In questi giorni è tornato giustamente alla ribalta il tema dell’autismo adulto e di tutti gli inceppamenti medico-legali che, molto spesso pretestuosamente e anche illegalmente, fanno sparire la diagnosi di autismo dai “registri”, per cominciare (o continuare) un percorso di abbandono e di soprusi.
Negli ultimi lustri, invece, letteratura e interventi operativi sono fioriti intorno alla Early Intervention, con approcci seri, documentati, che consigliano di intervenire il più precocemente e intensivamente possibile, avendo oggi degli strumenti diagnostici che permettono di individuare con certezza l’autismo a 24 mesi e forse anche meno.
Tutto bene e sacrosanto fin qui, un cervello in piena evoluzione avrà forse molta più potenzialità plastica e possibilità di rispondere a tali interventi (anche se nessun intervento è ben documentato sugli esiti a lungo termine,da adulti, appunto)… ma ecco che si comincia a sentire l’ombra di una nuova minaccia: se non si interviene tra 2 e 4 anni (domani sarà forse tra 6 mesi e tre anni) certo i risultati non potranno essere che modesti.
Non si discute qui la scientificità di questo tipo di considerazione, ma su come si pongono i servizi pubblici e privati intorno a questo tema. Si ha la sensazione che su quest’onda la soglia di età di abbandono stia drasticamente diminuendo e stia diventando non più diciotto anni, ma anche molto meno della metà.
Se il bambino non ha fatto (e nei casi peggiori anche se lo ha fatto ed è ormai grande) un intervento intensivo e precoce non è più tanto interessante; le poche e affogate strutture pubbliche utilizzano l’età per dare la precedenza alle prese in carico ai più piccoli (quale osceno e crudele criterio verso l’infanzia), gli Ospedali, interessati a collezionare diagnosi quanto più precoci possibili e molto poco interessati o responsabili di percorsi abilitativi, cominciano a diradare i controlli ancor prima dei dieci anni e gli stessi fornitori di servizi abilitativi privilegiano i piccolissimi, perché più interessati ad avere quanti più casi possibili “miracolosi”.
Ci chiediamo quindi se stiamo di fronte ad un enorme effetto paradosso, dove l’intento collettivo di dare un futuro degenera invece in un involontario razzismo scientifico, anticipando le ragioni e soprattutto le giustificazioni per ritenere un autistico perso e irrecuperabile anche a molto, molto meno di 18 anni.
| Questa e-mail è stata inviata da un computer privo di virus protetto da Avast. www.avast.com |