Ho imparato dall’autismo di mia figlia Carmela una cosa che nessun manuale mi aveva insegnato davvero:
non è il bambino che deve adattarsi al mondo così com’è.
È il mondo che, se vuole dirsi educativo, deve imparare a farsi abitabile.
Quando ho iniziato a leggere La funzione sociale nei Disturbi del Neurosviluppo, non cercavo risposte pratiche.
Cercavo un linguaggio che non tradisse ciò che vedevo ogni giorno: una bambina presente, attenta, sensibile, ma spesso messa in difficoltà da contesti troppo veloci, rumorosi, impliciti.
Questo libro mi ha restituito una cornice teorica a qualcosa che avevo intuito per esperienza:
la socialità non è una prestazione da allenare, ma un esito possibile quando le condizioni lo permettono.
Carmela non è mai stata “priva” di funzione sociale.
Ha avuto, semmai, una funzione sociale fragile nei contesti che non la riconoscevano, e sorprendentemente viva in quelli che sapevano rallentare, rendersi leggibili, abbassare il rumore di fondo.
Leggendo, ho sentito risuonare idee che mi hanno sempre accompagnata, come quelle di Herbert Simon sulla razionalità limitata:
non esiste un funzionamento ottimale valido per tutti, ma soluzioni situate, locali, profondamente intelligenti nel loro contesto.
Applicate alla vita quotidiana di una bambina autistica, queste idee diventano quasi evidenti: Carmela non sbaglia mondo, semplicemente abita un mondo più esigente.
Da madre, ho smesso presto di chiedermi “come renderla più simile agli altri”.
Ho iniziato a chiedermi come fare perché gli altri – adulti compresi – diventassero più capaci di incontrarla.
Questo libro non propone ricette educative, e per me è un pregio.
Propone qualcosa di più impegnativo: una responsabilità condivisa.
Ci dice che l’intervento non riguarda solo il bambino, ma il sistema di relazioni, i tempi, i linguaggi, le aspettative implicite.
Mi ha aiutata anche a guardare me stessa con più indulgenza.
Come donna, ho spesso avuto la sensazione di muovermi ai margini delle categorie: troppo analitica per alcune relazioni, troppo sensibile per certi contesti, troppo poco incline alle semplificazioni.
Leggere di sviluppo non lineare, di traiettorie atipiche, di sistemi che si auto-organizzano, mi ha permesso di pensare che forse non tutto ciò che devia è un errore.
Se dovessi dire cosa porto con me, dopo questa lettura, direi questo:
educare non è correggere una differenza, ma custodirla abbastanza a lungo perché possa diventare relazione.
E se oggi Carmela riesce, a volte, a stare nel mondo con meno fatica, non è perché ha imparato a somigliarci di più.
È perché, lentamente, qualcuno ha imparato a farle spazio.