Quando diciamo che lo studio delle malattie monogeniche è relativamente semplice rispetto allo studio delle malattie complesse, dobbiamo  sottolineare con molta enfasi l’avverbio RELATIVAMENTE.
La malattia monogenica ci fa capire che allo stato attuale della ricerca noi conosciamo poco non solo la patologia, ma anche la fisiologia, in particolare i meccanismi molecolari che vanno dal gene alla funzione..

Un esempio di malattia monogenica che causa gravi alterazioni del neurosviluppo è la mutazione del gene CDKL5. Ma quale è la funzione di detto gene? Solo quando ne sapremo di più, potremo cercare dei target su cui agire per arrivare a terapie razionali.

A questa domanda sta cercando di rispondere con ricerche di avanguardia un gruppo italiano che ha pubblicato on line il 2 gennaio scorso l’articolo “Synaptic synthesis, dephosphorylation and degradation: a novel paradigm for an activity-dependent neuronal control of CDKL5”

La Montanara P1, Rusconi L1, Locarno A1, Forti L1, Barbiero I1, Tramarin M1, Chandola C1, Kilstrup-Nielsen C1, Landsberger N2, J Biol Chem. 2015 Jan 2. pii: jbc.M114.589762. [Epub ahead of print]

https://it-mg42.mail.yahoo.com/neo/launch?.rand=3jd2uu414rq92#943913097

 

L’articolo lo si puo’ leggere liberamente in rete, ma esso è pienamente comprensibile solo a un ristretto gruppo di addetti ai lavori.

Per farne comprendere il significato  ad un pubblico più vasto ho chiesto il contributo di  Nicoletta Landsberger, coautrice dell’importante lavoro. Prima di darle la parola la ringrazio a nome degli iscritti alla lista

      Daniela MC

 
Il gene CDKL5 è un gene legato al cromosoma X che negli ultimi anni sta acquisendo sempre più importanza nel mondo delle patologie appartenenti allo spettro autistico. Collegato nel 2004 a una variante della sindrome di Rett caratterizzata da precoci, gravi e spesso intrattabili forme di epilessia, è poi stato trovato in pazienti generalmente affetti, oltre che da encefalopatia epilettica a esordio precoce, da un severo ritardo nello sviluppo e ipotonia muscolare. Nonostante le bambine siano al momento il genere prevalentemente colpito, il numero di bambini maschi risultati positivi allo screening per CDKL5 sta crescendo velocemente. Crediamo che nei prossimi anni aumenterà in maniera drammatica il numero ancora esiguo di pazienti di entrambi i sessi con la mutazione del gene. Giovane l’associazione del gene con la salute umana, ancora inevitabilmente ridotte le conoscenze sul ruolo della proteina corrispondente soprattutto nel cervello, l’organo maggiormente colpito dai suoi difetti.
Prima del 2004 grazie a studi di bioinformatica si era ipotizzato che CDKL5 codificasse per una chinasi, un enzima capace di attaccare un gruppo fosfato a specifiche proteine bersaglio, in questo modo regolandone la loro attività. Nel 2005 è stata la collaborazione tra due gruppi italiani, quello di Busto Arsizio e quello della prof.ssa Ranieri di Siena, a dimostrare che in effetti tale era l’attività della proteina e, cosa ancora più importante, che un bersaglio di CDKL5 era proprio la proteina maggiormente responsabile della sindrome di Rett, MeCP2, fornendo in questo modo una spiegazione molecolare del perché CDKL5 faccia venire sintomi parzialmente simili a quelli caratterizzanti la sindrome di Rett. Nei quasi 10 anni successivi alcuni laboratori di ricerca hanno iniziato a dedicarsi a CDKL5 e la ricerca italiana primeggia certamente tra questi. Sono aumentati gli studi molecolari nel tentativo di capire meglio quali processi regoli nel cervello CDKL5, cosa vada storto quando essa non funziona correttamente: una comprensione obbligata nella speranza di arrivare a delle così dette terapie razionali.  Ed è proprio il frutto di una collaborazione tra alcuni gruppi italiani che lo scorso anno ha portato alla produzione di un topolino transgenico con la mutazione di CDKL5: un modello animale fondamentale per la comprensione della malattia e per valutare nella così detta fase pre-clinica possibili approcci terapeutici.
Questa settimana è uscita un’altra pubblicazione grazie alle attività di ricerca condotte principalmente nel laboratorio di Busto Arsizio. In questo lavoro gli autori sono partiti dall’ormai consolidata conoscenza che alla base dell’apprendimento vi sono dei cambiamenti molecolari che avvengono in zone ristrette del neurone deputate alla comunicazione (le sinapsi); tali cambiamenti sono indotti dall’eccitazione neuronale e il loro non corretto funzionamento è causa di fenomeni più o meno gravi di autismo e/o disabilità intellettiva. Quindi, avvalendosi di cervelli di topolini sani, di neuroni di topi in coltura e sinapsi di topo ancora funzionanti ma separate dal restante cervello, gli autori sono riusciti a dimostrare che CDKL5 è una proteina capace di sentire e rispondere molto velocemente (parliamo di frazioni di secondo nel cervello adulto) all’eccitazione neuronale. Per potere rispondere in fretta la cellula ha “scelto” di accorciare il normale percorso dell’attivazione di un gene: l’mRNA di CDKL5 trascritto nel nucleo viene portato lontano, nelle sinapsi, e li rimane inattivo fino a quando l’eccitazione del neurone non dice “accendete CDKL5”: ecco allora che quell’mRNA viene subito tradotto in proteina funzionale. A cosa serve? Non lo sappiamo ancora ed è quello che ora bisogna individuare. Quando nelle sinapsi, nei bottoni della comunicazione, CDKL5 viene sintetizzato, cosa va a segnalare attaccando il suo fosfato? Ma un altro dato importante è che i recenti studi dimostrano come anche questa attività sia finemente regolata: non appena CDKL5 è stata attivata deve anche essere spenta e quindi viene demolita. CDKL5 sembra quasi un interruttore: si accende, da’ il via ma poi deve essere spenta. Chissà, forse se rimane troppo a lungo accesa diventa pericolosa? L’importanza di tutto ciò sembra confermato dagli stessi studi effettuati durante la maturazione del cervello: all’inizio, quando i neuroni sono giovani, CDKL5 viene attivato dallo stimolo ma non viene degradato, come se la sua presenza servisse più a lungo o per lo meno non  fosse dannosa, poi nel cervello un poco più maturo la degradazione c’è ma è lenta, per arrivare all’adulto dove tutto è così veloce che quasi non si riesce a visualizzarlo.
Ora andiamo alla ricerca dei bersagli di CDKL5 nelle spine dendritiche: siamo convinti che la loro individuazione ci permetterà di meglio capire le malattie legate a CDKL5 e altre forme di autismo e ad iniziare a disegnare dei tentativi di approcci terapeutici razionali.
     Nicoletta Landsberger