Gentilissimi,
credo chei tempi siano ormai maturi per iniziare a
parlare di adulti in modo diverso. Il Prof. Barale, con ragione, si sente
chiamato in causa. Egli, più di altri, ha contribuito ad iniziare la riflessione
sulla imprescindibilità della presa in carico sanitaria. Ciò che egli chiama la
regia del progetto di vita.
Allora vi è da chiedersi perchè le famiglie non
mettano in campo la stessa determinazione che si è prodotta per ottenere LG ,
Accordo della Conferenza Unificata, richieste di Programmi per l'autismo in
quasi tutte le regioni, per pretendere che l'autismo adulto venga affidato alle
Psichiatrie, oppure che i vari Programmi Autismo mantengano la presa in
carico anche in età adulta ( ad esempio il servizo del Dr. Arduino ).
E' solo il logorio di anni di accudimento che
porta i genitori ad abbandonare l'impegno? Stanchezza, età che avanza e che
richiederebbe fisiologicamente che i figli non avessero più bisogno di noi, ma
non solo. A me pare che vi sia altro.
A me pare che gran parte del mondo scientifico non
supporti a sufficenza la cultura dell' abilitazione dopo l'infanzia, pur
iniziando in parte a condividere l'idea di necessità di un provvedimento
normativo per i Servizi ( vedi Accordo Conferenza U.).
Come in un gioco dell'oca, arrivati alla casella
"ADULTI", si torna indietro. In quasi tutto il territorio nazionale
l'affidamento al sociale ha prodotto l'appiattimento di cui tanto ci
lamentiamo.
Abbiamo servizi che, pur nell'assistenzialismo di
vecchia memoria, adottano approcci che si rivelano più vantaggiosi per la
D.I. in generale, ed invece persone con autismo che, lasciate senza
intervento specifico, rischiano l'involuzione.
Ma, quando si relaziona ai convegni, parlare di
età adulta significa, troppo spesso, l'esposizione di esperienze dalle
quali non si traggono riferimenti indicatori di particolari metodologie di
intervento.
Negli adulti pesiamo la validità degli
interventi troppo spesso attraverso una scala di valutazione
riguardante l'accoglienza, l'empatia degli Operatori, un ipotetico
benessere dell'assistito misurato quasi unicamente sull'assenza di
comportamenti disadattivi .. Giovani vite all'ingrasso per le quali fare
merenda è già un diversivo, perchè nulla di meglio si offre loro.
Giovani che occupano uno spazio, più che vivere.
Ho visto Educatori tagliare e sbucciare una mela ad una lunga tavolata di
disabili, fra cui un ragazzo che a casa assolve autonomamente questa
incombenza. Ma ho anche visto troppi genitori che tacciono e si adeguano.
Credo che dobbiamo iniziare a cambiare le cose da
dentro: usufruire dei Servizi perchè questo offre il menù, ma continuare a
pretendere trattamenti e non assistenza. Proporre, stimolare alla formazione,
farsi partner dei cambiamenti, coinvolgendo gli Operatori e le dirigenze, per
quanto possiamo.
Proporre progetti personalizzati per i ragazzi più
capaci, senza acquistare il comodo pacchetto take away, anche se
inizialmente costa impegno della famiglia.
Dagli Esperti deve venire però un
messaggio chiaro: anche in età adulta occorre lavorare, sia per consolidare sia
per migliorare le abilità. Se si profondessero le stesse energie dedicate
all'infanzia, credo che potremmo avere anche molti più studi cui riferirci, ma
qui il cerchio si chiude: chi dovrebbe dedicarsi a questi studi se non
sappiamo neppure chi debba occuparsi dell'età adulta?
Ecco allora che torniamo al discorso iniziale:
senza una regià non vi è progetto adeguato, nè monitoraggio
o responsabilità degli esiti.
Ecco perchè credo inutile ogni altra riflessione,
se prima non ci occupiamo seriamente di ottenere una presa in carico sanitaria.
Eppure, in questa battaglia spesso mi sento sola, perchè per molti genitori
l'affidamento ai servizi sociali o a generici servizi per la disabilità è già
sufficente. E questo è comodo e funzionale all'attuale programmazione socio
sanitaria, in un'ottica miope che non valuta il costo della mancanza di
autonomia che tali servizi produrranno in futuro. Per non parlare della Qdv
dei ragazzi adulti, che resta un miraggio.
Solo un forte movimento culturale, che partendo
dagli Esperti più autorevoli coinvolga famiglie ed operatori, credo possa
cambiare le cose. Ma sulle resistenze del mondo psichiatrico qualche autorevole
voce ha già espresso le sue riserve.
Dobbiamo disperare? Qualcuno degli Esperti
della lista offre una visione più ottimistica?
Grazie dell'ascolto
Noemi Cornacchia
Presidente angsa Emilia
Romagna