Gentili Amministratori, gentile Carmen, gentile Prof. Crispiani,
ringrazio gli amministratori per il generoso spazio concesso, che permette di rispondere a interrogativi selezionati e non, utili a un sapere condiviso. Ringrazio nuovamente il Prof. Crispiani per il piacevole confronto, certo che ognuno di noi si muova per
il meglio della persona che ha accanto, che è poi il modo più concreto di servire il bene comune.
Se vorrà, riprendo le domande rimaste aperte, che credo interessino soprattutto le famiglie:
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Quali segnali indicano che è il momento di fermarsi?
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Come si mette in pratica la pausa-zero con un bambino in crisi?
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Come si riconosce, e come si misura, la giusta tensione?
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Lei scrive che procedere in modo elementista «a volte ci vuole, altre volte no»: quando ci vuole e quando no, e su quali studi si fonda questa distinzione?
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Lei scrive che chi si ferma sulla lettera «non è una lettura» e che questo «non va favorito»: a quali lavori si riferisce?
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Nel febbraio 2024, in questa lista, lei scriveva che «quando si parla di autismo bisogna distinguere i casi ed i livelli» e che gli approcci di ambito cognitivista di cui si occupa «non sono adeguati per i casi severi»: come si concilia quella distinzione con
la pausa-zero e la giusta tensione proposte il 10 ottobre per le crisi da sovraccarico?
Ipercinesia, ADHD e certificazioni sono temi importanti, che meritano ciascuno un filone proprio; per non disperdere questo, li lascio da parte. Con la promessa, per quanto possibile, di riprenderli nei loro filoni di discussione in maniera più completa.
Grazie anche a Carmen: il suo messaggio ci ricorda per chi scriviamo. E poiché questo è uno spazio di condivisione, proverò a condividere in forma completa, approfittandone per esprimermi in maniera un po’ più libera e ampia.
Dal sapere condiviso, comune e specialistico, nascono le diverse professionalità. Ognuno, secondo le proprie attitudini, prova poi a mettere a disposizione di tutti ciò che di utile ed efficace ha compreso. Per questo mi avventurerò soltanto lì dove ho provato
con mano e ho studiato, sapendo che esiste molto altro. Non entrerò nel merito del metodo elaborato dal Prof. Crispiani, né della Gestalt, che non conosco così a fondo e non ho mai sperimentato. Tanto più per questo, credo invece sia utile conoscere meglio
la sua visione: non davvero per frettolosa curiosità, né come una lezione da imparare a memoria, ma per accrescere un sapere da divulgare e integrabile. Da parte mia porterò ciò di cui sono ragionevolmente certo, senza fare lezioni e senza parlare per conto
di Skinner, di Hanley o di Alessandro Magno.
Il Prof. Crispiani ricorda che la pedagogia, come scriveva Cesare Scurati, soffre di un’«alta polisemia semantica», tanto che, aggiunge, «si può dire “ognuno la dice come vuole”». Su questo siamo d’accordo, ed è proprio per questo che vorrei chiarire il senso
di alcuni termini e richiami.
Anzitutto, non mi riferivo a Watson. Ma vale la pena capire perché viene richiamato, dal Professore come da altri. John B. Watson (1878-1958) fu uno psicologo americano: si addottorò in psicologia all’Università di Chicago nel 1903, con una tesi sull’apprendimento
nei ratti in rapporto allo sviluppo del sistema nervoso, e dal 1908 diresse il dipartimento di psicologia della Johns Hopkins University. Nel 1913, in una conferenza alla Columbia University, «La psicologia come la vede il comportamentista» (Psychology
as the Behaviorist Views It), diede il nome di comportamentismo a uno studio oggettivo del comportamento che altri, prima di lui, avevano già avviato con metodi sperimentali. Per questo è ricordato come il «padre del comportamentismo», anche se la storia
è più complessa. Nel 1920 lasciò l’università e passò alla pubblicità. Nel suo
Behaviorism (edizione del 1930) Watson scrisse una frase rimasta celebre: «Datemi una dozzina di bambini sani», e prometteva di farne qualunque specialista. Mancava solo che aggiungesse «e vi farò vedere io». Quella prova non la fece mai, e nello stesso
passo ammetteva: «sto andando oltre i miei dati, e lo ammetto». Watson aveva un’assoluta fiducia negli aspetti meccanicistici, e a quella fiducia cieca si deve il suo sbattere contro il muro. Da qualcuno viene preso ancora oggi come caposaldo dell’analisi
del comportamento, e usato per metterne in luce gli aspetti negativi.
