Il Domenica 3 Maggio 2015 10:44, Tiziano <tgabrielli@alice.it> ha scritto:




Azzardo un commento all'articolo sotto citato relativo alle conclusioni di una interessante ricerca esposta al  PAS Pediatric Academic Societies dalla pediatra Lisa Shulman di New York. 
Al di là di qualsiasi considerazione sui criteri diagnostici inclusivi che l'ultimo DSM apre in modo significativo (diminuendo il rischio di dimenticare qualcuno nell'includere ma aumentando il rischio di poca precisione diagnostica) vediamo che, secondo questo studio, con il passare del tempo, il gruppo selezionato come includibile resta, a sei anni, numericamente significativo. Questo implica che enormi risultati dal punto di vista abilitativo non si hanno nemmeno negli States. 

4 maggio 2015
Temo che le eccellenze USA che conosciamo non abbiano un'applicazione generalizzata. 
Qualche anno fa sono stati pubblicati in Italia due libri autobiografici scritti da genitori americani ricchi e colti. Mi sarei aspettata che avessero scelto le scuole migliori per i loro figli e con sorpresa ho letto sulla scuola quanto segue
“Un figlio diverso” di Portia Iversen, Mondadori Editore, 2007
pag 299
 
Nove allievi autistici, tra gli otto e gli undici anni, sedevano in semicerchio con gli assistenti personali su sedie di plastica insieme ai terapisti occupazionali e agli aiutanti delle maestre………………………………….
Pag 300
I bambini si dimenavano, facevano un gran baccano, strillavano, piangevano, ridevano, saltavano e camminavano carponi
Pag. 303
All’improvviso un urlo raccapricciante ha lacerato quella strana scena di fiaba, e tutti gli occhi si sono rivolti verso Maria che aveva una mano alzata in atto di protezione e una smorfia di dolore in viso “Mi ha morso!”
Pag 272
A scuola era circondato da altri bambini incapaci di parlare e di controllare il proprio comportamento, e da insegnanti ignari del fatto che quando parlavano lui li capiva; quindi aveva poche opportunità di apprendere qualcosa sulle relazioni sociali…………….
A scuola gli erano sempre state impartite cognizioni a livello di asilo. Mi riusciva insopportabile pensare alle innumerevoli ore che aveva trascorso a fare cose che per lui erano impossibili, come contare da uno a dieci manipolando dei cubi colorati………….In realtà era questo il genere di attività in cui era stato impegnato tutto il giorno, ogni giorno, per tutta la vita
 
 
“Horse boy” di Rupert Isaacson, Rizzoli Editore, 2009
P 50
Non che la si potesse davvero chiamare una scuola: era poco più che un asilo nido, in cui un mucchio di bambini autistici e con altre disabilità erano stipati in una stanza fatta di cemento, senza finestre, con tubi al neon in soffitto; e sotto lo sguardo impotente degli insegnanti tutti si spronavano a vicenda a scuotere le braccia,  a strillare e a lasciarsi andare ad altri gesti inconsulti