Per quanto sia una sfida di tutto rilievo dare delle indicazioni "utili" per una o più soluzioni al problema Autismo-Adulti, bisognerà che ognuno di noi tenti una risposta condivisibile ma soprattutto realizzabile. Accogliamo favorevolmente, nel contributo di Francesco Barale un prima, nell'essenzialità di trattamenti intensivi comportamentali precoci (EIBI), e un dopo, nella coerenza, continuità, specificità, sistematicità, quod vitam della "presa in carico", sottolineata quest'ultima, da Vera Stoppioni, e condividiamo non da meno, la concomitante necessità, così ben colta da Paola Visconti, che qualsiasi soluzione individuata (sia in famiglia che fuori, all'interno di strutture e servizi) persegua e prosegua l'integrazione e l'inclusione di queste persone in contesti allargati quanto più possibile a persone con sviluppo tipico.
Come risolvere lo sconfortante quadro attuale. Uscendo da una non poco significativa, ma allo stato delle cose ingombrante, idea che tutto dipenda da un "rinnovamento" delle strutture e perciò nel reperimento di nuove risorse economiche, magari puntando prevalentemente, e chissà per quanto ancora, esclusivamente sulle risorse umane impegnandoci diversamente (anche).
Per spiegarci meglio si torni dunque alla "presa in carico" che dovremmo scomporre in "istituzionale" e "non- ".
Nella prima evenienza, quella istituzionale, mi sembra inevitabile la necessità di uno sforzo collettivo perchè si realizzi la "presa in carico sanitaria, psichiatrica" e che questa divenga presto competente e aggiornata, pretendendo, come dice bene Noemi Cornacchia, che l'autismo adulto venga affidato alle Psichiatrie, oppure che i vari Programmi Autismo avviati dalle NPI mantengano la presa in carico anche in età adulta. Poi perchè questo non diventi l'ennesima conquista formale bisognerà migliorare la preparazione universitaria e specialistica con fasi teoriche e pratiche che, secondo me vedano obbligatoriamente coinvolte le associazioni di esperti e di genitori (in senso lato), le strutture esistenti e individualmente i genitori stessi. Che si avvii una formula che preveda la formazione obbligatoria dei genitori e degli insegnanti. Bisognerebbe inoltre ottenere spazi in-formativi e divulgativi istituzionali (alunni scuola; personale scolastico, infermieristico, ecc) organizzati e continui perchè l'inclusione è possibile demolendo nell'immaginario collettivo gli innumerevoli stereotipi negativi che continuano ad imperversare intorno all'autismo. E ancora, che si avvii un intenso impegno culturale e legislativo per la costituzione, trasparenza, accessibilità e più libera fruibilità delle strutture semi- e residenziali, presenti e future, permettendo e facilitando un uso meno rigido delle strutture.
Per ciò che attiene alla dimensione non istituzionale invece é essenziale che si trasformi l'idea stessa di intervento abilitativo (e conseguentemente di "presa in carico" perchè dovremmo riuscire a far coinciderei due concetti) in qualcosa di NON ALTAMENTE SPECIALISTICO, complesso e costoso da ottenere e realizzare... ma dobbiamo mostrare che il progetto educativo è espletabile da chiunque sulla base di poche informazioni... potenziando la semplificazione insita nelle buone prassi e nelle prese in carico che si sono dimostrate esemplari, mostrando che chiunque può avvicinare, interagire (in modo reciprocamente fruibile e quindi "abilitativo") con un autistico senza bisogno di apparati e speciali requisiti. Senza questo capovolgimento di lettura, gestione e valori, temo, non si riuscirà mai a soddisfare obiettivi e attese così infinitamente diversificate, spesso persino incoerenti, contraddittorie o sempre più pretenziose.
Tiziano e Patrizia Gabrielli Pres. ANGSA TAA.