum non nocere”. Prima di iniziare trattamenti nuovi, cerchiamo di rivedere i trattamenti in atto e chiediamoci se non sia il caso di diminuire o sospendere, con le modalità raccomandate, ciò che può essere non solo inutile, ma anche dannoso. Daniela Mariani Cerati
_______________________________________________ Lista di discussione autismo-biologia [email protected] ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici). Fondazione Augusta Pini ed Istituto del Buon Pastore Onlus. Per cancellarsi dalla lista inviare un messaggio a: [email protected]
Se c’è un movimento internazionale per la deprescrizione di antipsicotici agli schizofrenici, a maggior ragione il problema si pone per la deprescrizione di antipsicotici alle persone con disabilità intellettiva con o senza autismo. Con questo scopo è nato in Inghilterra un progetto nazionale che coinvolge diverse organizzazioni finalizzato ad aiutare professionisti, famiglie e pazienti a contrastare l’uso inappropriato di farmaci antipsicotici. Il progetto prende il nome di “Stopping over medication of people with a learning disability, autism or both (STOMP)” https://www.england.nhs.uk/learning-disabilities/improving-health/stomp/ Il 2020-08-23 15:38 daniela ha scritto:
Il 2 marzo scorso abbiamo discusso il problema dell’assunzione a lunghissimo termine, spesso a vita, dei farmaci antipsicotici, detti anche neurolettici, e della strategia proposta dallo psichiatra francese René Tuffreau volta alla sospensione di detti farmaci
http://autismo33.it/pipermail/autismo-biologia/2020-March/003669.html
Un articolo di Horowitz e colleghi del 5 agosto scorso
https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/article-abstract/2769191
si pone lo stesso problema riferito alla schizofrenia.
Già nel messaggio citato abbiamo parlato delle analogie e delle differenze tra le due condizioni, ma molte considerazioni fatte nell’articolo di Horowitz valgono per i neurolettici in quanto tali, indipendentemente dall’indicazione per la quale vengono assunti, e quindi anche per l’autismo.
Innanzitutto un importante richiamo alla neurobiologia.
"molecular imaging studies in individuals with schizophrenia have found increased D2/D3 receptor availability in those who had been exposed to antipsychoticmedication but not in antipsychotic-naive patients"
Ciò significa che l’aumento dei recettori per la dopamina è in rapporto non con la malattia, ma con l’esposizione agli antipsicotici.
Questo è un meccanismo comune a molti farmaci che hanno come meccanismo d’azione il blocco di recettori, vedi ad esempio i beta bloccanti, che inducono un aumento dei recettori per le catecolamine per cui, se vengono sospesi bruscamente, senza una graduale diminuzione, espongono l’organismo a una eccessiva stimolazione adrenergica.
Subito dopo la sospensione il ritorno dei sintomi per i quali gli antipsicotici sono stati dati non significa necessariamente che quel paziente abbia davvero bisogno di antipsicotici, ma può essere un effetto della rapida sospensione dovuta al meccanismo sopra descritto.
Una prova di questo è il fatto che sintomi psicotici sono comparsi in persone che non avevano mai avuto psicosi in precedenza, ma che avevano assunto antipsicotici per nausea o per difficoltà nella lattazione. Questo a dimostrazione del fatto che la brusca sospensione degli antipsicotici era la sola causa dei sintomi psicotici e non certo il ritorno di una sintomatologia che questi pazienti non avevano mai avuto.
"This is evidenced by the occurrence of psychotic symptoms in people without a psychotic disorder who abruptly stop taking antipsychotics used to treat other conditions, such as nausea or lactation difficulties"
Gli antipsicotici sono bloccanti dei recettori D2 e D3 della dopamina e il blocco di questi recettori induce un aumento degli stessi per cui, se togliamo bruscamente il blocco, la dopamina endogena troverà un maggior numero di recettori e produrrà i sintomi di una eccessiva stimolazione dopaminergica.
L’articolo propone due modalità per una sospensione lenta e graduale degli antipsicotici: una riduzione lineare e una riduzione iperbolica del dosaggio. Per la descrizione dettagliata delle due modalità rimando alla lettura dell’articolo per i professionisti interessati.
Per parte mia riporto il caso, simile a tanti altri, di una cinquantenne con autismo
Paola ha ora 51 anni. Ha iniziato ad assumere neurolettici all'età di 7 anni, prima Neuleptil associato al Depakin, fino all'età di 19-20 anni, quando è passata al Serenase, associato al Depakin e nel 2005 ha iniziato a prendere lo Zyprexa (sempre assieme al Depakin).