Eppure la distinzione forse più solida è proprio quella tra Watson e Skinner. Watson riteneva che gli eventi privati non si potessero studiare scientificamente. Skinner invece li incluse: pensieri, sentimenti ed emozioni sono anch’essi comportamento, e seguono
le stesse leggi dell’apprendimento. Sapere questo dovrebbe almeno farci sorgere un dubbio: come si concilia con l’accusa di trascurare i sentimenti? Credo che anche qui ci sia un’incomprensione di fondo all'origine. Skinner non usava etichette come angoscia,
frustrazione, forza di volontà, paura o amore per spiegare il comportamento: le considerava comportamenti da spiegare a loro volta. Molti richiamano questo per sostenere che Skinner trascura molte parti dell'assere umano e non prende in considerazione il pensiero.
Per Skinner in realtà anche un pensiero è osservabile, ma da una persona sola: chi lo pensa. Da questo modo di osservare si può intuire come il lavoro sulla mente, su quella che viene anche chiamata psiche, sia possibile, ma ciascuno per sé. Sul campo e su
soggetti esterni da noi, poi, si lavora su ciò che è osservabile da tutti e si può misurare, una volta trovato il metro e concordata l’unità di misura: è questo che, a mio avviso, si può mettere nelle mani degli educatori. I Greci la chiamavano
téchne: la pratica che passa per le mani, unita al sapere raccolto da chi è venuto prima.
Proviamo però a spiegare più da vicino la téchne. La complessità non si può ridurre, né è qualcosa dietro cui nascondersi: va maneggiata nella sua complessità, circoscritta un po’ come la natura delimita le montagne nel perimetro della loro complessità
esplorabile. All’inizio tutto è difficile, prima di diventare successivamente facile, come scalare una montagna; e anche ciò che appare facile nasconde complessità profondissime. Raccogliere fiori, ad esempio.
All’inizio non sei che un bambino, e segui il papà nei prati e nei boschi. Non puoi giocare: solo ogni tanto, nelle pause, ti è concesso giocare lì vicino, perché devi aiutarlo. E allora guardi come taglia e dove cerca i fiori; e visto che, mentre aiuti il
papà, altri giochi da fare non ce ne sono e non c’è nessuna pausa, quello diventa il gioco: raccogliere fiori, andare a lavorare con il papà. Vicino a lui, giorno dopo giorno, guardi come si cammina nei boschi, come e dove trovare le erbe, le gemme, quando
raccoglierle. Nelle pause porti tesori e scoperte che a volte sorprendono anche il tuo papà; ti prendi una stropicciata ai capelli, «Bravo il mio ometto! Ma rimettiamoci al lavoro», e si ricomincia. Ti vengono dati gli strumenti per provare anche tu, sempre
di più, e andare a raccogliere fiori diventa qualcosa di una certa complessità. La curiosità cresce, e le persone che hanno raccolto fiori sono tantissime: così un giorno ti rechi nella biblioteca di Alessandria a leggere i rotoli in cui altri raccoglitori
di fiori hanno fermato ciò che sapevano. Raccogli tutta la pratica nelle mani e attingi a tutto il sapere disponibile. A questo punto hai la
téchne. Resa fluente, la téchne può portare allo stadio di Artista e di Guida, che però non si può insegnare se non nei suoi prerequisiti. Diffido dei corsi per diventare Re o Grandi Saggi.
