Un bambino che ha la tosse costituisce un disturbo anche
per i vicini, se si tengono le finestre aperte o se i muri sono sottili, ma non
mi risulta che sia mai successo che un bambino venga sottratto alla mamma perché
ha la tosse.
Un bambino che, invece di avere i bronchi deboli, ha una
disfunzione cerebrale a causa della quale ha dei comportamenti esplosivi, viene
sottratto brutalmente a una mamma che ha fatto di tutto per curarlo ma, come
spesso succede in Neuropsichiatria infantile, inutilmente.
E’ successo in una città italiana che non nomino nel
timore che la famiglia venga riconosciuta.
I comportamenti esplosivi compulsivi sono un problema
enorme e irrisolto di cui si dovrebbero occupare di più medici, psicologi,
assistenti sociali e giudici.
Nel caso in questione il neuropsichiatra consultato dalla
madre aveva capito bene che si trattava di un sintomo di malattia, tanto che
era partito subito con il risperidone.
Dimenticando però una cosa fondamentale: che gli
psicofarmaci nei bambini spesso danno effetti paradossi. Così è stato. Sotto l’effetto
del risperidone i sintomi preesistenti sono peggiorati e ne sono comparsi
altri: allucinazioni, opistotono, enuresi.
All’atto della prescrizione il medico NPI non ha lasciato
nessun numero telefonico utile e, quando la madre ha chiamato l’ospedale per
dire che il bambino (otto anni) stava malissimo, il medico non era reperibile e
l’infermiera ha detto, con non si sa quale autorità, di continuare il farmaco
fino al ritorno del medico, dopo il fine settimana.
Era chiaro che il farmaco andava sospeso, ma la madre,
scrupolosa, ha voluto farlo con il consenso di uno, anzi di tre medici pediatri
da lei consultati.
Ma nella catena perversa che ha portato all’allontanamento
coatto del bambino dalla famiglia è risultato soltanto che la madre non ha
seguito la prescrizione del medico NPI.
Ci risiamo: l’antico adagio. Non si pensa alla
serotonina, alla dopamina o alle sinapsi. “Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo”
Al minimo sintomo di origine non chiara scatta la colpa.
E la colpevole è sempre lei: la mamma.
La quale ha tutta la documentazione della sua innocenza,
ma per lei non vale la presunzione di innocenza finché non si dimostra il
contrario.
Il bambino, che ovviamente continua con le sue crisi
compulsive, inspiegabilmente, continua a vivere lontano da casa, in una
comunità di estranei. Lei lo puo’ vedere un paio di ore alla settimana, sempre
con un “secondino” che ascolta e che pretende che i due parlino ad alta voce perché
potrebbero dirsi non si sa quali segreti.