La dott.ssa Daniela Mariani-Cerati mi ha
chiesto un commento
di tipo scientifico ma con linguaggio divulgativo sull’articolo
“CLK2
inhibition ameliorates autistic features associated with SHANK3
deficiency”,
recentemente uscito nella prestigiosa rivista SCIENCE. Compito
veramente molto
difficile perché si tratta di un articolo estremamente “tecnico”,
mentre, per
quello che può interessare le famiglie e i clinici, il significato
è stato già
magistralmente esposto da Daniela Mariani-Cerati.
Cerco comunque di fare “i compiti” e per farlo
devo
cominciare dallo spiegare che cosa fa il prodotto del gene Shank3.
Si tratta di
una proteina di grandi dimensioni, localizzata nelle cellule
nervose a livello
delle sinapsi, ossia dei punti di collegamento tra cellule nervose
(o meglio
nelle regioni in cui si svolge la comunicazione tra cellule
nervose). In
particolare, la troviamo nella cellula “ricevente” e in sinapsi
che trasmettono
un segnale “eccitatorio” mediato dal neurotrasmettitore
glutammato. In tale
sede, questa proteina accoglie diverse componenti cellulari e ne
favorisce le
interazioni, in modo che, all’arrivo del segnale nervoso, queste
proteine trasmettano
al resto della cellula l’informazione dell’arrivo del segnale.
Questo compito
si attua con attivazioni a cascata, nel senso che una proteina
attiva un’altra
proteina “a valle”, e questa trasmette l’attivazione alla
successiva, ecc. Ogni
passaggio è passibile di regolazioni multiple e quindi determina
plasticità
della risposta e inoltre ogni passaggio può attivare più proteine
(“amplificazione del segnale”) ma anche proteine diverse, che a
loro volta sono
a capo di una piccola “cascata di segnalazione”, determinando un
pattern “ad
albero ramificato”: una grande complessità molecolare!
Uno degli effetti più rilevanti di questa
segnalazione è
l’attivazione di un complesso centrato intorno alla proteina mTOR,
a sua volta
una proteina segnalatrice; questo complesso è di enorme importanza
nella vita
cellulare. Da notare, che molte componenti interessate a questa
segnalazione si
trovano in tutte le cellule, ma con compiti leggermente diversi a
seconda del
tipo cellulare. Per esempio, nelle cellule nervose la cascata di
segnalazione
determina tra l’altro la formazione di “spine dendritiche”, ossia
di minuscole
protuberanze dei prolungamenti delle cellule nervose denominati
“dendriti”.
Queste protuberanze (che possono essere dell’ordine di centinaia o
migliaia per
dendrite) svolgono diversi compiti, tra cui quello di agevolare la
trasmissione
degli impulsi, di favorire i processi di memoria, di aumentare i
contatti tra
cellule nervose.
Tra le regolazioni che possono interferire con
la cascata di
segnalazione sopra delineata ne evidenzio due, entrambe rilevanti
per la Sindrome
di Phelan-McDermid. Una è la segnalazione innescata dalla molecola
segnale
IGF-1, che ha una funzione di “rinforzo” della segnalazione
mediata da Shank3,
ma non passa attraverso tale proteina; una delle terapie
attualmente prese in
esame per i pazienti colpiti da Sindrome di Phelan-McDermid è
proprio quella
che si avvale del trattamento con IGF-1. Un’altra “interferenza” è
data invece
dalla regolazione negativa di una delle proteine della cascata di
segnalazione.
Queste regolazioni negative hanno lo scopo di portare comunque
allo spegnimento
del segnale attivato dalla segnalazione, evitando che resti attivo
più del
dovuto, e fanno quindi parte del meccanismo di omeostasi
cellulare. La
regolazione negativa in questione è attuata dalla proteina CLK2.
Gli autori hanno pazientemente ricostruito i
punti chiave di
queste complesse regolazioni ed individuato nell’inibizione di
CLK2 (mediante
una piccola molecola specifica) una possibile via per ovviare alle
carenze
dovute alla mutazione di una delle due copie del gene che codifica
per Shank3.