Qualche mese fa la sorella di Paola mi ha scritto preoccupata perché Paola presentava disturbi della deglutizione. Io ho avanzato l’ipotesi che un fattore favorente potesse essere lo Zyprexa. Il medico della residenza di cui Paola è ospite ha preso in considerazione questa ipotesi e in modo lento e graduale ha iniziato a diminuire il dosaggio.
Qualche giorno fa la sorella mi ha scritto “Sia la dottoressa che l'educatrice mi hanno comunicato che Paola sta rispondendo molto bene alla graduale riduzione del Neurolettico Zyprexa che avevo richiesta grazie al tuo aiuto: in pratica non ci sono, al momento, variazioni nel comportamento di Paola e, secondo la dottoressa, mia sorella potrebbe anche non avere bisogno di sostituirlo con un altro (anche a me è apparsa tranquilla e allerta, serena e sorridente). Considerato che questi neurolettici hanno così tanti effetti collaterali e che forse Paola continuava ad assumerlo senza averne davvero bisogno, sono buone notizie e non ti ringrazierò mai abbastanza per i consigli e l'avermi aiutato nell'iniziare il processo….La dottoressa mi ha riferito: "Dal punto di vista della deglutizione va bene, permane il bruxismo ma in maniera fluttuante".
Per concludere ricorderei uno dei principi basali della Medicina “Primum non nocere”. Prima di iniziare trattamenti nuovi, cerchiamo di rivedere i trattamenti in atto e chiediamoci se non sia il caso di diminuire o sospendere, con le modalità raccomandate, ciò che può essere non solo inutile, ma anche dannoso. Daniela Mariani Cerati
_______________________________________________ Lista di discussione autismo-biologia [email protected] ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici). Fondazione Augusta Pini ed Istituto del Buon Pastore Onlus. Per cancellarsi dalla lista inviare un messaggio a: [email protected]
Il 2020-09-30 17:43 daniela ha scritto:
Se c’è un movimento internazionale per la deprescrizione di antipsicotici agli schizofrenici, a maggior ragione il problema si pone per la deprescrizione di antipsicotici alle persone con disabilità intellettiva con o senza autismo. Con questo scopo è nato in Inghilterra un progetto nazionale che coinvolge diverse organizzazioni finalizzato ad aiutare professionisti, famiglie e pazienti a contrastare l’uso inappropriato di farmaci antipsicotici.
Il progetto prende il nome di
“Stopping over medication of people with a learning disability, autism or both (STOMP)”
https://www.england.nhs.uk/learning-disabilities/improving-health/stomp/
E’ stato pubblicato il 17 settembre scorso il seguente articolo UK psychiatrists' experience of withdrawal of antipsychotics prescribed for challenging behaviours in adults with intellectual disabilities and/or autism, Shoumitro Deb , Tom Nancarrow , Bharati Limbu , Rory Sheehan , Mike Wilcock , David Branford , Ken Courtenay , Bhathika Perera , Rohit Shankar , BJPsych Open. 2020 Sep 17;6(5):e112. doi: 10.1192/bjo.2020.97. https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/F4E2... Gli autori si sono posti il quesito di come è stato recepito dagli psichiatri che hanno in cura pazienti con disabilità mentale e/o autismo il progetto STOMP. Per l’insieme dei risultati dell’inchiesta rimando alla lettura dell’articolo. Mi soffermerei invece su un dato che dimostra quanto siano facili le incomprensioni e quanto sia necessaria la formazione permanente dei medici e la loro disponibilità a collaborare con altri professionisti: educatori, psicologi, assistenti sociali, decisori politici, associazioni di volontariato e quant’altro. Una metà degli psichiatri che hanno risposto al questionario dice che, da quando è stato lanciato il progetto STOMP, sono meno propensi a prescrivere antipsicotici per i comportamenti dirompenti dei disabili mentali, ma un’alta proporzione di essi afferma che, invece degli antipsicotici, prescrive altre classi di farmaci psicotropi, in particolare antidepressivi e benzodiazepine. Come dicono gli autori, questo va contro lo spirito del progetto STOMP che non dice affatto di sostituire gli antipsicotici con altri psicofarmaci, ma di affrontare i comportamenti problematici con approcci non farmacologici, il chè comporta la collaborazione con le professioni sopra menzionate. Questo per il presente. Se la ricerca scientifica produrrà in futuro farmaci o comunque approcci biologici con un buon profilo di efficacia e sicurezza, gli approcci terapeutici potranno cambiare. Al momento attuale disponiamo di farmaci che, soprattutto nel lungo periodo, rischiano di essere essi stessi un fattore di peggioramento della già grave condizione dei disabili mentali e il progetto STOMP invita a rivedere la prassi attuale della loro prescrizione, tentandone la sospensione o, quanto meno, la riduzione del dosaggio. Daniela Mariani Cerati
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ANNA RITA STASI -
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