L’autismo sta emergendo ogni giorno di più come problema di sanità pubblica. Un tempo considerata malattia rara, ora risulta essere molto frequente. Nessuno sa se vi sia stato un aumento della reale incidenza o solo un aumento delle diagnosi. Sta di fatto che è una condizione grave, frequente e che accompagna l’individuo affetto dalla culla alla tomba. Da queste premesse è nato il progetto CHARGE: Childhood Autism Risks from Genetics and Environment http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1513329/ Per potere studiare l’influsso dei fattori ambientali e genetici e della loro reciproca interazione il gruppo di studio ha arruolato centinaia di bambini dai 24 ai 60 mesi di età: un gruppo con autismo, un gruppo a sviluppo regolare e un gruppo con ritardo mentale semplice. I fattori di rischio che vengono esplorati sono quelli già noti per essere dannosi alla salute, di cui si conosce la correlazione con altre malattie, ma di cui non si è mai esplorato il rischio riproduttivo o il rischio specifico nei primi anni di vita. Che l’inquinamento da traffico e, in particolare, da polveri sottili sia nocivo per la salute è a tutti noto, se non altro per i blocchi del traffico che le città sono costrette a proclamare quando la concentrazione delle polveri sottili supera i limiti ritenuti pericolosi dall’OMS. Il gruppo CHARGE ha testato il rapporto tra inquinamento da traffico, e in particolare tra concentrazione di polveri sottili (particelle microscopiche, il cui diametro aerodinamico è uguale o inferiore a 10 µm, ovvero 10 millesimi di millimetro), e autismo. I dati di partenza sembrano piuttosto grossolani: l’indirizzo della madre alla nascita e l’elenco degli indirizzi della madre nei tre trimestri di gravidanza e del bambino nel primo anno di vita. Questi dati sono stati registrati per 279 bambini con autismo e 245 controlli di pari età e genere. Gli autori hanno poi messo in relazione la composizione dell’aria nelle sedi delle abitazioni, ricavata dalle tabelle ufficiali, dei due gruppi. I risultati hanno mostrato che nei bambini con autismo era più frequente la residenza in una zona col più alto quartile di esposizione all’inquinamento da traffico sia durante la gravidanza che nel primo anno di vita rispetto ai controlli (Rischio relativo 1,98 durante la gravidanza e 3,1 durante il primo anno di vita) Le misure di esposizione regionale al diossido di azoto e alle polveri sottili, con particelle di diametro inferiore a 2,5 e a 10 micron, erano pure associate all’autismo sia durante la gravidanza (Rischio relativo per il diossido di azoto 1,81; Rischio relativo per esposizione a PM2.5:: 2.08 e 2,17 per PM10) che durante il primo anno di vita (Rispettivamente 2.06, 2.12 ; 2,14) I dati sono stati pubblicati il 26 novembre scorso sulla rivista Arch Gen Psychiatry., doi:10.1001/jamapsychiatry.2013.266 con un articolo dal titolo “Traffic-Related Air Pollution, Particulate Matter, and Autism” Heather E. Volk, PhD, MPH; Fred Lurmann; Bryan Penfold; Irva Hertz-Picciotto, PhD; Rob McConnell, MD Lo studio CHARGE per l’autismo ricorda lo studio Framingham per le malattie cardiache, nato nel 1948, quando l’infarto del miocardio mieteva tante vittime nel pieno della maturità e non si conoscevano i fattori di rischio. Anche allora il primo approccio è stato epidemiologico e ha dato tantissimi frutti. C’è però una grande differenza. La conoscenza dei fattori di rischio per la cardiopatia ischemica (fumo, colesterolo, sedentarietà ecc) serve per la prevenzione primaria, ma anche per quella secondaria, ovvero per arrestare la progressione della malattia quando questa è presente. Quello che emerge dalle ricerche sull’eziologia dell’autismo è invece che c’è una finestra temporale di suscettibilità ai fattori di rischio, la vita intrauterina e il primo anno di vita, durante la quale il danno, una volta prodotto, è irreversibile. Da ciò si deduce che i dati che emergono da un approccio, finalmente serio e moderno allo studio delle cause dell’autismo, possono avere dei risvolti pratici sulla prevenzione di nuovi casi, ma non sulla terapia delle persone che ne soffrono. La ricerca di terapie biologiche che allevino i gravi sintomi dell’autismo e di fattori di rischio devono probabilmente percorrere strade diverse e non si dovrebbe sacrificarne una a vantaggio dell’altra.
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daniela marianicerati