Criticità etiche e professionali nel mercato contemporaneo delle supervisioni ABA



Negli ultimi anni si osserva una crescente deriva commerciale di alcune pratiche riconducibili all’Applied Behavior Analysis (ABA), in netto contrasto con i sistemi di accreditamento internazionali, con gli standard formativi e con i codici etici adottati nei contesti scientificamente regolati.


Nei sistemi di riferimento statunitensi e internazionali (in primis quelli afferenti al Behavior Analyst Certification Board – BACB), la qualifica professionale comporta vincoli stringenti in termini di:




A fronte di ciò, si riscontrano pratiche che sollevano gravi perplessità:


  1. Supervisioni frammentarie e ad alto costo, erogate in tempi estremamente ridotti, con tariffe sproporzionate rispetto alla reale intensità clinica e comparabili – se non superiori – a quelle di professionisti sanitari con responsabilità mediche dirette.
  2. Assenza di competenze mediche di base, con conseguente rischio di interpretazioni improprie di quadri clinici complessi (ad esempio la mancata distinzione tra cause organiche e comportamentali di sintomi o regressioni), in contrasto con qualunque standard di appropriatezza clinica.
  3. Formazione minimale del personale operativo, talvolta limitata a poche decine di ore, che non può essere considerata sufficiente per definire un intervento terapeutico strutturato, continuativo e responsabile, come richiesto dagli standard internazionali.
  4. Superamento sistematico dei limiti massimi di casi seguiti, nonostante i codici etici internazionali fissino soglie precise (circa 20 soggetti per supervisore), proprio per garantire almeno alcune ore settimanali di analisi, programmazione e verifica per ciascun caso.
  5. Parent training formale o assente, con una delega impropria delle criticità ai genitori, in aperta violazione del principio di corresponsabilità professionale e del dovere di supporto strutturato alle famiglie.
  6. Riduzionismo comportamentale in ambito scolastico, che ignora completamente i fondamenti della pedagogia clinica, della didattica inclusiva e dello sviluppo cognitivo, intervenendo esclusivamente sulla soppressione o modellamento di singoli comportamenti osservabili.
  7. Ambiguità sullo status sanitario dell’intervento: da un lato si evita esplicitamente il riconoscimento come attività sanitaria (per sottrarsi alle responsabilità previste dalla normativa sulla responsabilità professionale), dall’altro si applicano compensi nettamente superiori a quelli di psicoterapeuti o neuropsichiatri infantili, talvolta senza adeguata tracciabilità fiscale.
  8. Distanza solo dichiarata da approcci non comportamentali, che però, nei casi di reale complessità clinica, viene colmata non con integrazione interdisciplinare, ma con costruzioni teoriche vaghe e non verificabili, prive di fondamento empirico.



In sintesi, tali pratiche non solo tradiscono lo spirito scientifico dell’ABA, ma ne compromettono la credibilità, soprattutto se confrontate con i livelli di formazione, controllo qualità e responsabilità richiesti in altri settori professionali ad alta complessità.


È utile ricordare che, in contesti internazionali altamente competitivi (si pensi alla formazione del personale nei servizi di eccellenza nel settore alberghiero o sanitario), percorsi di poche decine di ore non sono considerati neppure lontanamente adeguati per ruoli che implicano interazione diretta, responsabilità e standard elevati. A maggior ragione, ciò dovrebbe valere per interventi rivolti a bambini e famiglie in condizioni di vulnerabilità clinica.




Il punto centrale non è mettere in discussione l’ABA come disciplina, ma riaffermare con forza che senza etica, standard e integrazione clinica, qualunque metodo diventa un prodotto commerciale. E quando accade, il costo reale non è economico: è umano, educativo e sanitario.



Claudia Nicchiniello