Ho estrapolato questa affermazione:
«È tutta una questione di incentivi finanziari», afferma Daniel Arnold, ricercatore senior della School of Public Health. «Mi preoccupano le stesse strategie di generazione di reddito che si osservano in altri settori finanziati dal private equity. Mi preoccupa il fatto che i bambini ricevano una quantità di servizi superiore a quella clinicamente appropriata e che le disparità nell’accesso ai servizi peggiorino».
Questa riflessione intercetta un punto che, come Angsa Campania e anche personalmente, sostengo da tempo: il mercato privato va osservato e regolato con attenzione, perché è alimentato da incentivi che non coincidono necessariamente con i bisogni reali delle persone.
Nel concreto, lo vediamo ogni giorno. Per i nostri figli esistono batterie di psicologi, mentre è difficilissimo trovare qualcuno che li accompagni nella vita quotidiana: portarli a fare una passeggiata, a lavorare in un orto, a curare l’igiene personale, a fare un bagno al mare. Attività semplici, ma decisive per l’autonomia e la qualità della vita.
Il mercato privato tende invece a concentrare l’offerta sugli interventi psicologici, soprattutto per i livelli 1 e 2, che dal punto di vista economico sono i segmenti più “appetibili”. Così si alimentano anche le aspettative dei genitori, orientandole verso ciò che è più facilmente vendibile, non necessariamente verso ciò che è più utile nel lungo periodo.
Ma chi realizza davvero un progetto di vita indipendente? Servono operatori, educatori, contesti di vita reale. Non bastano le terapie, soprattutto se isolate. A questo si aggiunge il fatto che il sistema privato dei TFA, oggi, spesso non risponde alle aspettative né ai bisogni concreti delle famiglie.
Il rischio è che l’offerta condizioni la domanda, e non il contrario. Ed è su questo squilibrio che occorre riflettere con lucidità.