Salve, sono
Flavia Caretto, psicologa.
Leggo sempre con
attenzione le e-mail della lista
autismo-biologia, pur non essendo un medico o un biologo, e
senza la pretesa di
comprendere davvero ciò che si pubblica.
Vorrei segnalare
qualcosa che mi appare come un
problema. Noto che spesso si utilizza, nelle semplificazioni
giornalistiche, ma
anche nel parlare comune “intorno” all'autismo, un linguaggio
privo di
rispetto, a prescindere dal “dato” a cui ci si sta riferendo. Si
utilizzano
parole che hanno assunto una connotazione di giudizio nell’uso
comune – una connotazione
da cui non si può prescindere. A volte il senso sociale di un
termine “prevale”
su quello tecnico (e rende il termine semplicemente offensivo)
mentre altri termini
veicolano concetti semplicemente errati. Ad esempio, la
definizione di “comportamenti
antisociali” riferita all'autismo, non ha alcun riscontro nella
letteratura
scientifica, ed è stigmatizzante, in quanto evoca
contrapposizione e
pericolosità sociale. Alcuni titoli giornalistici in verità non
hanno proprio alcuna
relazione con il contenuto: immagino che vengano scelti per
indurre qualcuno a
leggere di più.
Ma spesso
l'autismo viene descritto anche nelle
pubblicazioni scientifiche (anche e forse soprattutto da chi non
ha conosciuto –
lavorato – vissuto con persone autistiche) in termini fortemente
e
radicalmente, direi "violentemente" e unicamente, negativi, che
mi
lasciano imbarazzata.
Da persona
tipica, cerco di capire le motivazioni
che spingono le altre persone tipiche a fare generalizzazioni e
semplificazioni,
ma trovo comunque che far “rimbalzare” definizioni sbagliate da
una notizia
all'altra non ottenga altro effetto di aumentare lo stigma, e
quindi, in definitiva,
di allontanare le possibilità di comprensione sociale
dell'autismo e di
migliorare la qualità della vita delle persone autistiche e
delle loro
famiglie.
Se e quando è
possibile, si dovrebbe porre
attenzione ad usare un linguaggio corretto e ad evitare le
terminologie che esprimono
giudizi di valore e non corrispondono ai “dati” sperimentali.
Non mi sembra
solo una condizione di buon senso e di buona educazione, ma un
problema di
sostanza e di diritti.
Per ottenere un
linguaggio corretto, basterà
mettersi nei panni di un lettore autistico, e immaginare che la
terminologia
usata venga riferita a noi. Considerato che “accusiamo” le
persone autistiche
di scarsa empatia, non ci dispiacerà dimostrarne un po’, vero?
Flavia Caretto
18 marzo 2015