Di professione sono un Educatore Specializzato in tecniche comportamentali, "fatto" in gran parte di analisi del comportamento e, per il resto, dell’umanità e del sapere personale e culturale che mi hanno formato e che ho potuto esplorare, il più delle cose
mi rimane ignoto, quella di cui provo a riferire è solo la mia esperienza di pratica ventennale nel campo dei "Comportamenti sfidanti" e delle neurodiversità. Il mio riferimento operativo in questo senso è il filone che «nasce» con Skinner e con
Il comportamento degli organismi (The Behavior of Organisms, 1938) e arriva fino ai nostri giorni. L’approccio di cui parlo si chiama analitico-comportamentale perché analizza a che cosa serve un comportamento e mostra con i dati che il cambiamento
è dovuto all’intervento, non alla crescita del bambino o al semplice esercizio. È il senso in cui usa la parola la disciplina che porta questo nome, l’analisi del comportamento (Baer, Wolf e Risley, Journal of Applied Behavior Analysis, 1968, doi:10.1901/jaba.1968.1-91).
Le parole veicolano, il comportamento opera: per questo lo chiamiamo operante.
La distinzione tra metodi analitici e sintetici appartiene invece alla didattica della lettura, ed è un’altra questione. Lì aggiungo solo due dati. Per le prime classi, la Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022 raccomanda proprio la fusione
in grafemi, fonemi e sillabe. E l’italiano non è una lingua opaca: nei confronti europei è tra le ortografie più trasparenti, quelle in cui a ogni lettera corrisponde quasi sempre lo stesso suono (P.H.K. Seymour, in M.J. Snowling e C. Hulme, The Science of
Reading, Blackwell, 2005).
Le parole, del resto, continueranno ad arrivare, e le incomprensioni nascono in due modi. Il primo è una parola che, tradotta, somiglia a un’altra. Un esempio: lo studio di Hanley e collaboratori che ho citato il 10 ottobre parla di analisi «sintetizzate» (synthesized).
Lì la parola non ha nulla a che vedere con il metodo sintetico della lettura: indica che in una sola condizione si combinano le variabili che mantengono un comportamento. In italiano, invece, «sintetico» vuol dire anche breve, o perfino artificiale. Il secondo
modo è più sottile: parole e gesti conosciuti cambiano valore con il contesto, e infatti il comportamento verbale sembra funzionare come ogni altro comportamento. Se agiti le braccia dalla vetrina di un negozio verso un amico che passa, lui ti saluterà; se
fai lo stesso al largo, dopo una nuotata in mare, trascinato dalle correnti, speriamo che il bagnino non risponda con un saluto. Succede anche con le parole più comuni del nostro campo. Nello studio di Hanley, «in una sola condizione» non vuol dire che si
guardi una situazione sola: quella condizione riproduce le situazioni in cui il comportamento compare davvero, e si confronta con una condizione di controllo, in cui ciò che il bambino cerca è già disponibile senza che debba ottenerlo con quel comportamento.
Le altre situazioni esistono tutte; semplicemente, non è lì che il problema si presenta.
Mi perdonerete l’attitudine all’operatività. Sono figlio di operai e di creativi, cresciuto con il mito "solo la fantasia ci può fermare!", e la tecnica, quella che si impara con le mani, è un richiamo a cui non so resistere, all'inizio la parte della fatica
ti viene presentata come parte poco rilevante ma poi si accumula e si scopre che anche quella richiede ancor più questa
techne. Con il tempo ho studiato a fondo anche i nomi di ciò che ho praticato ogni giorno con i miei utenti. Ho incontrato in mille forme le incomprensioni di linguaggio, proprio come quelle che ho il piacere di affrontare qui, serenamente, e alle quali
mi piacerebbe dare un contributo di chiarezza. Sono attriti che bloccano la comprensione e il sapere che si vuole divulgare. L’uomo, a mio avviso, è uno degli organismi più complessi in natura: il più misterioso conduttore di elettricità, sede di processi
chimici e di infiniti altri misteri, che tutti, su una via o sull’altra, ci ritroviamo a esplorare. Chiunque può portare il suo contributo.
