# Il bambino sostituito

*La paura che ha ucciso Anna Rosa non è nata con i vaccini. La nostra cultura la racconta, e la tramanda, da almeno cinque secoli.*

Gianluca Nicoletti, su queste pagine, ha scritto che dell'autismo abbiamo fatto o una favola edificante o un incubo innominabile, e che in mezzo — dove vivono milioni di famiglie reali — non è rimasto spazio per la verità. Ha ragione, e ha già detto ciò che andava detto sul piano politico e sanitario. Vorrei proseguire da dove il suo articolo si ferma, perché credo che quel vuoto narrativo non sia affatto vuoto. È terreno occupato. Lo abitano due fiabe antichissime, che continuano a lavorare sotto la soglia della nostra attenzione; e finché non le chiamiamo per nome, saranno loro a decidere al posto nostro.

I fatti, per come le cronache li hanno ricostruiti, stanno in poche righe: una bambina di quattro anni è morta di difterite a Palermo perché non vaccinata; i genitori temevano che il trivalente potesse "farle" l'autismo, come credevano fosse accaduto a un cuginetto; il cuginetto, vaccinato, ha contratto la stessa difterite ed è sopravvissuto. I genitori sono oggi indagati, e la presunzione di innocenza vale per loro come per chiunque. Ma ciò che merita un processo pubblico non è una famiglia: è il meccanismo culturale che quella famiglia ha ereditato senza saperlo.

La prima fiaba è quella del *changeling*, il bambino sostituito. Per secoli, in tutta Europa, quando un bambino smetteva di somigliare alle attese — non parlava, non guardava, non cresceva "come gli altri" — la spiegazione era pronta: quello non è tuo figlio. Il tuo, quello vero, è stato rapito da fate o demoni, e al suo posto hanno lasciato una creatura estranea. I fratelli Grimm misero per iscritto questa credenza nel 1815, insieme al suo repertorio di contro-incantesimi: c'era, per esempio, il rito di far bollire l'acqua nei gusci d'uovo per costringere la creatura a tradirsi. E il mito non abitava soltanto le campagne: nel Cinquecento Lutero, davanti a un bambino che oggi riconosceremmo verosimilmente come gravemente disabile, giudicò che non fosse che carne senz'anima e consigliò di annegarlo. Gli storici, da tempo, leggono in queste storie la prima interpretazione che l'Occidente abbia dato della disabilità infantile prima di avere parole cliniche: molti "bambini sostituiti" erano, con ogni probabilità, bambini autistici. Il mito assolveva una funzione precisa: dava una causa a ciò che non ne mostrava, indicava un colpevole esterno, e soprattutto prometteva che il figlio "vero" esistesse ancora, intatto, da qualche parte — bastava scacciare l'intruso per riaverlo.

Ora si tolga la fata e si metta una siringa: la struttura non cambia di una virgola. Il mito moderno del vaccino che "provoca" l'autismo nasce su una coincidenza temporale — i primi segni dell'autismo si manifestano spesso tra i dodici e i ventiquattro mesi, proprio quando il calendario vaccinale prevede il trivalente — e su uno studio del 1998 che quella coincidenza trasformò in causa: uno studio poi ritrattato dalla rivista che lo pubblicò e costato la radiazione al suo autore. Ma la scienza smonta i dati, non i miti. E il linguaggio con cui il mito sopravvive è, alla lettera, quello del changeling: "me l'hanno cambiato", "dopo il vaccino non era più lui", "rivoglio indietro mio figlio". Nicoletti l'ha chiamata "teologia della disgrazia", e la formula è esatta; aggiungo solo che questa teologia ha una liturgia antica di secoli, e che i genitori dello Zen non stavano fuori dalla nostra cultura, per ignoranza: ne stavano nel punto più profondo, obbedendo al suo copione più vecchio. Il mito, nella sua forma pura, arrivava a preferire il bambino morto al bambino sostituito. Nessuno oggi lo direbbe ad alta voce. Ma quando una famiglia accetta il rischio concreto della morte pur di scongiurare il rischio astratto della differenza, la struttura del gesto è esattamente quella.

La seconda fiaba sembra il contrario, ed è per questo che è più insidiosa. Il brutto anatroccolo di Andersen, 1843, passa per una storia di accettazione della diversità; basta rileggerlo per accorgersi che non lo è. Nel cortile nessuno impara ad accettare un'anatra diversa: si scopre che l'anatra non era un'anatra. La differenza non viene accolta, viene riscattata per riclassificazione — eri di una specie superiore, l'errore era solo di etichetta. È il copione con cui la nostra epoca crede di aver fatto pace con l'autismo: il tratto geniale, il superpotere, l'eccentricità che diventa brand e racconto edificante. Nicoletti ha descritto meglio di me quanto questo filone abbia occupato ogni spazio disponibile. Ma il punto è che il copione del cigno non accetta la differenza più di quanto la accettassero i contro-incantesimi contro i changeling: la abolisce verso l'alto. Il diverso è ammesso nel momento esatto in cui si rivela migliore. E chi non ha un cigno da esibire? Chi a vent'anni non parla, non regge lo sguardo, ha bisogno di mani che lo lavino e lo vestano? Per lui la cultura tiene in serbo soltanto l'altra fiaba. Ecco perché l'iper-racconto dell'autismo lieve e l'innominabilità di quello grave non sono due fenomeni distinti che si sommano: sono le due uniche uscite dello stesso copione. O cigno o sostituito. O riscatto o esorcismo. Espellere o riparare: davanti alla differenza, la nostra cultura non ha mai davvero imparato a fare altro.

In mezzo — nel luogo dove vivono le famiglie reali — non serve una terza fiaba. Serve una domanda, da porre a ogni scelta che riguardi un bambino: questa diagnosi, questo trattamento, perfino questo modo di raccontarlo, allarga o restringe le possibilità che quel bambino avrà di volere, di scegliere, di farsi capire? È una domanda che non promette riscatti e non cerca colpevoli. Presuppone una sola cosa, la più difficile da accettare per entrambe le fiabe: che il bambino non sia altrove, rapito, in attesa di essere restituito; e che non sia nemmeno un cigno in incubazione, in attesa di rivelarsi. Il bambino è qui. È questo. E una famiglia — con i sostegni che troppo spesso deve strappare con le unghie — non è il luogo dove la differenza si ripara: è il luogo dove la si accompagna verso tutta l'autonomia che le è raggiungibile, un centimetro alla volta, senza chiedere in cambio né la normalità né il genio.

Presiedo una sezione territoriale dell'associazione nazionale dei genitori di persone autistiche, e l'autismo che ha bisogno di tutto lo conosco per biografia, non per sentito dire. So quindi che questa domanda è più faticosa di qualunque fiaba. Ma so anche cosa succede quando non la si pone. Ad Anna Rosa nessuno potrà più porla: non una diagnosi, ma il fantasma culturale di una diagnosi mai fatta ha chiuso a zero ogni sua possibilità, prima ancora che esistesse un nome da temere. Nicoletti ha scritto che l'autismo non è né favola né maledizione. Vorrei solo completare: nemmeno anatroccolo in attesa di riscatto, nemmeno creatura sostituita da smascherare. Una bambina era una bambina. E i bambini reali non si proteggono con i riti: si proteggono conoscendoli.

*Claudia Nicchiniello — Presidente ANGSA Sannio*






Il giorno 1 set 2026, alle ore 15:59, Enrico Toffolo attraverso autismo-biologia <autismo-biologia@autismo33.it> ha scritto:


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