La comprensione dell'uomo aiuta anche a comprendere il suo grado di affidabilità sulle sue "scoperte" scientifiche.
Bruno Bettelheim era abile nel raccontare storie. Molto abile se è riuscito a conquistarsi un seguito tanto vasto di laureati in medicina e in psicologia, che ancora oggi seguitano da epigoni per la strada da lui indicata.
Aveva vantato di essere allievo di Sigmund Freud, e non era vero. Ma gli serviva per avere la patente di psicanalista.
Aveva dichiarato autistici bambini che non lo erano per potere mostrarne le successive "guarigioni" dopo il suo trattamento.
Picchiava i bambini a lui affidati nella sua scuola ortogenica di Chicago, dove è avvenuto un caso di morte di un fratello di un giornalista, Pollock, che ha scritto una biografia di Bettelheim al vetriolo.
La Dr.Giuliana Proietti riporta anche un sunto di questa biografia
Per più di quarant’anni, Bruno Bettelheim è stato considerato dal grande pubblico come uno dei più importanti e influenti psicoanalisti, un erede della psicoanalisi viennese, un allievo degli allievi di Freud. Il giudizio su Bettelheim era però destinato a modificarsi nel tempo, anzi a ribaltarsi completamente ad opera di un giornalista suo biografo, Richard Pollack, anch’egli di origine ebraica. La molla che ha portato Pollack a scrivere una biografia al veleno di Bettelheim, circostanziata e lunga quasi 500 pagine, è un caso personale. Stephen Pollack, fratello dell’autore del saggio, fu internato nella scuola di Bettelheim, con la diagnosi di autismo. In questo istituto stette per cinque anni. Un giorno, durante una vacanza da scuola ebbe un incidente domestico, (che coinvolse anche Richard), dal quale il ragazzo non uscì vivo. Bettelheim affermò che si trattava di suicidio: quali furono le parole di conforto che disse alla famiglia? Queste: “La madre, i genitori, la famiglia, voi tutti ne siete i responsabili.” Tra l’altro Bettelheim definì il padre del suo assistito, il Signor Pollack senior, come un inetto, utilizzando il termine yiddish ”schlemiel”, e sua madre come una “falsa martire”, che aveva la colpa di aver rifiutato questo figlio alla nascita. Come si può capire questa tragedia sconvolse profondamente la vita di Richard, che trascorse anni a documentarsi e ad indagare. Il libro di Pollack è uscito in America nel 1997 (in Italia, caso stranissimo e non poco sorprendente, il libro non è stato ancora tradotto) e si intitola “La Creazione del Dr. B.”, come veniva chiamato lo psicoanalista dai suoi collaboratori. Secondo Mr. Pollak, Bettelheim raccontò di sé stesso non tutto quello che aveva fatto davvero, ma quello che avrebbe voluto fare: incontrare Freud, portare dei bambini autistici a casa sua, prendere degli attestati dall’Università di Vienna, combattere per liberare Vienna dai nazisti, resistere ai maltrattamenti dei nazisti nei campi di concentramento ed essere salvato da questi attraverso la mediazione, niente meno, di Eleanor Roosevelt, la moglie del Presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo essere emigrato negli Stati Uniti infatti, sempre secondo Pollack, falsificò numerosi documenti accademici e fece della sua vita un mito. Si vantava di aver conosciuto Freud e di aver frequentato la sua più ristretta cerchia, di aver lavorato su bambini autistici a Vienna, di aver intervistato 1.500 prigionieri nei campi di concentramento ecc.Portando avanti le sue indagini anche in biblioteche e archivi di Vienna, Amsterdam, Dachau, Buchenwald e negli Stati Uniti d’America, intervistando più di 100 persone, tra parenti ed altri che avevano dei rapporti con lui, confrontando i libri e gli articoli l’autore, Pollack svela una “fortezza”, citando il famoso libro di Bettelheim, costruita sulla sabbia. Bettelheim rifiutò di essere intervistato dal giornalista per questa biografia, ma Pollack poté intervistare due dei tre figli di Bettelheim, alcuni colleghi, i suoi editori, studenti ed amici: molti di loro hanno concordato sul fatto che ”you couldn’t believe anything he said.” cioè era un bugiardo, non si poteva credere ad una sola