scusate se mi permetto di entrare nel merito,
sentendomi chiamata in causa come persona che da molti anni lavora nel campo
della comunicazione aumentativa, e che nel tempo ha cominciato a farlo anche nel
campo dell'autismo.
mi sembra importante premettere che la maggior
parte degli utenti con cui oggi ci si confronta, in comunicazione aumentativa,
non sono più gli utenti con deficit periferici e relativamente lineari di una
volta (intelligenti, senza difficoltà a capire il linguaggio, con pochi problemi
neuropsicologici e molti problemi motori) ma sono utenti complessi,
multiproblematici, che hanno difficoltà rispetto alle quali è difficile avere
certezze, che fluttuano continuamente per l'incrociarsi continuo delle diverse
problematiche.
per quanto riguarda le persone con autismo, mi pare
che i punti chiave da tenere in mente siano almeno tre.
il primo è che in nessun ambito come l'autismo è
evidente che la CAA non è una tecnica riabilitativa, ma una modalità di
intervento, una lingua, qualcosa che deve essere trasversale a tutti gli
ambienti e gli interlocutori e che non può che procedere con grande rispetto,
pezzettino a pezzettino, con fatica e soprattutto continua
ricalibrazione e "manutenzione" nel tempo, per poter permettere ai ragazzi di
provare ad esprimere man mano la propria soggettività.
il secondo, come ben dice Francesco Barale, è
certamente il problema dell'intenzionalità comunicativa.
che è uno snodo chiave nell'autismo, e che richiede
un'adattamento del modo di lavorare in caa perchè l'intervento possa essere il
più precoce possibile, generalizzato e soprattutto legato agli effettivi
interessi e ambiti motivazionali del bambino (permettendo così di attivare
progressivamente e con molta minore fatica un'intenzionalità comunicativa
fragile e discontinua)
il terzo è il ruolo fondamentale del
disturbo di comprensione linguistica in genere presente, in particolare per
quanto riguarda gli elementi morfosintattici delle frasi e la pragmatica. che
implica anche esso una profonda modificazione dell'intervento che si usava una
volta per le paralisi cerebrali e disturbi analoghi, e che richiede un'estrema
attenzione alle modalità di sostenere la comunicazione in entrata, assai al di
là dell'uso di pochi simboli in entrata, con la necessità di
garantire un supporto ampio e diffuso, trasversale a tutti i contesti, che
permetta ai ragazzi di capire progressivamente anche le sfumature del mondo
intorno e non solo gli elementi chiave. aspetto su cui forse non ci sono
ancora moltissimi lavori pubblicati, ma qualcuno sì, e soprattutto molto
studio e confronto in corso, tra i professionisti e con le
famiglie.
il tema di quanto andiamo a sovrapporre i nostri
contenuti a quelli dell'altro resta un tema chiave trasversale, tanto più
presente quanto più l'altro si trova in una situazione di povertà di strumenti e
competenze per comunicare, e noi ci troviamo ad avere poco modo di poter
ascoltare.
mi sembra però importante ribadire che
comunicazione aumentativa e comunicazione facilitata sono due cose molto
diverse, e che il rischio di influenzare i contenuti della comunicazione è
massimo per la facilitata, proprio per le modalità insite nell'intervento,
mentre è molto minore in comunicazione aumentativa.
ciò non toglie che debba essere tenuto in mente e
affrontato nel tempo.