La mutazione causa una carenza della corrispondente proteina, che
si riflette
sull’incapacità dei segnali nervosi di attivare a pieno il
complesso facente
capo a mTOR e quindi porta alla formazione di un numero molto
ridotto di spine
dendritiche. Se una delle proteine appartenenti a questa catena di
attivazione
non venisse inibita dalla regolazione operata da CLK2, potrebbero
arrivare a
mTOR sufficienti segnali di attivazione.
Usando numerosi approcci diversi ed
indipendenti, gli autori
di questa pubblicazione hanno dimostrato l’efficacia
dell’inibizione di CLK2
nel temperare i difetti dovuti alla mutazione di Shank3.
Il mantenimento della catena di trasmissione,
che parte
dalla sinapsi attivata e arriva al complesso di mTOR, comporta tra
l’altro la
formazione di nuove spine dendritiche. Trattati con l’inibitore di
CLK2, i topi
mutanti riducono i comportamenti ripetitivi e acquistano
comportamenti
socievoli. Si può quindi dire che questi studio apre vere speranze
di
trattamento per i pazienti affetti da Sindrome di Phelan-McDermid.
E adesso alcune considerazioni di carattere
generale.
Innanzitutto, questi felici risultati sono stati ottenuti in una
sindrome
monogenica, in cui una sola mutazione era coinvolta. Inoltre,
questa sindrome
colpisce l’espressione di una proteina la cui carenza non
determina
“deviazioni” nel normale sviluppo del sistema nervoso centrale,
per cui gli
interventi farmacologici possono essere efficaci anche se attuati
dopo la
nascita: questo può non essere valido per altre mutazioni o
condizioni che, alterando
lo sviluppo del sistema nervoso durante la vita prenatale o nei
primi mesi di
vita, porta a situazioni potenzialmente meno reversibili. Inoltre,
anche per i
pazienti affetti da Sindrome di Phelan-McDermid la strada non è
ancora
conclusa, perché questo trattamento dovrebbe essere protratto per
tutta la
vita, quindi ne va dimostrata l’innocuità. Come è stato
sottolineato sopra, la
maggior parte delle molecole implicate in questa segnalazione
svolgono ruoli
simili ma non identici in molti altri tipi di cellule. Un eccesso
di attivazione
del complesso di mTOR (quindi l’opposto di quanto si osserva nella
Sindrome di
Phelan-McDermid) può portare alla sclerosi tuberosa, un’altra
patologia
genetica spesso associata ad autismo. Il funzionamento delle
cellule è regolato
in maniera molto fine e le attività degli enzimi devono ricadere
entro ben
precisi confini.
Il lavoro compiuto dall’équipe guidata da Ivan
Galimberti,
della Novartis, è molto complesso e si è avvalso di tecniche molto
raffinate,
che vanno dallo studio del fosfo-proteoma all’utilizzo di modelli
di topi
transgenici, da tecniche biochimiche complesse alle colture di
cellule nervose
dei pazienti affetti da Sindrome di Phelan-McDermid ottenute dalle
cosiddette
iPSC (ossia cellule staminali pluripotenti indotte),
dall’applicazione di modelli bioinformatici a colture d’organo.
Non stupisce
che l’articolo sia firmato da venti ricercatori, ciascuno dei
quali altamente
specializzato e competente in una serie di metodiche complesse. È
difficile
stimare Il costo di uno studio di questo tipo, ma a mio parere si
aggira su un
milione di euro.
L'approccio con IGF-1 non e' il solo nella ricerca di un trattamento della sindrome di Phelan Mc Dermid.Il 4 febbraio scorso e' uscito su Science un lavoro che apre prospettive totalmente nuove nella comprensione della funzione dello Shank3, dell'interazione tra geni, in particolare tra lo Shank3 e il CLK2, e di nuovi approcci terapeutici.
Mediante l'inibizione della proteina CLK2 e' stata migliorata la funzione sinaptica nei neuroni mancanti del gene Shank3.Consensualmente al miglioramento della funzione sinaptica si e' anche ripristinata la socialita' nei topi mancanti dello Shank3.
