Come al solito Stefano, con asciuttezza
"british", è andato direttamente al cuore della questione, evitando di infilarsi
nei fanatismi, nelle approssimazioni, negli atteggiamenti sbrigativi, nelle
guerre di religione e nelle rozzezze metodologiche che su questi temi,
negli anni trascorsi, hanno caratterizzato, da tutte le opposte parti,
la discussione (e anche purtroppo la maggior parte dei lavori
"scientifici", spesso, devo dire, piuttosto ridicoli). La questione che si
pone per tutti (sottolineo "per tutti") i metodi di implementazione delle
capacità comunicative nell'autismo è, come dice Stefano, proprio di
confrontarsi seriamente con il deficit di intenzionalità comunicativa,
di coerenza cognitiva e, aggiungerei, di organizzazione
pragmatico-intenzionale, dell'autismo. Deficit importanti, reali, le cui radici
neuropsicologiche cominciamo solo recentemente e solo parzialmente a capire
e che nessuna "tecnica" pensata per defici "periferici" può aggirare
magicamente. Questo è il problema. Sappiamo però anche che tali deficit non sono
di regola né globali né statici, che sono esposti ad innumerevoli
fluttuazioni contestuali, e che frammenti di intenzionalità magari non
organizzata e non in grado di esprimersi in modi coerenti con i "normali" canali
comunicativi pure permangono nell'autismo, talvolta anche in gravi
condizioni autistiche. Come scriveva U. Frith qualche anno fa, "i defit
nell'autismo non sono mai nè statici nè globali". Compresi quelli comunicativi.
Sappiamo anche che la distinzione tra "deficit centrali" e "deficit periferici"
nel caso dell'autismo è essa stessa altamente problematica (se non altro perchè
tutti gli step che vanno dalla organizzazione ideo-motoria dell'intenzionalità,
compresa quella comunicativa, alla sua espressione prassica sono in
questo caso coinvolti tutti insieme). Sappiamo inoltre che, comunque, le
procedure abilitative procedono di regola proprio dal "periferico" al "centrale"
(anche se sono tanto più intelligenti quanto più considerano la globalità
dei problemi). Sappiamo anche che proprio perchè l' intenzionalità e le
capacità pragmatico-comunicative sono così fragili nell'autismo, tutti
(sottolineo "tutti") i metodi di implementazione delle capacità comunicative
sono esposti ai notissimi e documentati rischi di sovrapporre (più o meno
inconsciamente) le intenzioni comunicativa del facilitatore o dell'
implementatore a quelle, incerte, fragilissime, non organizzate, nella
maggior parte dei casi non in grado di organizzarsi pragmaticamente in modo
autonomo, del soggetto autistico. Non per questo la questione è meno
rilevante: qualsiasi possibilità di implementare, incanalare e
amplificare le capacità espressive dei soggetti, delle persone con autismo,
va perseguita, con umiltà, scetticismo, spirito critico e prudenza, senza
fanatismi e senza illusioni, con competenza tecnica e grande rispetto della
alterità autistica, senza cercare scorciatoie, senza onnipotenti negazioni della
realtà dei deficit e della complessità neuropsicologica dei problemi, sapendo
bene quali sono i rischi ma anche sapendo bene, d'altro canto, quanto
sia importante la posta in giuoco: anche il più piccolo frammento
di verità (la possibilità di esprimere la propria soggettività) che si riesca ad
ottenere, magari confuso, magari incerto, magari da districare dall'impasto
più o meno inevitabile di artefatti, è assolutamente prezioso; è un compito da
perseguire col massimo possibile del pessimismo dell'intelligenza, ma a cui non
possiamo rinunciare.
Cordiali saluti a tutti
Francesco Barale
----- Original Message -----
Sent: Thursday, October 07, 2010 9:58
AM
Subject: [autismo-biologia] CAA e
CF
Conosco e apprezzo la Comunicazione Aumentativa Alternativa
(CAA) in ambito fisiatrico e neuromotorio in particolare, dove si intende
compensare un deficit "periferico" sensoriale o motorio. L'approccio
ora è diffuso anche per l'autismo (vedi allegato).
Che possa occupare lo spazio riabilitativo della illusoria Comunicazione
Facilitata (CF)? Il problema resterebbe quello del deficit di intenzionalità e
coerenza cognitiva, che sono alla base della diversità autistica. Il partner
comunicativo della persona con autismo potrebbe inferire significati che
riflettono più l'orecchio e lo sguardo di chi ascolta affatto compiuti nel
soggetto.
Che ne pensa il gruppo autismo-biologia?
PS: per chi legge in inglese segnalo il sito con ulteriori
considerazioni sulla problematica centrale-periferico nell'autismo sotto forma
di review della raccolta
Autism
and Blindness. Research and Reflections:
http://bjp.rcpsych.org/cgi/content/full/187/3/296
Conosco e apprezzo la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA)
in
ambito fisiatrico e neuromotorio in particolare, dove si
intende
compensare un deficit "periferico" sensoriale o motorio.
L'approccio
ora è diffuso anche per l'autismo (vedi
allegato).
Che possa occupare lo spazio riabilitativo della illusoria
Comunicazione Facilitata (CF)? Il problema resterebbe quello del
deficit di intenzionalità e coerenza cognitiva, che sono alla base
della diversità autistica. Il partner comunicativo della persona con
autismo potrebbe inferire significati che riflettono più l'orecchio
e
lo sguardo di chi ascolta affatto compiuti nel soggetto.
Che ne
pensa il gruppo autismo-biologia?
Stefano P.
PS: per chi legge
in inglese segnalo il sito con ulteriori
considerazioni sulla
problematica centrale-periferico nell'autismo
sotto forma di review
della raccolta Autism and Blindness. Research
and Reflections:
http://bjp.rcpsych.org/cgi/content/full/187/3/296
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