parola di tutto quello che diceva. Nella Orthogenic School, che diresse per trent’anni, il Dr. B. si vantava di aver curato ‘centinaia’ di bambini autistici riuscendo ad ottenerne la guarigione nell’85% dei casi. Pollack dimostra con dovizia di particolari che le cose non andarono esattamente così. Ecco allora la descrizione fatta da Pollack del Dr: B numero Due: Nipote e figlio di ricchi commercianti ebrei di legname, dopo la morte del padre, causata dalla sifilide, B.B. fu costretto ad interrompere i suoi studi di letteratura e storia dell’arte per dedicarsi al mestiere di famiglia. La madre era una donna fredda e anaffettiva. Bruno aveva allora solo 23 anni: questa tragedia familiare fu un grave colpo per lui, in quanto gli impedì di riuscire ad integrarsi pienamente nell’élite intellettuale che frequentava a Vienna. Si laureò con 12 anni di studi fuori corso, in Storia, studiando soprattutto come autodidatta. Prima di essere arrestato dai Nazisti, nel 1938, stava completando un dottorato in estetica (una branca della filosofia) che non fu mai portato a termine. Catturato dai nazisti nel 1938, fu deportato a Dachau e poi Buchenwald, dove fu rilasciato nella primavera del 1939 grazie a tangenti pagate dalla madre e da parenti della moglie, emigrati negli Stati Uniti. Entrando nel porto di New York, avrebbe detto: “si apre una nuova vita per me” ed infatti è lì che, secondo Pollack, sfruttando gli sconvolgimenti prodotti dalla Seconda guerra mondiale, riuscì a ricostruire la sua storia, e perfino a mitizzarla. Bettelheim non era un uomo particolarmente attraente, ma era estremamente abile nell’uso del linguaggio, considerato seducente da molte donne e invidiato da molti uomini. In America, dice il biografo, con una consumata abilità nella manipolazione e con opportunismo, per decenni, avrebbe trascorso la sua vita sviluppando teorie senza fondamento, affermando risultati non verificabili, attraverso il plagio di altri autori. Secondo Pollak, oltre ad inventarsi titoli accademici che non aveva, oltre a citare un tirocinio per diventare analista che non aveva mai frequentato, il nostro arrivò perfino a dire che Freud (che non aveva mai conosciuto) avesse detto un giorno di lui: “questa è esattamente la persona giusta di cui abbiamo bisogno per far crescere e sviluppare la psicoanalisi”. In America, a quel tempo, nessuno avrebbe messo in dubbio quanto diceva uno psicoanalista ebreo-viennese scappato dai campi di concentramento; con il suo accento viennese, i continui riferimenti a Freud, la sua abitudine di interpretare i sogni dei suoi allievi, i loro ricordi, ecc… Chi poteva dubitare del Dr. B.? Dosando sottilmente seduzione e provocazione, grazie al mondo mediatico che subiva il suo fascino e il suo talento di ‘fine dicitore’, svicolando dalle critiche del mondo scientifico, che non arrivavano al grande pubblico, Bettelheim gettò l’anatema sui gruppi vulnerabili, come gli ebrei sotto il nazismo, sui prigionieri dei campi di concentramento, sulle madri dei bambini autistici, sui giovani pacifisti. Nel suo Istituto regnò come sovrano assoluto, dove i soli neri ammessi erano i domestici. Quanto ai collaboratori, per Pollack il Dr. B faceva di tutto per destabilizzare il loro equilibrio psicologico, per meglio manipolarli. I bambini che Bettelheim definiva ‘psicotici’ erano dei bambini con disturbi del comportamento, o provenienti da ambienti sociali e familiari disagiati. Di bambini autistici veri e propri, secondo le ricerche di Pollack, in quell’istituto diretto dal Dr. B., ve ne furono veramente pochi. Bettelheim era un direttore autoritario, aggressivo e persino violento con i bambini che non gli obbedivano; alla sbandierata assenza di regole di autorità, si opponeva nel privato uno stile direttivo molto acceso che prevedeva come sanzioni al mancato rispetto delle regole perfino l’umiliazione e la violenza fisica.Mr. Pollak sostiene che un metodo di punizione era ad esempio far spogliare un paziente ed imporgli di farsi la doccia di fronte ad altre persone. . Ciò nonostante, rileva