Questo, infine, anche per riprendere le parole della signora Carmen, che tante volte vorrebbe intervenire in questo spazio comune e poi si trattiene. Capisco bene: il tempo da dedicare alla rete non si concilia sempre con le necessità operative della vita.
Da parte mia ho avuto più tempo del solito per immergermi in dialoghi davvero stimolanti, con molto piacere e con la speranza che possano essere utili.
Sarebbe un grande traguardo se già in questo gruppo nascesse quella visione critica capace di comprendere a fondo, in cui ciascuno dichiari il senso che dà alle parole, e a ogni parola si dia quel senso, e non altri; e credo che ci siano tutti i presupposti.
Spero di cuore di aver contribuito a fare chiarezza su questioni che possano interessare molti. Se il Prof. Crispiani avrà modo, leggerò con piacere, come immagino anche altri, le sue risposte e le sue conoscenze.
Mi accorgo, arrivato qui, di aver occupato parecchio spazio, e lo confesso con un po’ di imbarazzo: mi sono lasciato prendere la mano. Chi è arrivato fin qui merita un ringraziamento a parte. La prossima volta proverò a essere meno prolisso e più attento ai
tempi di lettura di tutti; e se ci saranno domande o richieste di chiarimenti in genere, sarò felice di rispondere.
Cordialità a tutti,
Giuseppe
Da: Piero Crispiani attraverso autismo-biologia <autismo-biologia@autismo33.it>
Inviato: Lunedì, 19 Ottobre, 2026 21:08
A: autismo-biologia@autismo33.it <autismo-biologia@autismo33.it>
Oggetto: [autismo-biologia] Re: strategie educative con allievi speciali
Ringrazio Daniela e le persone che interagiscono, quindi il sig. Giuseppe che è ricco di interrogativi selezionati.
Le questioni sono importanti anche perché la Pedagogia - non tutti ne prendono atto - reca un forte ritardo nella semantica, selezione delle aprole, univocità, scriveva Cesare Scurati "alta polisemia semantica", si può dire "ognuno la dice come vuole".
Certamente sto un pò esagerando, ma i casi di analitico e sintitico, inclusivo integrativo, intellettivo e cognitivo ce lo rivelano.
Ipercinesia ed ADHD ... vengono discriminati?
Vogliamo dire della ipercertificazione e della conseguente dispersione dei sostegni?
Cognitivo e cognitivista, sarebbe come fioraio e fiorista ... ma lo si trascuira.
Piero Crispiani
Il 19/10/2026 19:07, nemrac 18 attraverso autismo-biologia ha scritto:
Assolutamente d'accordo Daniela ,grazie come sempre per i tuoi validi interventi e mille grazie a persone Speciali come Giuseppe e Crispiani....tante volte vorrei intervenire in questi confronti ,ma poi mi trattengo per le stesse
motivazioni , invece sono proprio i confronti e le rispettive conoscenze che possono poi aiutare noi famiglie.
Cordiali saluti e buona serata a tutti!
Carmen
Ps continueremo a leggere con molto interesse sempre persone come voi...
Il 2026-10-18 20:48 Piero Crispiani attraverso autismo-biologia ha
scritto:
> Gentile Giuseppe,
> non ho risposto a tutte le questioni perché non voglio abusare di
> questa lista che - gentilmente - ci ospita (e ci da anche un
> servizio).
Per me questa discussione è molto interessante e confesso che ho
imparato molto. Si sente che entrambi, Piero e Giuseppe, hanno solide
teorie, ma anche e soprattutto una grande esperienza di allievi
“speciali”, con i quali hanno applicato strategie cucite sul loro
profilo funzionale. Entrambi condividono con gli iscritti alla lista il
loro patrimonio di cultura ed esperienza. Se loro vorranno continuare a
scrivere, noi continueremo a leggere
Daniela MC
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