Buonasera, Carlo Hanau affronta un tema sul quale prima o poi dovremo confrontarci , senza nasconderci dietro atteggiamenti " politicamente corretti".

In questi anni  abbiamo purtroppo dovuto constatare il grosso limite della Classificazione unificatrice del DSM5. Gruppi di persone HF non si sentono rappresentate in egual modo all'interno di un contenitore che raggruppa, per gran parte, persone con bisogni molto più elevati e, soprattuttto, bisognose di interventi spesso distanti dalle necessità di  chi possiede un ottimo cognitivo o addirittura è geniale ( anche se , per amor di precisione, occorrerebbe parlare dei tanti disturbi che pur affligono questa categoria, come i disturbi d'ansia, DOC, etc..etc..) .  Qui potrebbe aprirsi un confronto anche etico sull'atteggiamento troppo spesso discriminatorio verso persone cossiddette LF o basso funzionamento. Gli stereotipi lessicali di nuova ideazione non aiutano, poichè marcano senza alcun equivoco la distanza da ciò che consideriamo "disturbo". Molte famiglie si aggrappano ai concetti più disparati, purchè si dia un immagine dell'autismo come di un qualcosa che contraddistingue il loro figlio solo come una specificità dell'essere e non come un problema. Parallelamente, in tante altre vi è l'enorme sofferenza dell'intero nucleo famigliare quando vi sono  ragazzi gravi, un grande numero di cui ultimamente stiamo dimenticandoci troppo spesso.

Un figlio con autismo di 35 anni, la mia esperienza nell'assocazionismo di 27 anni ( e dunque la conoscenza di tante famiglie, tanti ragazzi e tanti diversi modi di afffrontare lo "tsunami" che la nostra diagnosi rappresenta ), ebbene, tutto questo mi porta ora a discostarmi nettamente dagli atteggiamenti di coloro che, nella pretesa di riaffermare la propria dignità, nel considerare offensivo l'essere giudicati portatori di un disturbo, sono loro stessi ad operare una discriminazione ed uno stigma verso coloro che rappresentano un livello di funzionamento più compromesso. Come scrive il Prof. Hanau, rischiamo di dimenticare chi più necessita di interventi e, aggiungo, rischiamo anche di ridurre questi interventi alla sola sfera della socializzazione, spesso purtroppo banalizzandone i contenuti.

Un atteggiamento maggiormente compassionevole verso chi maggiormente soffre una condizione porterebbe ad una visione più realistica dell'autismo, ed aiuterebbe chi tutela gli interessi degli ultimi ad essere maggiormente ascoltati dalle Istituzioni. In attesa, speriamo, che venga corretto il DSM 5. 

Grazie dell'attenzione,

Noemi Cornacchia



Il 11/02/2023 00:23, Carlo Hanau ha scritto:

Sulla rivista Science si è parlato di un tema molto attuale: le parole da usare quando si parla di autismo

Autism researchers face off over language

Terminology dispute underscores divide about what direction the field should take

By Rachel Zamzow

https://www.science.org/content/article/disorder-or-difference-autism-researchers-face-over-field-s-terminology

Questa disputa è presente da quando, a partire dalla pubblicazione del DSM5 nel 2013, si parla non più di autismo, di fenotipo allargato o di Asperger, ma di disordini dello spettro autistico che conterrebbero tutte queste situazioni, dando poi a tutti l’etichetta abbreviata di autismo.

Come risultato accanto a persone con disabilità intellettiva, incapaci di comunicare e con comportamenti dirompenti, vengono chiamate autistiche persone brillanti, autori di libri di successo, trascinatori di folle e quant’altro. Questi “nuovi” autistici vogliono rivoluzionare il modo con cui sino ad ora si è parlato di autismo e pensano di potere rappresentare meglio degli altri le persone appartenenti alla categoria che nel DSM5 viene definita di livello 3.

Secondo questi “nuovi autistici” i termini “disordine” o “disabilità” dovrebbero essere sostituiti da “differenza”. Il termine “sintomi associati” dovrebbe essere sostituito con “tratti”. Alla dizione “co-morbilità” bisogna sostituire “co-occorrenza”.

La terapia maggiormente usata nel mondo (ABA) è vista come un pericoloso strumento di normalizzazione, che farebbe perdere l’individualità della persona e le sue potenzialità geniali.

Le difficoltà non sono dovute all’autismo, ma alla società che non è fatta in modo da supportarli.

In una recente rassegna su 195 ricercatori, molti dei quali si dichiarano autistici,  il 60% delle risposte riteneva che le modalità con cui le persone con autismo venivano descritte fossero disumanizzanti, oggettivanti o stigmatizzanti.

Opponendosi a queste proposte, altri ricercatori, come Alison Singer, presidente di Autism Science Foundation replica, “Se non puoi più usare parole come “comportamenti dirompenti (challenging behaviors’) o “disturbo severo” o “sintomi” o “disturbo in comorbidità”, perché dovremmo studiare queste condizioni? La Singer teme che i termini neutri suggeriti da questi ricercatori banalizzino e non descrivano in modo appropriato la dolorosa realtà di persone autistiche, come sua figlia, che hanno gravi deficit nella comunicazione, disabilità intellettiva o altri gravi problemi di salute.

Altre voci autorevoli, come quella di Tager-Flusberg, denunciano il fatto che la fonte del conflitto sta nell’uso di un singolo set di termini per una condizione estremamente eterogenea.

Dello stesso parere è Monique Botha che asserisce “La specificità è più rigorosa e accurata della generalizzazione”

Credo che sia utile che una rivista prestigiosa come Science si occupi di questo problema, che è stato acutizzato dalla definizione di spettro autistico usato dal DSM5 che, mettendo tante diverse condizioni sotto un’unica dizione, ha creato molta confusione e rischia di far sì che ci si occupi solo del livello 1, che può dare tante soddisfazioni, e che si dimentichi il livello 3 nel quale  “È NECESSARIO UN SUPPORTO MOLTO SIGNIFICATIVO”.

Bisogna fare attenzione al principio in base al quale lavoro facile scaccia lavoro difficile. Ma non si deve neppure trascurare che occorre concentrare l'attenzione anche sui bambini a livello 1, perché si deve ridurre il rischio di perdere le loro possibilità di inserimento sociale e lavorativo e di aumentare il rischio, già elevato, di acquisire sintomi che configurano patologie psichiatriche.

Carlo Hanau

 


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invito a firmare la petizione al Ministro contro le raccomandazioni di prescrivere antipsicotici e altri psicofarmaci ai bambini con autismo
http://chng.it/4PCKz4n6ct
Prof. Carlo Hanau
già docente di Programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari nelle Università di Modena e Reggio Emilia e di Bologna. 
Presidente di A.P.R.I. Odv ETS pagina Facebook al link      https://www.facebook.com/APRI.ONLUS/



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