Pollack, Bettelheim riuscì a diventare un punto di riferimento: le sue teorie portarono una generazione di genitori ed operatori a colpevolizzare i genitori dei bambini autistici e a considerare ‘autistici’ anche bambini che vivevano semplicemente nel disagio, millantando poi un numero incredibile di ‘guarigioni’. Nel 1943 nell’articolo ”Individual and Mass Behavior in Extreme Situations,” Bettelheim se la prese con i prigionieri ebrei, cosa che forse più delle altre ha fatto inorridire Pollack e molti intellettuali ebrei: i prigionieri ebrei, secondo lo psicologo, invece di prendersela con i loro carnefici, si combattevano l’un l’altro, come dei bambini, fantasticando e perfino emulando gli esempi dati dai Nazisti e comportandosi come degli strumenti in mano alla Gestapo. Questo documento attrasse l’attenzione critica di Meyer Schapiro, Dwight Macdonald, Dwight D. Eisenhower, Theodor Adorno e Max Horkheimer. Pollak si mostra indignato soprattutto perché queste idee, del tutto personali, sono state camuffate come il risultato di ricerche scientifiche condotte sul campo, su 1.500 prigionieri in cinque differenti baracche. Ma se Bettelheim aveva vissuto solamente in due baracche, come aveva potuto condurre le interviste? C’è poi il mistero della sua prima moglie, Patsy, che Bettelheim definì “autistica”. In seguito la storia della prima moglie autistica fu abbellita, spiegando che Patsy era solo una dei tanti ragazzi autistici che B. curava a Vienna, al proprio domicilio. Non è vero nulla, confuta Pollack, ma questo gli permise di lavorare presso l’Istituto Ortogenico. Bettelheim, dice Pollack, non poteva sopportare le madri, specialmente ebree: non voleva che esse visitassero i figli in Istituto o si portassero a casa i figli. Apprezzava invece la vita nei kibbutz, dove l’educazione dei figli non era praticata dai genitori del bambino, ma dal gruppo allargato degli adulti della piccola comunità. Nel libro ‘La fortezza vuota’ arrivò ad attribuire le cause dell’autismo al cattivo comportamento materno, coniando il termine di “madri-frigorifero”. Grazie alle sue teorie negli anni novanta il mondo scientifico riteneva che l’autismo fosse un disturbo psicologico dovuto alle cattive cure materne e non ad una disabilità psichica, dice Pollack. Quando Bettelheim andò in pensione, ritirandosi dalla Orthogenic School nel 1973, andò a vivere in California dove scrisse ”The Uses of Enchantment’ (in italiano “il mondo incantato”), che Pollack mostra in larga parte ricopiato da un testo del 1963 dal titolo ”A Psychiatric Study of Fairy Tales: Their Origin, Meaning and Usefulness,” di Julius Heuscher. Pochi mesi dopo la morte della moglie, il 12 marzo 1990, Bettelheim, già sofferente di diversi problemi di salute (aveva 86 anni), si ubriacò di whisky e assunse una grande quantità di psicofarmaci per trovare il coraggio di suicidarsi per asfissia, chiudendosi la testa in un sacchetto di plastica. Per i suoi detrattori questo suicidio è la prova dell’esistenza di un secondo Dr. B., sconosciuto ai più. Concludendo, il Dr. B. potrebbe essere stato un personaggio molto diverso da quello che viene descritto nelle biografie ufficiali e davvero pericoloso per le sue idee personali, con scarsi connotati scientifici. Da quello che scrive Pollack non sembrerebbe essere stato neanche un esempio di saggezza e di onestà, ma sicuramente indagando nella vita di molte persone di successo potremmo trovare gli stessi scheletri nell’armadio, a partire dallo stesso Freud. Una biografia così distruttiva è spiegabile, oltre che per le ragioni obiettive fin qui elencate, anche per una comprensibile vendetta personale ed “etnica” da parte di Pollack (Bettelheim infatti aveva abbandonato la religione ebraica, professava l’ateismo ed inoltre parlava molto male degli altri ebrei, arrivando al punto di sostenere che le vittime dell’Olocausto avessero “collaborato” con i loro carnefici nella loro distruzione, in quanto da secoli coltivavano un pensiero ‘da ghetto’, all’insegna della passività). 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