Mi sento in obbligo di spendere qualche parola sulla questione, se non altro per la conoscenza e la stima di antica data che mi lega a Giacomo Rizzolatti, dalla fine degli anni '60, quando entrambi avevamo mosso i primi passi a Pisa, in quella indimenticabile fucina scientifica che fu l' Istituto di Fisiologia di Giuseppe Moruzzi. Poi lui aveva continuato con la neurofisiologia, io ero passato alla psichiatria, ma ci eravamo poi ripetutamente re-incrociati proprio sulla questione autismo-neuroni specchio. A Parma mi aveva chiesto di discutere alcune tesi sperimentali di dottorato sul tema, prodotte dal suo fenomenale gruppo di ricerca. Me ne ricordo,ad esempio, una, bellissima, della dott.a Boria, sulle sequenze intenzionali, sia in entrata (riconoscimento del loro senso) che in uscita (esecuzione) e sul mutare di fluidità e immediatezza, su entrambi i versanti, in funzione delle diverse caratteristiche di diversi contesti. Credo che proprio questi aspetti lo avessero incuriosito verso Cascina Rossago, come situazione abilitativa "ecologica", in cui le motivazioni e i processi imitativi "buoni" erano al centro dell' attenzione, del sostegno e della metodologia di lavoro. Poi non se ne fece nulla (complici non solo molti miei dubbi sulla possibilità di collegare mondi così diversi, ma anche un orribile ingorgo automobilistico che proprio il giorno fissato per l' incontro inghiottì per l' intera giornata Rizzolatti e il suo team, che generosamente si erano mossi da Parma per raggiungerci sui monti dell' Oltrepo pavese). Del resto, proprio uno degli allievi principali di Rizzolatti, Vittorio Gallese, poi suo successore sulla cattedra di Parma, aveva steso il capitolo sull' intersoggettività in quel libro a più mani "Autismo. L' Umanita nascosta" (Einaudi 2004) in cui noi avevamo.descritto l' esperienza di Cascina Rossago e Gallese le radici dell' empatia, dell' imitazione "incarnata" e della cognizione sociale.
Ma, si deve dire, non c' era allora proprio nulla di azzardato o fantasioso in quelle ipotesi. La (ben documentata) funzione basilare esercitata dal mirror system nel garantire appunto i meccanismi primari di imitazione e empatia, mattoni basilari della intersoggettività primaria e dello sviluppo poi della cognizione sociale, rendeva anzi pressochè inevitabile (quasi "doveroso", anzi, verrebbe da dire) ipotizzare e indagare un qualche ruolo di una possibile disfunzione di quei sistemi nell' autismo.
Rizzolatti lo ha fatto a lungo negli anni successivi, con il mix di passione, generosità, curiosità scientifica e rigore sperimentale che è tipico suo (e dei veri scienziati). Superando anche scetticismi e perplessità che fin dall' inizio gravarono fortemente su quella ipotesi. Tanto per fare uno solo dei tanti possibili esempi, già all' inizio dei 2000 circolava nell' "ambiente" un lavoro di un celebre neurofisiologo americano, che sia io che Rizzolatti conoscevamo bene (anche lui era transitato per Pisa...), dal titolo eloquente "Autism. Not only mirror system!". Lavoro che metteva bene in evidenza tutte le criticità del tentativo di ridurre a un problema di "broken mirrors" (che comunque, anche se fosse stato confermato, richiedeva a sua volta di essere spiegato) una serie di situazioni complesse e eterogenee come gli autismi. Ma, in generale, pur riconoscendo l' importanza delle sue basi imitative, anche di ridurre ad esso la questione della cognizione sociale. La clinica degli autismi pareva purtroppo esorbitare rispetto a quella ipotesi.
Voglio comunque richiamare l' attenzione su un aspetto: le recenti affermazioni di Giacomo Rizzolatti non sono l' ammissione di una sconfitta. Al contrario. Sono una bella lezione di etica scientifica, dunque una vittoria, se proprio proprio dobbiamo usare questi brutti registri. Chi fa ricerca per bene si appassiona certo alle sue ipotesi. Ma mantiene ben fermo che "amicus Plato, sed magis amica veritas". Oh se questa etica si diffondesse! Ad esempio se le ricerca farmacologica rendesse sistematicamente noti anche i suoi risultati negativi...
Non rimane poi nulla di quella ipotesi? Non scherziamo...Il lavoro di Rizzolatti, allievi e collaboratori è stato non solo fondamentale dal punto di vista neurofisiologico, ma ha contribuito in modo importante a richiamare l' attenzione sulla centralità dei processi imitativi nella cognizione sociale, ha dato un imput importante allo sviluppo degli studi su come essi funzionino non solo in generale, ma anche nelle diverse condizioni autistiche e nei diversi contesti, su quali siano i loro atipici sviluppi (U.Frith scrisse una volta che nell' autismo nulla è statico, globale e immutabile e nessuna funzione si presta a rappresentazioni semplificate, tipo "c" è/non c' è")...
Quali poi possano essere le ricadute abilitative di una comprensione meno rudimentale della cognizione sociale e delle sue varie componenti, come saggiamente Daniela Mariani Cerati ci ricorda, è poi tutto un altro discorso. Ci spostiamo su un piano diverso. C' è ancora così tanto da capire.... Ma certamente, se anche possiamo considerare archiviata l' ipotesi dei "brokwn mirrors" nella sua formulazione più semplice, quei tentativi hanno prodotto conoscenze non certo inutili.
Un cordiale saluto
Francesco Barale
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