Gentili,
DanielaMariani
Cerati ha scritto:
"La ricerca
dovrebbe partire dalla constatazione che questi gravissimi comportamenti
compulsivi hanno una base endogena, al pari delle crisi epilettiche. Ma quali
meccanismi biochimici le scatenano? Il fenomeno è tanto diffuso quanto poco
conosciuto, ma è reale. Ed è gravissimo che sia così poco studiato dalla
comunità scientifica del ventunesimo secolo. "
Come non condividere
questa riflessione? chi da anni vive la quotidianità dell'autismo ha potuto
sperimentare nel tempo le varie interpretazioni degli addetti ai lavori. Siamo
passati dall'oscuro passato colpevolizzatore all'odierno approccio cognitivo
comportamentale. In questa positiva evoluzione, dimostrata del resto dai
risultati sui bambini che beneficiano di interventi precoci di questo tipo,
resta tuttavia una parte oscura, ancora inesplorata.
Una parte che non
sembra indagabile con l'analisi del comportamento e con la classica ricerca
dell'antecedente, etc.. Detto questo, vorrei chiarire che non sto
svolgendo opera denigratoria verso gli approcci che fortunatamente anche in
ITalia si stanno applicando, ma constato, nella mia esperienza ed in quella di
altri, un margine di imprescrutabilità che mi vede aderire a quanto su
espresso.
La base endogena di
alcuni comportamenti, spesso accompagnati da prodromi a livello fisico
individuabili ad un occhio attento ( sudorazione e salivazione
abnorme, variazioni della temperatura corporea, irrequietezza fisica ed
aumento delle stereotipie motorie ) credo esista . Purtroppo la mancanza di
studi in questo senso non può essere negata, altrettanto non possiamo
negare quanto la comunità sociale non abbia la consapevolezza della gravità dei
sintomi in autismo ( non solo nei "gravi" che cita Mariella, ma in quasi tutti )
. Mi sto chiedendo cosa dobbiamo fare per far giungere alla società il nostro
grido di aiuto, quando nei tavoli istituzionali l'autismo viene considerato solo
"una" delle tante disabilità, riconducendola quindi a problemi di budget
e negandoci il doloroso primato che diversi studi ( es: "F.A.B.I.A."
e "La dimensione nascosta delle disabilità" del Censis ) ci
attribuiscono.
Siamo troppo
dignitosi? Ci facciamo carico di una quotidianità faticosissima senza far
trapelare all'esterno la gravità della situazione?
Personalmente sto
molto riflettendo su questo, ed anche su una certa solitudine di coloro che
lavorano perchè le istituzioni cambino la presa in carico e l'assistenza
all'autismo.
Ha ragione DMC
quando, rispondendo ad un genitore che lamenta una assenza delle
associazioni nello stimolare la ricerca, dice:
"..lei non ha
idea di quanto ANGSA si sia battuta sin dalla sua nascita nel 1985 per la
ricerca scientifica. Non a caso ha creato un comitato scientifico e questo
forum. Ricercatori impegnati si sono interessati di autismo su impulso di
ANGSA , a partire dal campus biomedico che, non appena costituito, è stato
subito contattato dal fondatore e primo presidente di ANGSA, Pierluigi Fortini,
che ha proposto alla neonata Università di occuparsi di autismo. Mi pare che lei
di questo non sia per nulla informato. Se vuole collaborare, e ha delle
idee, sarà il benvenuto. "
Quanti
genitori si interessano a conoscere la nostra storia, che, senza tema di
smentite, coincide esattamente con la storia dell'autismo in
Italia?
Riferendomi qui non
ad una situazione specifica, invito a riflettere su quanto l'associazionismo
stia subendo agli occhi delle famiglie una valenza che trovo
impropria .
Molte famiglie
aderiscono alle associazioni in base all'offerta di servizi e progetti. Troppe
volte non una parola viene spessa per confrontarsi sulla linea politica, sul
ruolo che l'associazione stessa intenda darsi, su quali siano gli obiettivi. Si
aderisce a chi offre in quel momento un progetto che ci sembra utile, salvo
cambiare in poco tempo la propria adesione a favore di altri, come se si
acquistasse un qualunque prodotto nel negozio più conveniente.
Così non si rafforza
l'associazionismo, si perde il senso di appartenenza, ci si frantuma in realtà
sempre più locali che non perseguono linee politiche, le uniche
che potranno migliorare il domani dei nostri figli. Quando parliamo e ci
esponiamo anche personalmente nel rapporto con le istituzioni, molti
rappresentanti di queste realtà non sono con noi.
I progetti a
sostegno delle famiglie sono cosa buona e utile, ma finiranno quando non avremo
più denaro, o quando saremo stanchi. I percorsi istituzionali resteranno,
che noi siamo in vita o no, che l'Operatore bravo sia andato in
pensione o meno, perchè creeranno una nuova cultura rispondente
a dettami precisi a cui i Servizi dovranno aderire. E sarà allora che
dovremo essere uniti nel monitorare la qualità dei servizi ottenuti, spendendo
gran parte delle nostre energie a sostegno di queste richieste SOSTANZIALI,
alle quali, una volte ottenute , potranno sì fare da corollario le attività che
sui territori riusciremo ad organizzare. Ma queste, senza i percorsi istuzionali
opportuni, saranno cosa effimera.
E insieme
ai protocolli di assitenza e presa in carico, dobbiamo considerare come
cosa prioritaria anche la ricerca, in tutte le declinazioni a
cui DMC si riferisce. La cosa riguarda tutti noi, anche se sarà
molto difficile ottenerla.
Cordialmente
Noemi