Questo successo nell'approccio con i modelli animali apre prospettive terapeutiche anche per gli esseri umani, in quanto la proteina CLK2 e' un possibile bersaglio per i farmaci.L'auspicio espresso dagli autori e' che eventuali nuove terapie scoperte studiando le basi biologiche delle condizioni monogeniche possano poi essere efficaci anche nella popolazione, ben piu' grande, dello spettro autistico da causa ignota.
Chi desidera approfondire puo' leggere l'articolo originale su Sciencee/o il comunicato stampa al linkhttps://www.nibr.com/stories/nerd-blog/neuroscientists-restore-cell-cell-signaling-and-sociability-autism-models
Il Lunedì 1 Febbraio 2016 19:44, daniela marianicerati <marianicerati@yahoo.it> ha scritto:
Secondo la Betancur la sindrome di Phelan McDermid sta emergendo come una delle cause piu' frequenti e sottodiagnosticate di autismo.E' pertanto utile per i cultori della materia avere a disposizione una review completa e aggiornata, come quella uscita recentemente sul Journal of Child Neurology 2015, Vol. 30(14) 1861-1870 ,a firma di Hala Harony-Nicolas e colleghi e intitolata "Phelan McDermid Syndrome: From Genetic Discoveries to Animal Models and Treatment”La sindrome, caratterizzata da autismo, disabilita' intellettiva e ritardo o assenza del linguaggio, e' in rapporto con la delezione della regione terminale del cromosoma 22, 22q13.3, dove si trova il gene SHANK3 la cui delezione pare esserne il principale determinante. Un fenotipo molto simile e' dato infatti anche da mutazioni isolate di detto gene.Al pari di altre condizioni monogeniche anche per la PMS la ricerca sta facendo il percorso: gene – funzione dello stesso – modelli animali, coltura in vitro di cellule dei pazienti in cui si e' operata la sdifferenziazione a cellule staminali e poi la ridifferenziazione a neuroni per studiare le anomalie dello sviluppo che si verificano nel passaggio da cellula staminale a neurone. La cosa piu' interessante e' che si sono sperimentate con successo delle terapie sia sugli animali che sulle colture cellulari. Una terapia in particolare, la IGF-1 (insulin-like growth factor-1), ha fatto regredire le anomalie delle cellule e i sintomi degli animali.Un primo passaggio dagli studi preclinici alla sperimentazione sull'uomo e' stato compiuto mediante uno studio pilota su 9 soggetti portatori della sindrome, dai 5 ai 15 anni, mediante trial randomizzato in doppio cieco cross over con IGF – 1. (Kolevzon A, Bush L, Wang AT, Halpern D, Frank Y, Grodberg D, Rapaport R, Tavassoli T, Chaplin W, Soorya L, Buxbaum JD. A pilot controlled trial of insulin-like growth factor-1 in children with Phelan-McDermid syndrome. Mol Autism. 2014;5:54. doi: 10.1186/2040-2392-5-54)
Confrontato col placebo, IGF-1 ha dato miglioramenti statisticamente significativi nel campo del deficit della socialita' e dei comportamenti ristretti.La significativita' statistica non e' pero' alta.
Copio dall'articolo
B) Mean change in ABC-SW score between baseline and week 12 of drug or placebo. P = 0.040;ABC-SW = Aberrant Behavior Checklist Social Withdrawal subscale
RBS-R Restricted Behavior score between baseline and week 12 of drug or placebo(B) Mean change in RBS-R Restricted Behavior score between baseline and week 12 of drug or placebo. P = 0.042;
Non vi e' stata differenza tra farmaco e placebo nelle altre aree dello sviluppoResults from the other RBS-R subscales were not statistically significant (Stereotyped Behavior: t = −0.269, P = 0.789; Self-Injurious Behavior: t = −1.896, P = 0.063; Compulsive Behavior: t = 0.888, P = 0.378; Ritualistic Behavior: t = −0.192, P = 0.848; Sameness: t = 0.005, P = 0.996).
In conclusione i risultati hanno dato qualche positivita' grazie alle quali gli autori pensano di passare a trials di maggiori dimensioni. Diciamo che sono incoraggianti, ma non entusiasmanti.
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