Criticità etiche e professionali nel mercato contemporaneo delle supervisioni ABA
Negli ultimi anni si osserva una crescente deriva commerciale di alcune pratiche riconducibili all’Applied Behavior Analysis (ABA), in netto contrasto con i sistemi di accreditamento internazionali, con gli standard formativi e con i codici etici adottati nei contesti scientificamente regolati.
Nei sistemi di riferimento statunitensi e internazionali (in primis quelli afferenti al Behavior Analyst Certification Board – BACB), la qualifica professionale comporta vincoli stringenti in termini di:
- competenze cliniche,
- responsabilità sanitarie,
- limiti numerici di presa in carico,
- qualità e continuità della supervisione,
- integrazione con le competenze mediche, neuropsichiatriche e pedagogiche.
A fronte di ciò, si riscontrano pratiche che sollevano gravi perplessità:
- Supervisioni frammentarie e ad alto costo, erogate in tempi estremamente ridotti, con tariffe sproporzionate rispetto alla reale intensità clinica e comparabili – se non superiori – a quelle di professionisti sanitari con responsabilità mediche dirette.
- Assenza di competenze mediche di base, con conseguente rischio di interpretazioni improprie di quadri clinici complessi (ad esempio la mancata distinzione tra cause organiche e comportamentali di sintomi o regressioni), in contrasto con qualunque standard di appropriatezza clinica.
- Formazione minimale del personale operativo, talvolta limitata a poche decine di ore, che non può essere considerata sufficiente per definire un intervento terapeutico strutturato, continuativo e responsabile, come richiesto dagli standard internazionali.
- Superamento sistematico dei limiti massimi di casi seguiti, nonostante i codici etici internazionali fissino soglie precise (circa 20 soggetti per supervisore), proprio per garantire almeno alcune ore settimanali di analisi, programmazione e verifica per ciascun caso.
- Parent training formale o assente, con una delega impropria delle criticità ai genitori, in aperta violazione del principio di corresponsabilità professionale e del dovere di supporto strutturato alle famiglie.
- Riduzionismo comportamentale in ambito scolastico, che ignora completamente i fondamenti della pedagogia clinica, della didattica inclusiva e dello sviluppo cognitivo, intervenendo esclusivamente sulla soppressione o modellamento di singoli comportamenti osservabili.
- Ambiguità sullo status sanitario dell’intervento: da un lato si evita esplicitamente il riconoscimento come attività sanitaria (per sottrarsi alle responsabilità previste dalla normativa sulla responsabilità professionale), dall’altro si applicano compensi nettamente superiori a quelli di psicoterapeuti o neuropsichiatri infantili, talvolta senza adeguata tracciabilità fiscale.
- Distanza solo dichiarata da approcci non comportamentali, che però, nei casi di reale complessità clinica, viene colmata non con integrazione interdisciplinare, ma con costruzioni teoriche vaghe e non verificabili, prive di fondamento empirico.
In sintesi, tali pratiche non solo tradiscono lo spirito scientifico dell’ABA, ma ne compromettono la credibilità, soprattutto se confrontate con i livelli di formazione, controllo qualità e responsabilità richiesti in altri settori professionali ad alta complessità.
È utile ricordare che, in contesti internazionali altamente competitivi (si pensi alla formazione del personale nei servizi di eccellenza nel settore alberghiero o sanitario), percorsi di poche decine di ore non sono considerati neppure lontanamente adeguati per ruoli che implicano interazione diretta, responsabilità e standard elevati. A maggior ragione, ciò dovrebbe valere per interventi rivolti a bambini e famiglie in condizioni di vulnerabilità clinica.
Il punto centrale non è mettere in discussione l’ABA come disciplina, ma riaffermare con forza che senza etica, standard e integrazione clinica, qualunque metodo diventa un prodotto commerciale. E quando accade, il costo reale non è economico: è umano, educativo e sanitario.