cordiali saluti a tutti
Antonella Costantino
----- Original Message -----
Sent: Friday, October 08, 2010 12:52
AM
Subject: Re: [autismo-biologia] CAA e
CF
Come al solito Stefano, con asciuttezza
"british", è andato direttamente al cuore della questione, evitando di
infilarsi nei fanatismi, nelle approssimazioni, negli atteggiamenti
sbrigativi, nelle guerre di religione e nelle rozzezze metodologiche che
su questi temi, negli anni trascorsi, hanno caratterizzato, da tutte
le opposte parti, la discussione (e anche purtroppo la maggior parte dei
lavori "scientifici", spesso, devo dire, piuttosto ridicoli). La
questione che si pone per tutti (sottolineo "per tutti") i metodi di
implementazione delle capacità comunicative nell'autismo è, come dice
Stefano, proprio di confrontarsi seriamente con il deficit di
intenzionalità comunicativa, di coerenza cognitiva e, aggiungerei, di
organizzazione pragmatico-intenzionale, dell'autismo. Deficit importanti,
reali, le cui radici neuropsicologiche cominciamo solo recentemente e solo
parzialmente a capire e che nessuna "tecnica" pensata per defici
"periferici" può aggirare magicamente. Questo è il problema. Sappiamo però
anche che tali deficit non sono di regola né globali né statici, che sono
esposti ad innumerevoli fluttuazioni contestuali, e che frammenti di
intenzionalità magari non organizzata e non in grado di esprimersi in modi
coerenti con i "normali" canali comunicativi
pure permangono nell'autismo, talvolta anche in gravi condizioni
autistiche. Come scriveva U. Frith qualche anno fa, "i defit nell'autismo
non sono mai nè statici nè globali". Compresi quelli comunicativi. Sappiamo
anche che la distinzione tra "deficit centrali" e "deficit periferici" nel
caso dell'autismo è essa stessa altamente problematica (se non altro perchè
tutti gli step che vanno dalla organizzazione ideo-motoria
dell'intenzionalità, compresa quella comunicativa, alla sua espressione
prassica sono in questo caso coinvolti tutti insieme). Sappiamo inoltre
che, comunque, le procedure abilitative procedono di regola proprio dal
"periferico" al "centrale" (anche se sono tanto più intelligenti quanto
più considerano la globalità dei problemi). Sappiamo anche che
proprio perchè l' intenzionalità e le capacità pragmatico-comunicative sono
così fragili nell'autismo, tutti (sottolineo "tutti") i metodi di
implementazione delle capacità comunicative sono esposti ai notissimi e
documentati rischi di sovrapporre (più o meno inconsciamente) le
intenzioni comunicativa del facilitatore o dell' implementatore a quelle,
incerte, fragilissime, non organizzate, nella maggior parte dei casi non in
grado di organizzarsi pragmaticamente in modo autonomo, del soggetto
autistico. Non per questo la questione è meno rilevante: qualsiasi possibilità
di implementare, incanalare e amplificare le capacità espressive dei
soggetti, delle persone con autismo, va perseguita, con umiltà, scetticismo,
spirito critico e prudenza, senza fanatismi e senza illusioni, con
competenza tecnica e grande rispetto della alterità autistica, senza cercare
scorciatoie, senza onnipotenti negazioni della realtà dei deficit e della
complessità neuropsicologica dei problemi, sapendo bene quali sono i
rischi ma anche sapendo bene, d'altro canto, quanto sia importante
la posta in giuoco: anche il più piccolo frammento di verità
(la possibilità di esprimere la propria soggettività) che si riesca ad
ottenere, magari confuso, magari incerto, magari da districare
dall'impasto più o meno inevitabile di artefatti, è assolutamente prezioso; è
un compito da perseguire col massimo possibile del pessimismo
dell'intelligenza, ma a cui non possiamo rinunciare.
Cordiali saluti a tutti
Francesco Barale
----- Original Message -----
Sent: Thursday, October 07, 2010 9:58
AM
Subject: [autismo-biologia] CAA e
CF
Conosco e apprezzo la Comunicazione
Aumentativa Alternativa (CAA) in ambito fisiatrico e neuromotorio in
particolare, dove si intende compensare un deficit "periferico"
sensoriale o motorio. L'approccio ora è diffuso anche per l'autismo
(vedi allegato).
Che possa occupare lo spazio riabilitativo della illusoria
Comunicazione Facilitata (CF)? Il problema resterebbe quello del deficit di
intenzionalità e coerenza cognitiva, che sono alla base della diversità
autistica. Il partner comunicativo della persona con autismo potrebbe
inferire significati che riflettono più l'orecchio e lo sguardo di chi
ascolta affatto compiuti nel soggetto.
Che ne pensa il gruppo autismo-biologia?
PS: per chi legge in inglese segnalo il sito con ulteriori
considerazioni sulla problematica centrale-periferico nell'autismo sotto
forma di review della raccolta
Autism
and Blindness. Research and Reflections:
http://bjp.rcpsych.org/cgi/content/full/187/3/296
Conosco e apprezzo la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA)
in
ambito fisiatrico e neuromotorio in particolare, dove si
intende
compensare un deficit "periferico" sensoriale o motorio.
L'approccio
ora è diffuso anche per l'autismo (vedi
allegato).
Che possa occupare lo spazio riabilitativo della
illusoria
Comunicazione Facilitata (CF)? Il problema resterebbe
quello del
deficit di intenzionalità e coerenza cognitiva, che
sono alla base
della diversità autistica. Il partner comunicativo
della persona con
autismo potrebbe inferire significati che
riflettono più l'orecchio e
lo sguardo di chi ascolta affatto
compiuti nel soggetto.
Che ne pensa il gruppo
autismo-biologia?
Stefano P.
PS: per chi legge in inglese
segnalo il sito con ulteriori
considerazioni sulla problematica
centrale-periferico nell'autismo
sotto forma di review della
raccolta Autism and Blindness. Research
and Reflections:
http://bjp.rcpsych.org/cgi/content/full/187/3/296
_______________________________________________
autismo-biologia
mailing
list
autismo-biologia@autismo33.it
http://autismo33.it/mailman/listinfo/autismo-biologia
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